Una docente accoltellata da un proprio alunno ( ne ho già parlato in due diversi contributi: “Ragazzi più armati, adulti più assenti: il cortocircuito che non vogliamo vedere” e “Non lasciamo sole scuole e famiglie” ), una comunità scolastica sconvolta, una vita salvata per un soffio. È accaduto in provincia di Bergamo. Dopo giorni drammatici, segnati da un intervento d’urgenza e da condizioni cliniche critiche, l’insegnante ha scelto di prendere parola. Non per sfogarsi, alimentare paura o rabbia, ma per provare a restituire senso a quanto accaduto. Quella che segue è la sua lettera. Parole che meritano di essere tutte attraversate, con ascolto e responsabilità, perché vanno oltre il fatto di cronaca e interrogano in profondità il significato dell’educare, oggi.
“A tutti voi,
Adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.
Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare.
Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità.
Ai colleghi che sono intervenuti senza alcuna esitazione, rischiando personalmente per mettermi in salvo: il vostro sangue freddo e la vostra forza hanno creato una barriera tra me e la morte. Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.
Al personale dell’elisoccorso, che ha bloccato un’emorragia devastante, che ha lottato contro il tempo, che mi ha restituito un battito stabile con una lunga trasfusione, mentre la linfa della vita usciva dalle mie ferite: non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma. Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari che mi hanno accolto, curato e operato con una delicatezza che va oltre il dovere: siete stati famiglia. Alle forze dell’ordine e alle autorità, presenti subito, attente, rispettose, che hanno messo ordine nel caos e garantito sicurezza a tutti. A mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza. All’avvocato Angelo Lino Murtas, che mi sta accompagnando con sensibilità e competenza in un percorso che non avrei mai immaginato di dover affrontare.
Ai genitori, che mi scrivono, che mi abbracciano anche se solo da lontano, che hanno raccontato ai propri figli il valore dell’empatia e della vita.
A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima. Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò.
So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.
Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande.
A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie. Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita. Grazie per darmi la forza di guardare avanti, non indietro, e soprattutto il sogno di potercela fare ancora.
Con commossa gratitudine,
Prof. Chiara Mocchi”
C’è qualcosa, in queste parole, che va oltre la cronaca e oltre le rigide categorie con cui di solito proviamo a spiegare ciò che accade. Qui non siamo semplicemente di fronte a una vittima che perdona. Siamo di fronte a una docente che continua a educare, anche — e forse soprattutto — dentro una ferita non solo fisica, ma profondamente psicologica. Non c’è compiacimento, né ricerca di esempio. C’è una postura rara: quella di chi non interrompe il proprio compito educativo nemmeno quando sarebbe umano farlo. In questo senso, ciò che colpisce non è solo la capacità di andare oltre il dolore, ma la scelta consapevole di restare dentro la relazione, senza semplificare, senza ridurre l’altro al gesto compiuto.
Non c’è retorica, mi sembra chiaro. Sarebbe difficile costruirla in momenti come questi. C’è un modo di stare nella relazione educativa che oggi è prezioso e non frequente: non ridurre una persona al gesto che ha compiuto, appunto. Quando scrive che quel ragazzo “forse nel profondo non saprà neanche perché”, introduce un passaggio decisivo. Comprendere non significa giustificare, ma provare ad aprire una possibilità di senso. Una possibilità in cui ciò che è accaduto resta — ci mancherebbe — grave, reale, innegabile, ma non diventa l’unica chiave per definire una persona.
È una differenza sottile, ma fondamentale: permette di non fermarsi al fatto e di continuare a vedere — anche dentro l’errore — la possibilità di un percorso, di un cambiamento. In un tempo — questo tempo — che tende a semplificare, dividendo tra colpevoli e vittime, questa lettera rimette al centro la complessità delle relazioni educative. E lo fa nel modo più difficile: senza cedere all’odio. Non per ingenuità, ma per scelta.
Il perdono, qui, non è una parola da usare con leggerezza né un gesto simbolico. È qualcosa di concreto. Non cancella il fatto, ma impedisce che si riduca a pura reazione, a chiusura. Tiene aperta una possibilità: continuare a cercare senso anche dove sembra essersi spezzato. E, soprattutto, non interrompe il legame educativo, nemmeno quando sarebbe umano e comprensibile farlo.
Quando parla di “trasformare la ferita in un ponte”, non propone un’immagine consolatoria. Indica una direzione esigente: riconoscere che il conflitto, anche quello più duro, può essere attraversato e non solo evitato o represso. In questo senso, la scuola non è il luogo dove i problemi non esistono, ma uno spazio in cui possono essere riconosciuti, nominati e accompagnati. La sicurezza è necessaria, certo, ma da sola non basta se non si affianca a una capacità più profonda di intercettare il disagio prima che prenda forme estreme.
E poi c’è quella parola, semplice e definitiva: “Tornerò.” Non è soltanto una scelta personale. È un’affermazione che riguarda tutti. Dice che il ruolo educativo non si ritira di fronte alla paura, che non abdica quando viene messo alla prova. Una forza che colpisce. In un tempo in cui sulla scuola si parla molto e si ascolta poco, questa lettera consegna una lezione essenziale: educare non è stare al riparo dai rischi, ma scegliere di esserci comunque. Restare, anche quando sarebbe più facile fare un passo indietro, è forse il gesto più forte e più credibile che un adulto possa offrire. Grazie, Chiara. E rimettiti presto.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




