Immaginiamo una scena che potrebbe accadere questa sera in moltissime case. Fine giornata. Una ragazza adolescente è nella sua camera. Sulla sedia c’è lo zaino aperto. Sullo smartphone continuano ad arrivare notifiche. In casa ci sono tutti, eppure lei si sente sola; è sola perché non trova, in quel momento, un luogo umano in cui sentirsi accolta. I genitori sono nell’altra stanza, la televisione è accesa, la vita scorre come ogni giorno. Eppure qualcosa non va. Ha litigato con alcune amiche. Si sente esclusa. Forse pensa di non essere abbastanza bella, abbastanza interessante, abbastanza importante per qualcuno. Vorrebbe parlarne con qualcuno, ma non sa bene con chi. Potrebbe dirlo ai genitori. Ma li vede stanchi. E poi teme di sentirsi rispondere che passerà, che non è niente di grave, che dovrebbe pensarci meno. Potrebbe parlarne con un insegnante che stima. Ma domani è lontano e il bisogno è adesso. Potrebbe confidarsi con un educatore, con l’allenatore, con un’amica. Ma ha paura di essere fraintesa, giudicata o di sentirsi vulnerabile. Così prende il telefono. Non apre un social network. Non scrive a una compagna di classe. Apre ChatGPT. Scrive poche parole: “Mi sento sola.” Dopo pochi secondi arriva una risposta. Una risposta calma. Accogliente. Disponibile. Non interrompe. Non giudica. Non minimizza. Non sembra avere fretta. Poi arriva una seconda risposta. E una terza. La conversazione continua…
Oggi questa scena non appartiene alla fantascienza, alla finzione cinematografica. E’ reale. Sta già accadendo. E probabilmente molto più spesso di quanto immaginiamo.
A confermarlo sono diverse ricerche recenti che descrivono un cambiamento profondo nel modo in cui gli adolescenti cercano ascolto, conforto e orientamento.
La XVI edizione dell’Atlante dell’Infanzia (a rischio) in Italia, “Senza filtri. Voci adolescenze”, pubblicata da Save the Children nel novembre 2025, evidenzia che oltre il 92% de adolescenti utilizza strumenti di Intelligenza Artificiale e che quasi un ragazzo su tre lo fa ogni giorno o quasi. Ma il dato più significativo riguarda proprio la dimensione emotiva. Il 41,8% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni dichiara di essersi rivolto all’IA nei momenti in cui si sentiva triste, solo o ansioso. Oltre il 42% l’ha consultata per ricevere consigli su scelte importanti legate alle relazioni, ai sentimenti, alla scuola o al lavoro.
Ancora più sorprendente è un altro dato: quasi due adolescenti su tre affermano di aver trovato, almeno qualche volta, più soddisfacente confrontarsi con uno strumento di Intelligenza Artificiale che con una persona reale. Le ragioni sono semplici: disponibilità continua, assenza di giudizio, percezione di essere ascoltati e trattati con rispetto.
Nella stessa direzione si muove la ricerca pubblicata nel 2026 dalla Fondazione Carolina su un campione di 1.300 adolescenti italiani tra i 13 e i 19 anni. Anche qui emerge un dato molto chiaro: sempre più ragazzi utilizzano i chatbot non per fare i compiti o cercare informazioni, ma per confidarsi. Tra gli under 15, il 27% dichiara di usarli per sfogarsi senza sentirsi giudicato. Un adolescente su quattro considera il chatbot uno spazio sicuro in cui raccontare i propri problemi e quasi uno su tre apprezza l’idea di avere un “amico digitale” sempre disponibile.
Colpisce un aspetto particolare. I ragazzi sanno perfettamente che dall’altra parte non c’è una persona. Sanno che stanno parlando con una macchina. Eppure continuano a cercarla. Perché? Perché spesso trovano ciò che percepiscono di non trovare altrove: ascolto immediato, disponibilità costante e assenza di giudizio. Questi numeri non raccontano soltanto il successo di una tecnologia. Raccontano soprattutto un bisogno umano profondo: il bisogno di sentirsi ascoltati.
Molti adulti osservano questo fenomeno con preoccupazione e la prima reazione è spesso quella di puntare il dito contro l’Intelligenza Artificiale. Ma forse la domanda più importante è un’altra.
Perché tanti ragazzi, pur circondati da persone, finiscono per sentirsi più ascoltat da una macchina che da un essere umano?
L’Intelligenza Artificiale possiede alcune caratteristiche che la rendono particolarmente attraente.
È disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro. Non interrompe. Non si scandalizza. Non appare delusa. Non reagisce con ansia. Non dice: “Te l’avevo detto”. Non guarda l’orologio. Non sembra avere fretta. E dà l’impressione che le confidenze non escano da quella conversazione. Per un adolescente che vive un momento di fragilità, tutto questo può essere molto rassicurante. Eppure il vero problema non è l’Intelligenza Artificiale. Anzi. In alcuni casi può rappresentare una prima occasione di riflessione, uno spazio temporaneo di elaborazione, una possibilità di mettere ordine nei propri pensieri.
Il problema nasce quando quella diventa l’unica fonte di ascolto. Quando il chatbot prende il posto delle relazioni invece di affiancarle. Quando un ragazzo arriva a pensare che sia più semplice raccontarsi a un algoritmo che a una persona reale.A quel punto la domanda non riguarda più la tecnologia. Riguarda noi. Quanto siamo realmente disponibili all’ascolto? Quanto tempo dedichiamo a conversazioni prive di giudizio? Quanto siamo capaci di restare accanto a un adolescente senza trasformare immediatamente ogni confidenza in una lezione, una correzione o una soluzione?
Spesso i ragazzi non cercano qualcuno che risolva il loro problema. Cercano qualcuno che lo accolga. Qualcuno che rimanga lì abbastanza a lungo da farli sentire visti. L’Intelligenza Artificiale non possiede empatia, esperienza umana o autentica comprensione emotiva. Simula molto bene il linguaggio dell’ascolto, ma non vive ciò che ascolta.
Le persone che fanno parte della vita di un ragazzo o di una ragazza — genitori, insegnanti, educatori, allenatori, nonni, amici e altre figure significative — possono offrire qualcosa che nessun algoritmo potrà mai replicare completamente: una relazione vera. Questo non significa idealizzare il mondo degli adulti. Anche fuori dal digitale esistono giudizi, incomprensioni, manipolazioni e relazioni tossiche. Non tutti gli adulti rappresentano automaticamente figure di riferimento positive.
Per questo la questione non può essere ridotta a una semplice contrapposizione tra tecnologia buona o cattiva.
La vera sfida è costruire contesti in cui i giovani possano trovare persone disponibili ad ascoltarli prima che abbiano bisogno di cercare altrove.
Famiglie. Scuole. Associazioni. Gruppi sportivi. Oratori. Luoghi di aggregazione. Comunità. Tutti siamo chiamati a interrogarci sulla qualità delle relazioni che offriamo alle nuove generazioni. Perché il futuro non dipenderà dalla nostra capacità di impedire ai ragazzi di parlare con l’Intelligenza Artificiale. Dipenderà dalla nostra capacità di offrire loro qualcosa che valga la pena scegliere in alternativa. Una presenza. Un ascolto autentico. Una relazione che non scompare quando la connessione si interrompe.
Forse il punto non è chiedersi perché i ragazzi parlano con l’Intelligenza Artificiale. Forse dovremmo chiederci più spesso se, quando hanno bisogno di qualcuno, trovano davvero noi.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




