I numeri, se letti bene, non raccontano un’esplosione della criminalità minorile. Raccontano qualcosa di più complesso — e forse più difficile da accettare. Nel lungo periodo, i minori coinvolti nel sistema penale sono diminuiti rispetto a vent’anni fa. Ma negli ultimi anni — anche alla luce del cosiddetto Decreto Caivano (che ha rafforzato le misure penali e aumentato la permanenza dei minori nel circuito giudiziario) — si osserva una maggiore presenza e visibilità del fenomeno. E soprattutto, cambia la qualità della violenza: più diretta, più immediata, più esposta. E sempre più ragazzi che portano con sé un coltello (pochi giorni fa, a Trescore Balneario, un piccolo centro della provincia di Bergamo, un ragazzo di 13 anni ha accoltellato la propria insegnante, riprendendo l’aggressione con il telefono. Una vicenda su cui tornerò con un approfondimento nei prossimi giorni).
Partiamo da un dato solido, certificato dal rapporto (Dis)armati di Save the Children. In Italia, i minori segnalati all’autorità giudiziaria sono diminuiti in modo significativo negli ultimi vent’anni: da circa 23.000 nel 2004 a 14.220 nel 2024. Anche nel confronto europeo restiamo tra i Paesi con il tasso più basso: 363 minori ogni 100.000 abitanti nel 2023, contro valori molto più alti in altri Paesi europei. Se ci fermassimo qui, potremmo dire che la situazione è sotto controllo.
Ma non basta guardare il totale. Bisogna entrare dentro i dati.
Negli ultimi dieci anni, alcuni reati violenti commessi da minorenni sono cresciuti in modo netto — rapine (quasi 4.000 casi nel 2024, più del doppio rispetto al 2014), lesioni personali (oltre 4.600, quasi raddoppiate), risse (più che raddoppiate), minacce (in aumento costante) — ma per leggerli correttamente è utile chiarire cosa indicano: per lesioni personali si intende qualsiasi danno alla salute fisica o psicologica clinicamente rilevabile, quindi non solo aggressioni gravi ma anche episodi che comportano una prognosi medica; la rissa non è una semplice lite ma uno scontro fisico tra più persone (almeno tre) con un livello di pericolosità più alto; la minaccia consiste nel generare paura prospettando un danno, oggi spesso anche attraverso i canali digitali; la rapina, infine, implica furto con violenza o intimidazione.
Letti così, questi dati — come evidenzia il rapporto (Dis)armati di Save the Children — non descrivono solo un aumento numerico, ma indicano un cambiamento più profondo: una violenza che si manifesta in forme più dirette, più corporee o psicologicamente invasive, spesso impulsive e meno strutturate.
Una trasformazione che rende questi comportamenti più difficili da intercettare e prevenire, perché meno prevedibili e più legati all’immediatezza dell’azione.
Il dato più significativo riguarda però la diffusione delle armi tra gli adolescenti. I minorenni denunciati o arrestati per porto di armi o oggetti atti a offendere sono passati da 778 nel 2019 a quasi 2.000 (1.946) nel 2024. Non parliamo di pistole, nella maggior parte dei casi. Parliamo di coltelli.
E qui emerge un elemento che le ricerche sottolineano con chiarezza: molti ragazzi dichiarano di portarli non per attaccare, ma per sentirsi più sicuri. È un passaggio decisivo, perché sposta il problema. Non siamo davanti solo a una crescita della violenza. Siamo davanti a una crescita della percezione di vulnerabilità.
Il rapporto “(Dis)armati” di Save the Children Italia (2024), costruito su dati e testimonianze raccolte in diverse città italiane, evidenzia proprio questo: il coltello viene spesso percepito come uno strumento di difesa, legato a paura, bisogno di riconoscimento e senso di insicurezza. Una lettura coerente con quanto emerge anche a livello internazionale: il report 2024 di UNICEF sul benessere degli adolescenti nei Paesi ad alto reddito segnala un aumento significativo di ansia, solitudine e insicurezza percepita tra i giovani, fattori che la letteratura scientifica associa a comportamenti difensivi e, in alcuni casi, aggressivi.
Non a caso, gli adolescenti oggi appaiono sempre più “armati fuori e disarmati dentro”, segnati da fragilità emotive e difficoltà relazionali.
Su questo punto, le voci più autorevoli — pur diverse tra loro — convergono in modo netto: il coltello non nasce come strumento di offesa, ma come risposta a un senso diffuso di insicurezza. Diventa sempre più un oggetto simbolico, legato a status, rispetto, identità.
Il fenomeno cresce dentro una combinazione precisa di fattori: paura, fragilità emotiva, assenza o debolezza del mondo adulto. Ed è proprio qui che il quadro cambia: non siamo di fronte solo a un problema di ordine pubblico, ma a una questione profondamente educativa, relazionale e culturale.
Questa lettura non è isolata.
Un ampio filone di ricerca internazionale — dai report dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (in particolare gli studi su benessere e competenze socio-emotive degli adolescenti) agli studi pubblicati su riviste scientifiche prestigiose (ricerche su salute mentale giovanile e comportamenti a rischio) — evidenzia come i comportamenti violenti in adolescenza siano fortemente associati a isolamento sociale, mancanza di adulti di riferimento, difficoltà nella regolazione emotiva ed esposizione a contesti instabili o conflittuali.
Non è, non deve essere una giustificazione. È, deve essere una chiave di lettura.
Un altro elemento rilevato dal rapporto riguarda le modalità della violenza. Sempre più spesso non si tratta di gruppi strutturati, ma di aggregazioni fluide, nate attraverso i social media, dove la violenza viene: organizzata, filmata, condivisa. Diventa, in alcuni casi, una forma di esposizione pubblica. Una performance.
Questo cambia profondamente il modo in cui i ragazzi vivono il conflitto, il riconoscimento, il gruppo. E cambia anche il modo in cui noi adulti dovremmo intervenire.
A questo punto il quadro è chiaro: non basta una risposta repressiva. Lo afferma esplicitamente il rapporto “(Dis)armati” di Save the Children Italia: affrontare la violenza giovanile solo con strumenti di ordine pubblico non è sufficiente. Le evidenze scientifiche, su questo tema, non sono vaghe né opinabili. Sono convergenti.
Non esiste una singola causa della violenza adolescenziale, ma esistono fattori di rischio e fattori di protezione ben documentati. E su questi ultimi, la ricerca è chiara da anni.
Un primo elemento riguarda l’educazione emotiva e relazionale.
Le ricerche internazionali sono molto chiare. Studi autorevoli su larga scala — come quelli promossi dal Collaborative for Academic, Social, and Emotional Learning e pubblicati su riviste scientifiche come Child Development (rivista della Society for Research in Child Development SRCD) — mostrano che i programmi strutturati di educazione socio-emotiva nelle scuole riducono in modo significativo i comportamenti aggressivi e antisociali e migliorano le capacità relazionali e decisionali degli studenti. Non si tratta di interventi “soft”: i dati parlano di una diminuzione concreta dei comportamenti problematici e di un miglioramento misurabile del clima scolastico.
Un secondo punto, forse ancora più decisivo, è la presenza di adulti di riferimento. Uno studio pubblicato su The Lancet Psychiatry evidenzia come la qualità della relazione con almeno un adulto significativo — genitore, insegnante, educatore — sia uno dei principali fattori protettivi rispetto a comportamenti a rischio, inclusa la violenza. Non serve una “rete perfetta”: spesso basta una relazione stabile, affidabile, coerente nel tempo per fare la differenza.
È quello che in letteratura viene definito buffer relazionale: una relazione che non elimina le difficoltà, ma ne attenua l’impatto.
Terzo elemento: l’accesso a spazi di ascolto e supporto psicologico. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, molti disturbi emotivi e comportamentali emergono già in età precoce, ma restano non intercettati per anni. Le ricerche mostrano che interventi precoci, anche brevi, riducono la probabilità che il disagio evolva in comportamenti più gravi, inclusi quelli violenti o autolesivi. Dove esistono sportelli scolastici strutturati o servizi territoriali accessibili, si registra una maggiore capacità di intercettare il disagio prima che diventi emergenza.
Infine, il contesto. Uno dei dati più solidi in criminologia dello sviluppo — confermato anche dai report dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e da studi longitudinali europei — è che la devianza minorile diminuisce quando i ragazzi hanno accesso a contesti educativi significativi: sport, associazionismo, spazi aggregativi, esperienze di partecipazione. Non è solo “tenere occupati i ragazzi”: è offrire appartenenza, riconoscimento, identità in contesti non violenti. Quando questi spazi mancano, o sono fragili, altri contesti prendono il loro posto. E non sempre sono contesti educativi.
Se mettiamo insieme questi elementi, il quadro si chiarisce. La violenza adolescenziale non nasce nel vuoto. Nasce spesso in una combinazione di fattori: fragilità emotiva, solitudine, assenza di adulti significativi, mancanza di spazi di riconoscimento.
E allora il punto non è solo “contenere” la violenza. È costruire le condizioni perché non diventi l’unico linguaggio disponibile. Ed è qui che il tema torna, inevitabilmente, al mondo adulto. Non in termini generici, ma molto concreti: presenza, relazioni, contesti, possibilità.
Perché le evidenze ci dicono questo, senza troppi giri di parole: quando queste condizioni ci sono, i comportamenti a rischio diminuiscono. Quando mancano, aumentano. E non è una percezione. È misurabile. Per questo il dato più importante, forse, non è quello sulle rapine o sulle risse. È quello implicito. Se un ragazzo sente il bisogno di uscire con un coltello per sentirsi più sicuro, non è solo un problema di sicurezza. È un problema di relazioni, di presenza, di “adulti”.
Andrea Foglia – genitore impegnato, voce libera per i giovani.





Non vogliamo piu’ ascoltare siamo sempre piu’ soli e preferiamo monologhi a dialoghi
Esattamente così, Piergiorgio! Grazie…