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A dieci anni dalla Brexit i conti non tornano

di Leonardo Bagnasco

Era il 23 giugno 2016 quando il 51,89% dei britannici votò per lasciare l’Unione Europea. Un voto inaspettato e sul filo del rasoio, spacciato dai suoi promotori come l’alba di una nuova sovranità — riprendere il controllo dei confini, delle leggi, dei soldi — slogan che negli anni successivi avrebbero risuonato in molti altri Paesi europei come suggestioni sovraniste. Dieci anni dopo, quello stesso Paese conta il settimo primo ministro in un decennio, record assoluto nella storia moderna britannica, e i conti con quella scelta non tornano ancora.

 

La fotografia economica è severa, anche se non coincide con il crollo repentino prefigurato dalle previsioni più pessimistiche. Il Regno Unito partiva infatti da una delle economie più solide, avanzate e integrate del mondo; una forza strutturale che ha permesso al Paese di assorbire l’urto e ha impedito che la Brexitproducesse conseguenze immediate e catastrofiche. L’uscita dall’Unione europea ha agito piuttosto come un freno costante: l’economia britannica ha continuato a muoversi, ma più lentamente, sostenendo maggiori costi e attirando minori investimenti. Uno studio del National Bureau of EconomicResearch stima che la Brexit abbia ridotto il Pil britannico tra il 6 e l’8%, gli investimenti tra il 12 e il 18% e l’occupazione e la produttività tra il 3 e il 4%.

La crescita è rimasta modesta, dopo la recessione tecnica della seconda metà del 2023, il Pil è aumentato dell’1% nel 2024 e dell’1,4% nel 2025, mentre per il 2026 il Fondo monetario internazionale prevede una crescita dello 0,8%. In questo decennio si sono naturalmente sommati shock eccezionali, dalla pandemia alla guerra in Ucraina fino alle crisi energetiche. Le analisi che cercano di isolare questi fattori convergono però nell’attribuire alla Brexit una parte rilevante della perdita di dinamismo.

 

Il successivo accordo commerciale con l’Unione europea ha evitato dazi e quote su molte merci, ma non ha impedito la nascita di nuove barriere. Dichiarazioni doganali, controlli sanitari, regole di origine e certificazioni hanno aumentato tempi e costi, colpendo soprattutto le imprese più piccole. Secondo alcune stime, le esportazioni britanniche di beni verso l’UE sono oggi inferiori di circa il 16% rispetto a quanto sarebbero state prima. Gli accordi conclusi con altri Paesi non sono riusciti a compensare la perdita di fluidità negli scambi con il principale mercato di riferimento.

 

Se c’è una promessa sulla quale la campagna Leave aveva costruito gran parte del proprio consenso emotivo, era quella di «riprendere il controllo delle frontiere» e ridurre l’immigrazione. La Brexit ha effettivamente frenato gli arrivi dall’Unione europea: tra il 2021 e il 2024 sono stati più i cittadini comunitari che hanno lasciato il Regno Unito di quelli che vi si sono trasferiti. Ma il calo è stato ampiamente compensato dall’aumento dei flussi provenienti dal resto del mondo. Nello stesso quadriennio, otto immigrati su dieci erano cittadini di Paesi extra-UE, soprattutto India, Nigeria, Cina e Pakistan, e il saldo migratorio complessivo ha raggiunto il picco di 944 mila persone nell’arco di dodici mesi.La Brexit, dunque, non ha ridotto l’immigrazione ma ne ha cambiato la provenienza. Non sorprende, quindi, che persino il 58% di coloro che nel 2016 votarono Leave ritenga oggi che l’uscita dall’Unione abbia aggravato il problema dell’immigrazione clandestina.

L’ex segretario di gabinetto Simon Case, il più alto funzionario della pubblica amministrazione britannica tra il 2020 e il 2024, ha definito l’attuazione della Brexit “poco meno di un disastro”, osservando che molte delle opportunità indicate dai suoi sostenitori sono rimaste inesplorate e che gran parte dell’azione pubblica è stata assorbita dal tentativo di attenuarne le conseguenze negative.

Il ripensamento è ormai evidente anche nell’opinione pubblica. Secondo la piattaforma YouGov, il 57% dei britannici ritiene oggi che lasciare l’Unione sia stato un errore e il 55% si dichiara favorevole, in linea di principio, a rientrare nell’UE.

Il paradosso, di quelli che la politica riesce a mostrare in tutta la loro contraddittorietà, è che, mentre una maggioranza dei britannici esprime un giudizio negativo sulla Brexit, Reform UK, il partito guidato dal suo principale interprete politico, Nigel Farage, è attualmente in testa nei sondaggi. Il populismo continua così ad alimentarsi delle delusioni prodotte da una scelta che aveva contribuito a presentare come soluzione semplice a problemi molto più complessi.

Le conseguenze della Brexit si sono riflesse anche sulla stabilità politica britannica, tradizionalmente considerata un modello. Negli ultimi anni Londra ha invece conosciuto una successione di governi e crisi che ha spinto The Economist a coniare il termine sarcastico “Britaly”, accostandola a quell’Italia a lungo considerata il simbolo dell’instabilità politica europea. Oggi il confronto sembra essersi addirittura rovesciato: mentre il governo Meloni si avvia a diventare uno dei più longevi della storia repubblicana, Keir Starmer ha annunciato le dimissioni dopo meno di due anni dalla schiacciante vittoria elettorale dei laburisti.

 

Se inizialmente l’uscita del Regno Unito rappresentò per l’Unione europea un colpo durissimo, a distanza di dieci anni bisogna riconoscere che la Brexit ha finito per rendere all’UE un servizio inatteso. Prima del referendum, i partiti euroscettici di mezza Europa presentavano l’uscita dall’Unione come una possibile promessa di rinascita nazionale. Dopo, quella prospettiva ha progressivamente perso forza.

L’esperienza britannica si è trasformata nel deterrente più efficace contro ogni velleità di “Frexit”, “Italexit” o “Nexit”. Vedere concretamente che cosa comporti lasciare il mercato unico — dall’aumento della burocrazia doganale alle difficoltà negli scambi, fino all’indebolimento della sterlina e alla crescita dei prezzi delle importazioni — ha inciso sull’opinione pubblica più di anni di argomentazioni europeiste. È proprio questa dimostrazione pratica dei costi dell’uscita ad aver rafforzato, più di molte campagne di comunicazione istituzionale, le ragioni dell’integrazione europea.

L’Unione, anziché frantumarsi in un effetto domino come molti avevano previsto nel 2016, ha mostrato una capacità di tenuta superiore alle attese. Nuovi Paesi continuano a chiedere di aderire e, sebbene l’euroscetticismo resti forte, nessun governo membro considera oggi l’uscita una prospettiva realmente praticabile. La Brexit ha così ridisegnato i confini del possibile nella politica europea.

Occorre però riconoscere un punto che i sostenitori dell’integrazione europea tendono talvolta a sottovalutare: appartenere all’Unione ha un costo reale. I Paesi contribuenti netti, come Germania, Francia, Paesi Bassi e, prima della Brexit, il Regno Unito, versano al bilancio comunitario più di quanto ricevano e condividono con le istituzioni europee una parte della propria sovranità normativa.

La Brexit ha tuttavia mostrato che il costo di restare fuori può essere molto più elevato. I benefici del mercato unico, uno dei più grandi e integrati al mondo, con oltre 450 milioni di consumatori e catene produttive strettamente interconnesse, non possono essere facilmente riprodotti attraverso una serie di accordi bilaterali. Il Regno Unito lo ha sperimentato direttamente: l’appartenenza all’Unione comporta vincoli e costi, ma l’uscita ha dimostrato di poterne generare di ben maggiori.

L’Unione potrebbe ora utilizzare questa consapevolezza per rilanciare il processo di integrazione. Dopo l’esperienza britannica, la minaccia dell’uscita ha perso gran parte della propria credibilità come strumento per ottenere deroghe o trattamenti speciali. Proprio per questo, però, gli Stati membri restano fortemente legati al principio dell’unanimità e al potere di veto nelle materie in cui i Trattati ancora li prevedono: venuta meno la possibilità concreta di agitare l’uscita dall’Unione, il veto rappresenta una delle poche leve negoziali rimaste ai singoli governi per difendere i propri interessi e condizionare le decisioni comuni.

Si è comunque aperto uno spazio politico importante per avanzare su temi come la difesa comune, il mercato dei capitali e una politica industriale europea più coordinata, ma proprio il mantenimento dell’unanimità rischia di rendere questo percorso lento e difficile.

 

C’è infine una dimensione imprescindibile, quella geopolitica. L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha ricordato brutalmente che la sicurezza europea non è divisibile. Il Regno Unito, potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e una delle maggiori economie mondiali, è stato tra i primi e più decisi sostenitori di Kiev. Il suo peso politico e militare ha continuato a fare la differenza in Europa anche dopo l’uscita dall’Unione.

Il vertice tra Unione europea e Regno Unito del 19 maggio 2025 ha segnato l’avvio di un riavvicinamento pragmatico. Londra e Bruxelles hanno istituito un partenariato sulla sicurezza e la difesa e si sono impegnate a lavorare su nuove intese per ridurre alcune barriere commerciali, su uno schema di mobilità giovanile e sulla possibile associazione britannica al programma Erasmus+.

Nonostante una quota crescente dell’opinione pubblica si dichiari favorevole al rientro nell’Unione europea, nessuno dei principali partiti britannici ha finora trasformato questa aspirazione in un progetto politico concreto. La Manica, però, si è politicamente ed economicamente ristretta. E forse è proprio in questo avvicinamento progressivo e silenzioso, più che in un nuovo referendum a breve, che si intravede il possibile approdo di questa storia.

Il pullman della campagna Vote Leave, con la promessa di destinare al sistema sanitario i 350 milioni di sterline versati ogni settimana all’UE, è diventato il simbolo di una delle promesse politiche più clamorosamente smentite della storia europea recente. Eppure Nigel Farage è ancora lì, politicamente più forte che mai. La Brexit non è finita: si è trasformata in qualcosa che nessuno aveva previsto, un lungo e costoso apprendistato sulla complessità del mondo.

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