Nei giorni scorsi migliaia di ragazze e ragazzi hanno attraversato il cancello della scuola per affrontare la prima prova dell’Esame di Maturità. Qualcuno è arrivato in anticipo, con gli appunti ancora in mano. Qualcuno ha cercato l’ultimo incoraggiamento negli occhi dei compagni. Qualcuno ha nascosto l’ansia dietro una battuta. Altri hanno finto sicurezza per non mostrarla. Per molti genitori è stato impossibile non riconoscersi in quelle immagini. Per un attimo il tempo si è fermato. E ciascuno è tornato alla propria maturità, a quel misto di paura, aspettativa e desiderio di futuro che accompagna ogni passaggio importante della vita. Poi le porte si sono chiuse. E quei giovani sono rimasti davanti a un foglio bianco.
Tra le tracce proposte dal Ministero quest’anno ce n’era una dedicata al sociologo Frank Furedi e al tema degli “adultescenti“: uomini e donne che, pur avendo raggiunto l’età adulta, sembrano faticare ad assumersi responsabilità, impegni e ruoli tradizionalmente associati alla maturità. Una riflessione interessante.
Ma leggendo quella traccia mi è venuta spontanea una domanda: siamo sicuri che il problema principale siano i giovani che faticano a diventare adulti? O non dovremmo interrogarci anche sugli adulti, adulti da più tempo e sul mondo che stanno consegnando loro?
Perché prima di giudicare una generazione dovremmo avere il coraggio di osservare il contesto nel quale sta crescendo. Un contesto che, nel bene e nel male, siamo stati noi a costruire. Ed è proprio da qui che vorrei partire.
Furedi osserva che oggi esiste una crescente “mancanza di chiarezza a proposito del confine tra le generazioni” e sostiene che la cultura contemporanea finisca per idealizzare la giovinezza, mentre “maturità, responsabilità e impegno incontrano solo una debole convalida da parte della cultura contemporanea”.
È una riflessione come già detto interessante. Ma forse non sufficiente a spiegare fino in fondo ciò che stiamo osservando. Perché mentre migliaia di studenti erano chiamati a interrogarsi sul significato dell’età adulta, pochi adulti sembrano essersi soffermati sulla domanda che precede tutte le altre: chi ha costruito il mondo nel quale questi giovani stanno cercando di diventare adulti?
La debolezza, questa è la mia valutazione, dell’analisi di Furedi sta proprio qui. Il rischio è quello di attribuire prevalentemente ai giovani una difficoltà che è invece largamente sistemica. Come se il problema fosse innanzitutto culturale o psicologico. Come se le nuove generazioni avessero semplicemente smesso di apprezzare la responsabilità.
Eppure basta osservare la realtà.
Per decenni abbiamo raccontato alle ragazze, ai ragazzi una promessa semplice: studia, impegnati, fai sacrifici e troverai il tuo posto nella società. Oggi quella promessa appare molto meno credibile. I percorsi di studio si allungano, il lavoro stabile arriva sempre più tardi, acquistare una casa è diventato difficile per una quota crescente di giovani, costruire una famiglia richiede sicurezze economiche che molti non possiedono.
Chiediamo autonomia mentre consegniamo precarietà. Chiediamo progettualità mentre offriamo instabilità. Chiediamo fiducia mentre alimentiamo incertezza.
Negli ultimi vent’anni le nuove generazioni non hanno quasi mai conosciuto una lunga stagione di serenità collettiva. Sono cresciute tra la crisi finanziaria del 2008, la rivoluzione digitale, la pandemia, l’inflazione, l’emergenza climatica, la difficoltà di costruire un progetto di vita e il ritorno della guerra nel cuore dell’Europa e nel Mediterraneo. Molti giovani non hanno mai conosciuto una vera stagione di fiducia collettiva. Sono cresciuti in un tempo che ha insegnato soprattutto una cosa: l’incertezza.
Eppure continuiamo spesso a descriverli come fragili. Forse dovremmo riconoscere che, in molti casi, stanno semplicemente cercando di orientarsi in un contesto che noi adulti, noi si fragili e irresponsabili, abbiamo contribuito a rendere più complesso e incerto.
C’è però un altro aspetto che raramente viene affrontato.
L’età adulta non è soltanto una condizione anagrafica. È anche una figura simbolica. Si diventa adulti anche osservando altri adulti. Si impara il valore della responsabilità guardando chi la esercita. Si sviluppa fiducia nelle istituzioni quando le istituzioni appaiono credibili.
Ma cosa vedono oggi molti giovani?
Vedono una politica spesso concentrata sul consenso immediato più che sulla capacità di immaginare e costruire il futuro. Vedono un dibattito pubblico dominato dalla contrapposizione permanente. Vedono leader che predicano moderazione e praticano aggressività. Vedono adulti che chiedono rispetto ma faticano a rispettarsi reciprocamente. In altre parole, assistono a una progressiva crisi dell’autorevolezza adulta.
E forse è anche per questo che molte ragazze, molti ragazzi faticano a riconoscersi nei modelli proposti. Non perché rifiutino la responsabilità, ma perché troppo spesso non ne vedono esempi convincenti.
Esiste poi una contraddizione che dovrebbe interrogarci.
Gli adulti chiedono ai giovani partecipazione, cittadinanza attiva e senso civico. Ma quando si tratta di condividere davvero responsabilità, opportunità e spazi decisionali, troppo spesso chiedono loro di aspettare.
Nella politica, nelle istituzioni, nelle organizzazioni e persino nelle comunità locali, i giovani vengono continuamente celebrati come il futuro senza essere realmente riconosciuti come protagonisti del presente.
Come si può sviluppare senso di appartenenza se ci si sente costantemente ospiti e mai realmente protagonisti?
Da anni incontro ragazzi e ragazze nelle scuole, nell’associazionismo, nello sport e nei percorsi di cittadinanza attiva. Non vedo una generazione disinteressata o rassegnata. Vedo giovani che si interrogano sul lavoro, sulla salute mentale, sulla qualità delle relazioni, sulla pace, sull’ambiente, sulla giustizia sociale. Temi che spesso vengono liquidati come idealismo, ma che in realtà rappresentano domande profonde sul significato della convivenza e del futuro.
Forse il problema non è che i giovani non vogliono crescere. Forse il problema è che molti adulti hanno smesso di costruire passaggi credibili verso l’età adulta.
Perché diventare adulti non significa semplicemente assumersi responsabilità. Significa poter immaginare un progetto di vita. Significa sentirsi utili. Significa avere opportunità concrete per mettere alla prova le proprie capacità. Significa sapere che l’impegno può ancora produrre risultati.
Per questo motivo, davanti a quella traccia della Maturità, mi viene spontaneo ribaltare la prospettiva. Prima di chiederci perché i giovani fatichino a diventare adulti, dovremmo avere il coraggio di domandarci perché noi adulti abbiamo costruito una società nella quale diventarlo è diventato così difficile.
Perché giudicare le nuove generazioni è sempre facile. Molto più difficile è assumersi la responsabilità del mondo che abbiamo consegnato loro.
E forse è proprio da qui che dovrebbe ripartire ogni riflessione seria sul futuro: non dalla ricerca dei difetti dei giovani, ma dalla disponibilità degli adulti a riconoscere i propri limiti, i propri errori e le proprie responsabilità.
Perché ogni generazione eredita il mondo da quella precedente. E quella di oggi merita molto più di una lezione sulla maturità. Merita condizioni concrete per poterla costruire.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.





Ciao Andrea, leggere le tue riflessioni è sempre un piacere.
Nel passaggio relativo alle difficoltà dell’ultimo ventennio, mi sovviene come di quegli stessi eventi gli adulti, per primi, ne sono stati spettatori passivi.
Incapaci di comprendere gli aspetti peculiari del mondo contemporaneo, per bassa scolarizzazione e scarsa qualità dell’informazione, “consegnano” gli adolescenti propri figli ad una età adulta, dentro un paese in costante declino, armandoli di conoscenze obsolete e, nel peggiore dei casi, fantasie illogiche.
Provo davvero scoramento nel vedere adolescenti che, comprendendo l’inadeguatezza degli adulti a vivere, comprendere e spiegare il mondo contemporaneo, sia dentro le famiglie che dentro le scuole, preferiscono mollare tutto e navigare a vista in autonomia.
Ed allo stesso modo, dove l’inadeguatezza degli adulti ha invece attecchito, quante istanze giovanili si formalizzano attorno a principi fallaci (politici o economici che siano), “…ismi” di varia natura che, nel migliore dei casi, creano infine trentenni disillusi e cinici.