Di Leonardo Bagnasco
Per decenni il Novecento industriale è stato attraversato da un conflitto reale, concreto, spesso duro: quello tra capitale e lavoro. Una visione dicotomica del mondo, radicata nella realtà quotidiana — nelle fabbriche come nella vita sociale — fatta di lotte, scioperi, contrattazioni, diritti conquistati e difesi.
Negli ultimi anni è sembrato chiaro chi abbia perso quella partita. Oggi, però, anche una parte di quel capitalismo ha perso qualcosa. Non a vantaggio della classe operaia, ma per effetto delle scelte degli stessi detentori del capitale.
Un tempo, se una fabbrica produceva ottime auto e ne vendeva molte, quell’azienda era considerata un successo, un motivo di orgoglio per tutta la catena produttiva, dall’ultimo operaio fino alla proprietà. Oggi non è più così scontato. Sta succedendo qualcosa che sfida il buon senso: il destino di un’industria si decide sempre meno nei capannoni e nei reparti vendita, e sempre più negli uffici dell’alta finanza.
Per capire questo cambiamento basta guardare in casa nostra. C’è una differenza profonda tra la vecchia Fiat di Gianni Agnelli e la galassia che oggi fa capo a John Elkann. Per l’Avvocato, la Fiat era il cuore di tutto. Produrre auto in Italia non era solo un modo per fare soldi, ma anche uno strumento di potere, prestigio e presenza. L’auto era il prodotto centrale e la proprietà, nel bene e nel male, si identificava con la fabbrica. Se la Fiat andava bene, era tutta l’Italia industriale a sentirsi forte.
Oggi la prospettiva si è rovesciata. La proprietà non si identifica più con la fabbrica, ma segue una strategia diversa, fondata sulla gestione di holding, partecipazioni e asset finanziari, più che su un legame diretto con la produzione. Al centro non c’è più un’attività industriale, ma una struttura come Exor, una holding che controlla ambiti molto diversi tra loro. L’automobile non è più il baricentro identitario di un gruppo: è una quota di un portafoglio più ampio, dentro il quale convivono assicurazioni, editoria, sport, sanità, tecnologia e finanza.
Agnelli visitava gli stabilimenti, conosceva uomini, reparti, ritmi, conflitti. Elkann incarna un’altra fase del capitalismo — una forma di neocapitalismo in cui la proprietà industriale tradizionale lascia spazio al governo di partecipazioni, asset e strategie globali.
La differenza non è solo nell’approccio, ma anche nella cultura e nei criteri con cui vengono prese le decisioni.
Non è solo una questione di assetti societari. Sembra che acambiare sia proprio la figura di chi guida le imprese. Per lungo tempo, ai vertici delle grandi industrie c’erano profili legati al prodotto, alla tecnica, all’ingegneria, alla conoscenza diretta dei processi produttivi. In Italia questo modello ha assunto il più delle volte la forma delle grandi imprese familiari, in cui proprietà e impresa tendevano a coincidere, e il destino dell’azienda si intrecciava con quello di una famiglia, di una città, talvolta di unintero territorio. È una storia che attraversa tutta la nostra industrializzazione, da Pirelli a Milano a Fiat a Torino, da Olivetti a Ivrea fino ad Ansaldo e Falck nella stagione della grande industria del primo Novecento. In questi casi, con tutte le loro contraddizioni, chi decideva non governava soltanto capitale: governava anche un prodotto, una fabbrica, una comunità di lavoro.
Se il fine ultimo resta sempre quello di produrre profitto, ciò che cambia è il modo in cui quel profitto viene pensato e utilizzato. Un tempo il guadagno dell’auto tendeva a tornare dentro l’auto, era reinvestito nella produzione: nuovi modelli, nuovi impianti, nuova capacità produttiva. Oggi è più frequente che vengaspostato altrove, verso settori del tutto diversi, magari lontani non solo dal prodotto originario ma anche dal territorio che quella ricchezza ha generato. La fabbrica, in questo schema, diventa un bancomat per investimenti finanziari. E come ogni bancomat, conta finché eroga. Quando smette, sopraggiunge la tentazione di abbandonarlo.
Questo è il cuore della finanziarizzazione. Non significa semplicemente che esiste più finanza di prima, né che la finanza sia in sé un male. Senza credito, capitale, investitori e mercati molte imprese non nascerebbero, non crescerebbero, non esporterebbero, non innoverebbero. La finanza può essere uno strumento utile, persino indispensabile, quando accompagna lo sviluppo industriale, sostiene gli investimenti, aiuta la ricerca e rafforza la competitività di lungo periodo. Il problema nasce quando il rapporto si inverte. Quando non è più la finanza a servire l’industria, ma l’industria a servire la finanza.
È in quel momento che l’attenzione della proprietà si sposta dal prodotto alla borsa. Paradossalmente, non conta più se un’azienda costruisce bene, innova, forma competenze, conquista mercati. Conta anche, e spesso soprattutto, dove la proprietà decide di allocare le risorse generate o come appare agli investitori trimestre dopo trimestre. I mercati premiano margini rapidi, dividendi, riduzione dei costi fissi, alleggerimento del personale, riacquisti di azioni, bilanci capaci di trasmettere efficienza immediata. E spingono verso scelte di investimento che orientano il capitale verso attività più redditizie nel breve periodo, anche se lontane dal cuore industriale dell’impresa.
I vertici aziendali, di conseguenza, finiscono per privilegiare tutto ciò che migliora in fretta gli indicatori finanziari e a orientare gli investimenti in quella direzione, anche quando questo indebolisce la struttura produttiva. Si abbelliscono i numeri e si consuma la sostanza. Si cura l’immagine finanziaria e si lascia deperire il corpo industriale.
Può così accadere che un’azienda produca un oggetto eccellente e abbia ancora un marchio forte, ma che allo stesso tempo tagli la ricerca, rinvii gli investimenti, riduca la manutenzione, chiuda reparti, spinga sulle esternalizzazioni o alleggerisca il personale solo per risultare più appetibile agli occhi del mercato. Il bilancio sembra migliorare, il titolo magari sale, ma dentro la fabbrica cambia qualcosa di più profondo. Chi ci lavora — operai, tecnici, quadri intermedi — avverte una perdita progressiva di centralità. Diminuisce il coinvolgimento, si indebolisce il senso di appartenenza, le decisioni prese nei piani alti tengono sempre meno conto del lavoro concreto. A emergere è la percezione che la fabbrica non sia più il cuore dell’impresa.
Questa tendenza è ovviamente globale, non è una deriva solo nostrana. Negli Stati Uniti, casi molto diversi tra loro hanno mostrato lo stesso schema: Boeing, storico colosso dell’aeronautica civile, ha progressivamente spostato il baricentro dalle competenze ingegneristiche alla creazione di valore per gli azionisti, con effetti pesanti sulla qualità e sulla sicurezza dei prodotti; Toys “R” Us, catena internazionale di vendita di giocattoli, è stata schiacciata da un debito costruito su operazioni finanziarie più che da un calo della domanda; Sears, per decenni gigante della distribuzione commerciale americana, è stata progressivamente svuotata dei suoi asset mentre il modello commerciale veniva lasciato deteriorare.
A questo punto diventa evidente che il tema non è solo economico. È prima di tutto umano, sociale e, in ultima analisi, anche morale, perché riguarda il valore che si attribuisce al lavoro e alle persone. Se l’obiettivo principale diventa il valore in borsa a breve termine, il lavoro cambia natura agli occhi di chi governa l’impresa. Il lavoratore non è più una risorsa da far crescere, ma un costo da comprimere. E questo vale quasi a prescindere dalla sua bravura, dalla sua fedeltà, dalla qualità del suo operato. Il problema non è più cosa sa fare, ma quanto pesa nel conto economico.
Per lungo tempo è stato l’opposto. L’impresa industriale si pensava in modo diverso, anche nel rapporto con il lavoro. L’esperienza di Olivetti, per esempio, teneva insieme produzione, innovazione e attenzione alla persona: la fabbrica non era solo un luogo dove si generava profitto, ma anche uno spazio di crescita, formazione, cultura e comunità. Non era un modello perfetto né facilmente replicabile, ma indicava una direzione chiara: il lavoro come valore, non solo come costo.
Oggi il quadro è cambiato e gli effetti sono evidenti:precarizzazione, appalti e subappalti che spezzano la continuità del lavoro, esternalizzazioni che spostano fuori dall’impresa competenze decisive, riduzione della formazione interna, meno percorsi di carriera, meno trasmissione del sapere tecnico tra generazioni. Si indebolisce quel patto non scritto per cui entrare in fabbrica voleva dire anche entrare in una storia, costruirsi un mestiere, immaginare una stabilità.
C’era un tempo in cui il lavoro industriale prometteva fatica, certo, ma anche crescita, riconoscimento, pensione, continuità. Quel patto si è incrinato. Non solo per effetto delle crisi, delle guerre, della concorrenza globale, del costo dell’energia, delle nuove tecnologie o delle trasformazioni del commercio internazionale, che pure hanno avuto un peso enorme. Si è incrinato soprattutto perché, dentro questo quadro globalizzato e diffuso, la finanziarizzazione è diventata il criterio dominante con cui molte grandi imprese vengono governate.
E non è difficile capire perché. Fare industria è più faticoso. Richiede tempo, investimenti lunghi, competenze, assunzione di responsabilità, capacità di reggere il conflitto e di mantenere un legame con il lavoro e con il territorio. La finanza, al contrario, promette rendimenti più rapidi, maggiore mobilità, minori vincoli, la possibilità di spostare capitale dove conviene di più e quasi sempre più in fretta. In questo senso ha agito come una sirena: ha sedotto la proprietà con l’idea di un arricchimento più veloce e meno gravoso, allontanandola dalla pazienza industriale e dai suoi obblighi.
L’effetto più allarmante è che la ricchezza finanziaria non sostituisce la capacità di produrre. Quando il capitale smette di considerare centrale la fabbrica, non abbandona solo un luogo della produzione: abbandona una cultura del lavoro, una responsabilità verso chi produce, un’idea stessa di sviluppo fondata sul tempo lungo. Ed è qui che la questione economica torna a essere, inevitabilmente, preminentemente sociale e morale. Perché quando la fabbrica perde centralità, a indebolirsi non è soltanto l’impresa: è l’intero ecosistema umano, professionale e civile che attorno ad essa si era formato.
Il territorio paga un prezzo altissimo a questo spostamento. Non era solo una sede legale, ma il luogo dove l’industria metteva radici, dove il lavoro trasformava la materia in identità collettiva. Torino era la Fiat, Ivrea era Olivetti, Pomezia era la città dei suoi stabilimenti chimici. Dietro questi nomi non c’erano soltanto aziende: c’erano scuole tecniche, officine dell’indotto, quartieri, negozi, trasporti, professionalità, famiglie, lessici condivisi, una certa idea di futuro.
Quando quel legame si allenta, non si perde soltanto occupazione. Si impoverisce l’indotto, si svuotano le competenze, si indeboliscono gli istituti tecnici, si interrompe la filiera che formava operai specializzati, manutentori, progettisti, capi reparto. I giovani se ne vanno o non vedono più un orizzonte. Il commercio locale si contrae. I territori invecchiano. E insieme ai posti di lavoro evapora qualcosa di più difficile da contare: il senso di appartenenza a una comunità produttiva, l’orgoglio di contribuire a un’opera comune, l’idea che sviluppo e radicamento possano ancora stare nella stessa frase.
Per questo, se chiudere una fabbrica in Italia per aprirla altrove conviene agli azionisti, spesso lo si fa con una facilità che in passato sarebbe sembrata scandalosa. Non perché ieri il capitalismo fosse buono e oggi cattivo, ma perché ieri, almeno in alcuni grandi gruppi, esisteva ancora un vincolo più stretto tra proprietà, produzione e territorio. Oggi quel vincolo si è molto indebolito e forse non esiste nemmeno più. E quando il centro decisionale si sposta lontano dalla fabbrica, anche il costo umano della chiusura diventa più astratto. È una voce di bilancio, non più una ferita concreta.
Così accade che, invece di inseguire il motore del futuro, di rischiare su una tecnologia nuova, di costruire una filiera più avanzata, una parte crescente delle risorse venga assorbita da operazioni finanziarie, riorganizzazioni societarie, movimenti di capitale che producono rendimento, non capacità industriale. Nel frattempo la ricchezza prodotta tende sempre meno a ricadere verso il basso sotto forma di salari migliori, servizi, formazione o investimenti produttivi. Resta concentrata nei circuiti della finanza, mentre la parte manifatturiera viene tenuta in vita finché conviene.
Il rischio, alla fine, è che le industrie diventino gusci vuoti. Brand famosi che continuano a vendere prodotti ancora validi, ma che dentro non hanno più la stessa anima produttiva di un tempo. Resta il marchio, resta la pubblicità, resta — almeno per un po’ — anche il prodotto. Ma la forza industriale che lo ha generato si consuma in silenzio, come una fornace che nessuno alimenta più. E quando si spegne del tutto, accorgersene è già troppo tardi.
E a quel punto, insieme alla fabbrica, si spegne anche una parte di quel capitalismo che su quella forza industriale aveva costruito la propria solidità.




