di Leonardo Bagnasco
La politica italiana è entrata in una fase di attesa strategica, una sorta di surplace prima dello sprint. Nessuna delle due coalizioni può permettersi di prolungarlo troppo, ma nessuna, almeno per ora, sembra in grado di rompere lo stallo.
A destra, l’ascesa di Roberto Vannacci e di Futuro Nazionale sottrae consensi alla Lega e a Fratelli d’Italia e costringe Giorgia Meloni ad affrontare una scelta rinviata da mesi, decidendo se integrare il nuovo soggetto nella coalizione oppure lasciarlo fuori, con il rischio di presentarsi alle elezioni senza una quota di voti che potrebbe risultare decisiva.
Al centro, Forza Italia cerca un ruolo che non sia soltanto quello di comprimaria, mentre attorno al partito si muovono protagonisti e progetti ancora difficili da ricondurre a un disegno comune. Marina Berlusconi, sempre più influente sugli equilibri della forza politica fondata dal padre, l’imprevedibile Carlo Calenda, il funambolo Matteo Renzi e l’istituzionale Ernesto Maria Ruffini rappresentano profili molto diversi, accomunati però dallo stesso interrogativo. Esiste ancora lo spazio per costruire un’area centrista autonoma oppure, nel sistema attuale, l’unica possibilità è adattarsi a uno dei due poli?
A sinistra, infine, il campo largo sembra aver avviato il proprio cammino senza essersi liberato dei problemi di sempre. Qualunque sia il leader scelto dal centrosinistra, la coalizione dovrà fare i conti con le pressioni di chi, alla sua sinistra, la considera troppo moderata, con le proposte liberali che arrivano dall’area centrista e con una parte del proprio elettorato che continua a faticare nel riconoscersi in un’alleanza organica.
I numeri, ormai familiari a chi segue la cronaca politica di queste settimane, descrivono Futuro Nazionale in costante crescita, con punte vicine al 7% nelle rilevazioni più recenti. Il movimento di Roberto Vannacci supera stabilmente la Lega e continua a sottrarre consensi a Fratelli d’Italia. Il partito della premier resta il primo del Paese, ma attraversa la flessione più significativa dall’inizio della legislatura. Secondo alcune delle principali simulazioni, senza Futuro Nazionale il centrodestra scivolerebbe oggi dietro ai propri avversari, mentre un’alleanza allargata a Vannacci potrebbe restituirgli un vantaggio decisivo.
Anche la composizione dell’elettorato del movimento dell’ex generale merita attenzione. Una parte consistente dei suoi consensi proviene dalle fasce di reddito più basse e dai piccoli e medi Comuni del Centro-Nord, mentre circa un terzo arriverebbe dall’area dell’astensione. Vannacci, dunque, non si limita a redistribuire voti già presenti nel centrodestra, ma sembra riuscire anche a riportare alle urne una quota di elettori che aveva smesso di votare.
Secondo un recente sondaggio dell’Osservatorio Delphi, pubblicato in esclusiva da Fanpage, il 64% degli elettori di Futuro Nazionale sarebbe favorevole a un’alleanza con l’attuale centrodestra. Una disponibilità significativa emerge anche tra gli elettori di Fratelli d’Italia, dove raggiunge il 52%. Resistenze maggiori si registrano invece tra quelli di Lega, Forza Italia e Noi Moderati, sia pure per ragioni diverse e con intensità non uniformi.
Molto dipenderà da come verrà strutturata la nuova legge elettorale. Lo Stabilicum, oggi all’esame della Camera, sostituirebbe il Rosatellum con un sistema proporzionale corretto da un premio di governabilità, attribuendo ben 70 seggi alla Camera e 35 al Senato alla coalizione capace di superare una determinata soglia di consenso. Proprio la definizione di quella soglia sarà decisiva. Se restasse intorno al 42%, potrebbe riproporre le obiezioni già sollevate in passato nei confronti di meccanismi ritenuti eccessivamente distorsivi e, nello stesso tempo, rischierebbe di favorire la coalizione avversaria. Se invece fosse innalzata al 45% o oltre, per il centrodestra diventerebbe molto più difficile raggiungerla senza i voti di Futuro Nazionale.
La riforma offrirà quindi i primi indizi sugli equilibri futuri della coalizione.
Vannacci chiede pubblicamente il ritorno alle preferenze, una battaglia utile alla sua narrazione anti-casta ma probabilmente meno ai suoi interessi elettorali. Senza una classe dirigente radicata nei territori, infatti, i suoi candidati partirebbero svantaggiati rispetto a quelli dei partiti tradizionali.
A parole favorevole alle preferenze, nei fatti Vannacci avrebbe quindi più convenienza a mantenere le liste bloccate, che gli garantirebbero comunque un pacchetto di seggi attraverso il listino. Il segnale più importante da osservare non sarà allora l’improbabile introduzione delle preferenze, ma il modo in cui verrà sciolto il nodo della raccolta delle firme per Futuro Nazionale. Sarà quello, oltre alla soglia del premio di governabilità, a indicare se la porta del centrodestra si stia davvero aprendo.
Per ora Giorgia Meloni mantiene una posizione prudente. Accusa Vannacci di indebolire il centrodestra e di favorire indirettamente le opposizioni, mentre l’ex generale sostiene che nei suoi confronti si stia tentando di costruire un cordone sanitario simile a quello adottato in Germania contro AfD, tenuta fuori da ogni possibile alleanza dagli altri partiti. Al di là dello scontro, resta però un dato difficilmente aggirabile: se gli attuali rapporti di forza dovessero consolidarsi, per il centrodestra diventerebbe sempre più difficile raggiungere la maggioranza senza un accordo con Futuro Nazionale.
Una resistenza, peraltro sempre più debole, all’ingresso di Futuro Nazionale nel centrodestra arriva da Forza Italia. Antonio Tajani considera Vannacci un alleato difficile, sia per le sue posizioni sulla Russia e sul sostegno militare all’Ucraina, sia per una retorica identitaria dalla quale il partito preferisce mantenere le distanze, così da continuare a rappresentare l’anima moderata, popolare ed europeista della coalizione.
Nelle ultime settimane si è tornati a parlare anche di un possibile riposizionamento di Forza Italia su temi come il fine vita e lo iusscholae, una svolta che porterebbe la firma di Marina Berlusconi e che avrebbe l’obiettivo di rafforzare il profilo liberale del partito e riavvicinarlo alle principali forze del Partito Popolare Europeo.
Parallelamente riaffiora l’ipotesi di un nuovo soggetto centrista capace di riunire l’arcipelago moderato, coinvolgendo Noi Moderati, l’Udc e forse anche Azione e Italia Viva. Si tratta però di forze oggi molto distanti tra loro, che difficilmente riuscirebbero a convergere senza un catalizzatore eccezionalmente forte. In questo momento, l’unica figura che potrebbe davvero svolgere quella funzione sembra essere Marina Berlusconi, grazie al peso del nome, alla disponibilità di mezzi e alla capacità di attrazione che una sua discesa in campo eserciterebbe sull’intera area centrista. Anche questa, tuttavia, resta per ora un’ipotesi remota, più facile da immaginare come risposta a una sconfitta del centrodestra nel 2027 che come progetto politico imminente.
La fotografia più realistica è quindi quella di una Forza Italia attraversata da due sensibilità. Una componente minoritaria vorrebbe rafforzarne l’autonomia e l’identità centrista, anche in vista di future aggregazioni con altre forze liberali. La maggioranza del partito considera invece prioritario preservare l’alleanza con Fratelli d’Italia e continuare a esercitare il proprio peso all’interno dell’attuale maggioranza. Nessuna rottura appare oggi all’orizzonte, ma l’eventuale ingresso di Vannacci potrebbe diventare il passaggio destinato a chiarire definitivamente quale delle due linee finirà per prevalere.
Il problema per Forza Italia, del resto, non è la convivenza con la destra. Fu Silvio Berlusconi, nel 1994, a legittimare definitivamente la presenza della destra post-missina nell’area di governo. La novità è che oggi i rapporti di forza si sono capovolti. Allora Alleanza Nazionale era il partner minore di una coalizione guidata da Forza Italia; oggi sono i forzisti a occupare una posizione marginale in un centrodestra egemonizzato da Fratelli d’Italia e progressivamente spostato verso destra.
È una condizione molto diversa da quella dei principali partiti popolari europei, in particolare in Germania e in Francia, che hanno sempre cercato di mantenere una posizione centrale nel proprio schieramento, evitando di diventare la componente moderata di una coalizione guidata dalla destra nazionalista.
Mentre la destra sembra porsi meno interrogativi sulla propria identità e ragiona soprattutto in termini di rapporti di forza, il centrosinistra fatica ancora a trovare una cornice politica ben delineata e condivisa. Altrettanto irrisolta è la questione della leadership. I sondaggi alternano Schlein e Conte in testa alle preferenze degli elettori di centrosinistra, ma il dato più significativo è che in quasi tutte le rilevazioni, oltre la metà degli intervistati non riconosce in nessuno dei due il leader naturale della coalizione. Da qui nasce l’ipotesi di un nome terzo che possa superare il dualismo tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle.
Anche questa soluzione incontra però ostacoli evidenti. I 5 Stelle difficilmente rinuncerebbero a Conte senza una contropartita politica assai rilevante e una leadership non espressa dal Movimento renderebbe inevitabilmente meno saldo il loro legame con la coalizione. Sul versante opposto, nel Pd ogni candidatura, interna o esterna, rischia di riaprire la competizione tra correnti. La sindaca di Genova Silvia Salis viene talvolta indicata come possibile figura federatrice, soprattutto da chi scommette sul progressivo logoramento dei due leader principali, ma per ora resta poco più di una suggestione.
Il problema, oramai strutturale, del campo largo riguarda la trasferibilità dei consensi. Un candidato espresso dal Pd difficilmente riuscirebbe a raccogliere per intero i voti del Movimento 5 Stelle, e lo stesso varrebbe a parti invertite. La difficoltà emerge con particolare evidenza nell’elettorato storico del Movimento 5 Stelle. Una parte non marginale ha costruito per anni la propria identità politica in opposizione al Pd, indicato come il principale avversario e bersaglio di un linguaggio spesso durissimo. Espressioni come “pidioti” e l’uso politico del caso Bibbiano hanno lasciato una traccia che non può essere cancellata semplicemente con un accordo tra i gruppi dirigenti. Per molti elettori pentastellati, riconoscersi oggi in un’alleanza organica con il Partito democratico significa mettere in discussione una parte della propria storia politica. È una frattura culturale prima ancora che elettorale e contribuisce a spiegare perché una quota di quel mondo possa preferire l’astensione a un voto di coalizione vissuto come un tradimento delle origini.
A complicare il quadro interviene poi un tratto ricorrente della sinistra italiana, la tendenza a dividersi lungo il proprio confine più radicale. Le contestazioni che provengono da quell’area hanno spesso un peso nella narrazione pubblica superiore alla loro effettiva consistenza elettorale, ma riescono comunque a incrinare l’immagine di unità che la coalizione tenta di costruire. Un’altra incognita è rappresentata dal cosiddetto “popolo del referendum”, capace di mobilitarsi sulle battaglie identitarie o costituzionali, ma molto meno presente alle elezioni politiche, regionali e amministrative.
Rimane infine scoperto il rapporto con il ceto medio produttivo, che negli attuali protagonisti del campo largo fatica ancora a riconoscere un interlocutore credibile. È un vuoto che l’asse tra Schlein e Conte, almeno finora, non ha dimostrato di saper colmare.
È proprio in questo spazio rimasto scoperto, quello dell’elettorato moderato e riformista del centrosinistra o scontento del centrodestra, che si inserisce con il consueto tempismo Matteo Renzi. Da una posizione esterna ma tutt’altro che marginale, propone la sua “Casa Riformista” come approdo per chi non si riconosce né nel Movimento 5 Stelle né nella sinistra più radicale e come possibile cerniera tra il centro e il resto della coalizione.
Se si arrivasse a una vera convergenza sul nome, il metodo di legittimazione diventerebbe un problema secondario. Primarie aperte, primarie riservate agli iscritti o una consultazione dei territori sarebbero tutte soluzioni praticabili. Molto meno credibile sarebbe invece affidare al meccanismo di selezione il compito di risolvere ciò che i partiti non sono riusciti a decidere. La storia del Partito democratico dimostra che le procedure, da sole, non costruiscono una leadership quando manca un accordo politico forte e chiaro sul profilo da cercare.
La politica italiana si trova quindi in una fase di calma apparente. Come in un surplace prima della volata, le coalizioni sembrano ferme, ma in realtà si osservano, misurano le forze e cercano la posizione migliore da cui partire. È in questa fase che si deciderà chi arriverà allo sprint con un vantaggio e chi rischierà invece di restare chiuso nella strategia degli avversari.
Le scelte più probabili cominciano ogni giorno che passa a delinearsi. La destra, pur di non perdere, finirà per imbarcare la propria serpe in seno. Forza Italia difficilmente romperà l’alleanza e continuerà a cercare spazio al suo interno, anche a costo di diventare sempre meno determinante. Il centrosinistra proverà invece ad affidarsi a una figura terza, capace di federare culture politiche diverse, di riaprire un dialogo con l’elettorato moderato e soprattutto di trasformare la coalizione in qualcosa di più della semplice somma delle sue componenti.
Su questi equilibri potrà incidere anche l’esito delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, rafforzando o indebolendo la spinta identitaria che attraversa le democrazie occidentali e della quale Vannacci rappresenta una delle espressioni italiane.
Alle prossime politiche potrebbe dunque non vincere la coalizione più ampia, ma quella capace di presentare il progetto più coerente e comprensibile. Si confronteranno una destra pronta ad allargare i propri confini pur di restare al governo, un centro ancora costretto a scegliere da che parte stare e una sinistra che, se non riuscirà a trasformare l’alleanza in una vera sintesi politica ed elettorale, rischierà ancora una volta di restare maggioranza cartacea.




