Di Tommaso Claudio Corvatta
Le Case di comunità rappresentano uno dei pilastri della riforma dell’assistenza territoriale finanziata dal PNRR. Nelle intenzioni avrebbero dovuto avvicinare la sanità ai cittadini, alleggerire il sovraffollamento dei Pronto Soccorso e offrire una presa in carico più completa, anche sul piano sociale. Ma la realtà che molti medici di medicina generale vivono quotidianamente appare molto diversa.
Il primo problema è probabilmente il più importante: non è mai stato definito con chiarezza quale debba essere il ruolo concreto delle Case di comunità. Nel tempo sono state presentate come strutture destinate a ridurre gli accessi impropri ai Pronto Soccorso, come luoghi in cui integrare assistenza sanitaria e servizi sociali, oppure come sedi in grado di garantire la presenza di un medico di medicina generale per molte ore al giorno, fino a ipotizzare una copertura H24. Tuttavia, a queste dichiarazioni non è mai corrisposta una progettualità precisa, accompagnata dagli strumenti, dalle competenze professionali e dal personale necessari per raggiungere tali obiettivi.
Anche i medici di medicina generale non hanno mai ricevuto indicazioni operative realmente chiare sul ruolo che dovrebbero svolgere all’interno di queste strutture. Non sorprende quindi che la richiesta di dedicare parte del proprio orario di lavoro alle Case di comunità venga percepita con forte disagio.
Il motivo è semplice. Ogni ora trascorsa nella Casa di comunità è un’ora sottratta ai propri assistiti. Il medico di famiglia viene chiamato a visitare pazienti che spesso non conosce, dei quali non seguirà l’evoluzione clinica e ai quali, inevitabilmente, può offrire una risposta meno appropriata rispetto a quella che potrebbe garantire il loro medico curante. È difficile non chiedersi quale sia il reale beneficio per il cittadino. Il rischio è quello di sostituire una medicina di prossimità, basata sulla conoscenza della persona e della sua storia clinica, con un’assistenza più frammentata e impersonale.
A questo si aggiunge un evidente problema numerico. Le Case di comunità previste sul territorio nazionale sono 1.156, a fronte di oltre 8.000 comuni italiani. Ciò significa che più di 7.000 comuni ne resteranno privi. Nelle aree interne e periferiche questo può tradursi in una riduzione dell’assistenza locale. Se un medico viene distolto per alcune ore dal proprio ambulatorio per coprire il servizio nella Casa di comunità di un centro più grande, i cittadini del comune di provenienza perdono, almeno temporaneamente, il loro unico presidio sanitario.
Immaginiamo, ad esempio, una persona che si senta male in un comune montano come Visso. Potrebbe trovarsi costretta a raggiungere la Casa di comunità di Camerino, sperando di trovare il proprio medico e non un professionista che non conosce la sua storia clinica. Dovrebbe inoltre confidare che quella struttura disponga realmente di infermieri, attrezzature diagnostiche e competenze multidisciplinari tali da offrire un’alternativa concreta al Pronto Soccorso. In caso contrario, la scelta più probabile continuerà a essere quella di recarsi direttamente in ospedale.
Il secondo grande limite riguarda il personale. In molte realtà le Case di comunità sono state inaugurate senza nuove assunzioni significative. In alcune regioni, perfino in Toscana, indicata spesso come modello organizzativo, non mancano segnalazioni di strutture che faticano a funzionare proprio per la carenza di operatori. Si ha l’impressione di aver inaugurato edifici prima ancora di renderli realmente operativi.
Nelle Marche, come in molte altre realtà, il personale è stato reperito soprattutto spostando professionisti già presenti in altri servizi. Alcuni specialisti sono stati trasferiti dai poliambulatori, mentre gli infermieri sono stati formati attingendo agli organici esistenti. Anche in questo caso non si è rafforzato il sistema sanitario: si sono semplicemente redistribuite risorse già insufficienti. E degli assistenti sociali, spesso indicati come elemento fondamentale delle Case di comunità, nella pratica si vede ancora ben poco.
Per i medici di medicina generale la situazione è resa ancora più complessa dal nuovo assetto contrattuale. Con il principale sindacato di categoria è stato concordato un impegno di sei ore settimanali nelle Case di comunità. Altri sindacati hanno scelto di non sottoscrivere tale accordo. Parallelamente, i nuovi medici che entrano nella medicina generale sono chiamati, secondo il nuovo contratto, a garantire anche la copertura dei turni notturni.
Questo rischia di rendere la professione sempre meno attrattiva. A differenza dei medici ospedalieri, che dopo il turno notturno possono usufruire del riposo previsto dalla normativa, il medico di famiglia resta comunque responsabile dei propri assistiti. Se non è lui a visitarli, saranno altri colleghi a farlo, inevitabilmente senza la stessa conoscenza del paziente.
I primi effetti sono già visibili. Nell’ultima assegnazione regionale, circa 80 posti per la formazione in medicina generale sono rimasti vacanti. Un segnale che non può essere ignorato e che potrebbe rappresentare soltanto l’inizio di una crisi ben più profonda.
Le Case di comunità rischiano così un duplice paradosso: da una parte assorbono professionisti sottraendoli ai territori e ad altri servizi; dall’altra faticano comunque a trovare personale sufficiente per funzionare a pieno regime. Il rischio concreto è quello di ritrovarsi con strutture moderne, costose e sottoutilizzate.
Eppure un’alternativa sarebbe stata possibile. Prima di costruire gli edifici si sarebbe dovuto definire con precisione il progetto organizzativo e prevedere un adeguato piano di assunzioni. Anche le sei ore richieste ai medici di medicina generale avrebbero potuto essere valorizzate diversamente, destinandole a programmi strutturati di prevenzione e screening della popolazione. Sarebbe stato un investimento capace di produrre benefici concreti per i cittadini e di motivare gli stessi professionisti.
La sanità territoriale ha certamente bisogno di essere rafforzata. Ma perché una riforma funzioni non bastano gli edifici. Servono persone, risorse, organizzazione e una visione chiara. Senza questi elementi, il rischio è che le Case di comunità restino soprattutto un simbolo: strutture inaugurate con grandi aspettative, ma incapaci di offrire le risposte che cittadini e operatori sanitari attendono.




