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L’Italia guarda sempre più a destra: dall’equilibrio repubblicano all’estremismo di Vannacci

di Leonardo Bagnasco

Nel fine settimana appena trascorso, all’Auditorium della Conciliazione di Roma si è svolta l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, il partito guidato dall’ex generale Roberto Vannacci. Millesettecento delegati si sono riuniti per due giorni; almeno uno su quattro è un sindaco o un assessore comunale.

L’assemblea ha approvato un’unica mozione di diverse decine di pagine, destinata a diventare il programma del nuovo partito. Tra i punti centrali figura la “remigrazione”: l’allontanamento anche di migranti che non abbiano commesso reati, ma siano ritenuti non compatibili con la cultura nazionale. A questa si affiancano la riduzione a zero dei flussi migratori in ingresso, la revoca della cittadinanza in determinati casi, la revisione del rapporto con l’Unione europea e con l’euro, il superamento del Green Deal e la fine del sostegno militare italiano all’Ucraina.

Anche l’organizzazione interna di Futuro Nazionale è costruita attorno a un potere fortemente personale. Fatta eccezione per la composizione dell’assemblea, tutte le principali decisioni spettano direttamente al presidente, che nomina e può revocare in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione gli organi di garanzia, i dirigenti e i componenti dell’esecutivo del partito.

A definire ulteriormente il profilo politico della nuova compagine contribuiscono le posizioni espresse negli ultimi anni dallo stesso Vannacci: gli omosessuali descritti come non “normali”, Paola Egonu considerata non rappresentativa “somaticamente” dell’italianità, la proposta di classi separate per gli studenti con disabilità e l’affermazione secondo cui il femminicidio non esisterebbe come fenomeno specifico.

Affermazioni discriminatorie che, fino a pochi anni fa, sarebbero state difficilmente pronunciabili da un protagonista della politica nazionale e che oggi diventano il patrimonio identitario di una formazione accreditata dai sondaggi di un consenso potenziale significativo e di un possibile ruolo decisivo nelle prossime elezioni politiche.

Per capire come siamo arrivati a questa “destra destra”, ancora più a destra del governo Meloni e già presente alla Camera con otto deputati, abbiamo provato a ricostruire il percorso compiuto dalla politica italiana negli ultimi ottant’anni. Abbiamo quindi costruito una scala culturale e valoriale che va da −5, corrispondente all’estrema sinistra, a +5, corrispondente all’estrema destra, applicandola ai principali partiti della storia repubblicana. I punteggi sono stati attribuiti incrociando quattro elementi: i programmi e le ideologie dichiarate, la collocazione internazionale, la letteratura politologica e l’evoluzione storica documentata di ciascuna forza politica.

Si tratta naturalmente di valutazioni soggettive e interpretative, non di una misurazione scientifica. Abbiamo però cercato di applicare criteri omogenei lungo l’intera serie storica, in modo da rendere confrontabili partiti e fasi politiche molto differenti tra loro.

Qualche esempio aiuta a comprendere il funzionamento della scala e il modo in cui abbiamo valutato le trasformazioni dei partiti nel tempo. Il PCI del 1946, marxista-leninista e strettamente legato all’Unione Sovietica, è stato collocato a −4,5. Con Berlinguer e l’eurocomunismo si avvicina progressivamente al centro; un percorso proseguito con il PDS e poi con il Partito Democratico, valutato oggi intorno a −2.

La Democrazia Cristiana occupava invece l’area centrale, ma riuniva al proprio interno componenti molto diverse: intorno a −0,3 quelle più sociali e aperte al centrosinistra o al confronto con il PCI, riconducibili in fasi differenti a Moro, Fanfani e Zaccagnini; sopra +1 le aree più moderate e conservatrici, come quella andreottiana e una parte del composito mondo doroteo.

Di segno diverso è il percorso della destra post-fascista. Il MSI del 1946, nato dall’esperienza politica dei reduci della Repubblica sociale italiana e legato alla continuità con il fascismo, è stato valutato a +4,5. Con la svolta di Fiuggi, Alleanza Nazionale si sposta verso posizioni più moderate, fino a circa +2,6; Fratelli d’Italia torna successivamente a occupare uno spazio più marcatamente identitario e conservatore, collocandosi a +3,5.

Anche la Lega cambia profondamente natura, passando dal regionalismo e dal federalismo della Lega Nord, valutata a +1,5, al nazionalismo identitario della leadership di Matteo Salvini, oggi collocato intorno a +4. Forza Italia, al momento della sua nascita nel 1994, è stata invece valutata a +1,6: un partito di centrodestra liberale, moderato, atlantista ed europeista, ben distinto dalla destra post-fascista.

Il Movimento 5 Stelle segue una traiettoria molto più irregolare, ed è anche il caso che meglio mostra i limiti di una scala sintetica come la nostra. Nasce nel 2013 come movimento post-ideologico, né di destra né di sinistra nella sua stessa autodefinizione, ma con posizioni eterogenee in cui prevalgono temi storicamente di area progressista, dall’ambientalismo alla critica ai partiti tradizionali. Con il governo Conte I e l’alleanza con la Lega si sposta nettamente verso destra, assecondando l’impostazione securitaria del Carroccio sui temi dell’immigrazione. Negli anni successivi, sotto la guida di Giuseppe Conte, il movimento torna sui propri passi e arriva a posizionarsi, su singoli temi come il reddito di cittadinanza, la difesa delle politiche redistributive e la maggiore prudenza sull’invio di armi all’Ucraina, più a sinistra dello stesso Partito Democratico. Resta tuttavia un partito senza una collocazione ideologica stabile nel tempo, ed è proprio questa instabilità — più che una coerente appartenenza di campo — il tratto che lo caratterizza.

Nel complesso, il grafico restituisce una traiettoria abbastanza chiara. La linea rossa più marcata sintetizza l’andamento generale delle principali forze presenti in Parlamento. Per molti decenni il sistema politico italiano si muove all’interno di un equilibrio relativamente stabile, segnato anche dal progressivo avvicinamento al centro di alcune grandi culture politiche del Novecento. Dall’inizio degli anni Duemila, però, la tendenza cambia più nettamente direzione e si orienta verso destra.

La linea di tendenza non significa che tutti i partiti si siano mossi nello stesso modo o con la stessa intensità. Indica però che, considerati nel loro insieme, i principali soggetti della rappresentanza parlamentare occupano oggi uno spazio mediamente più a destra rispetto a quello di alcuni decenni fa.

La posizione dei singoli partiti racconta però soltanto una parte della storia. Per capire quale orientamento abbia guidato concretamente il Paese, abbiamo quindi ricostruito il baricentro ideologico di tutti i governi italiani dal 1946 a oggi.

Il grafico propone una rappresentazione sintetica e necessariamente interpretativa di questa evoluzione. Il punteggio di ciascun esecutivo è stato calcolato ponderando la posizione delle forze che lo sostenevano in base alla loro consistenza parlamentare e al peso assunto nella compagine ministeriale. Nei casi di governi di minoranza sono stati considerati anche gli appoggi esterni indispensabili per ottenere o mantenere la fiducia.

Questa ponderazione è essenziale, perché un governo non coincide con la semplice media aritmetica dei partiti che lo compongono, ma riflette i loro differenti pesi politici. Il governo Tambroni del 1960, per esempio, era formalmente un monocolore democristiano, ma ottenne la fiducia grazie al sostegno determinante del MSI. Tenendo conto di quell’appoggio, il suo baricentro raggiunge +2,1 sulla nostra scala, il valore più elevato attribuito a un esecutivo della Prima Repubblica. L’esperienza durò soltanto pochi mesi e si concluse dopo le proteste scoppiate a Genova e poi estese ad altre città italiane.

Nei primi quarant’anni della Repubblica, il baricentro dei governi rimase relativamente stabile. Non perché il sistema politico fosse privo di forze radicali, ma perché la Democrazia cristiana occupava saldamente il centro e la logica della Guerra fredda teneva fuori dall’esecutivo sia il PCI sia il MSI. La cosiddetta conventio ad excludendum impediva ai comunisti di accedere al governo nazionale, mentre la destra neofascista rimaneva isolata ai margini dell’arco costituzionale.

La DC governava attraverso alleanze variabili con i partiti laici e, dagli anni Sessanta, con il PSI. L’ingresso dei socialisti nei governi allargò la base politica della maggioranza e accompagnò una stagione di riforme sociali e civili, senza mettere in discussione la centralità democristiana.

Una fase particolare si aprì dopo le elezioni del 1976, con i governi di solidarietà nazionale guidati da Giulio Andreotti. Il PCI non entrò formalmente nell’esecutivo, ma ne consentì la nascita prima con l’astensione e poi con il sostegno parlamentare, in una stagione segnata dalla crisi economica, dal terrorismo e dall’emergenza istituzionale. Pur essendo guidati da un esponente della componente conservatrice della DC, quei governi furono condizionati dal peso dei comunisti e adottarono anche importanti provvedimenti di carattere sociale. Per questo sono stati collocati a −0,9 sulla nostra scala. L’esperienza si concluse nel 1979 con il ritorno del PCI all’opposizione e l’avvio, per Berlinguer, della ricerca di una strada politica diversa.

Negli anni Ottanta il Pentapartito, formato da DC, PSI, PSDI, PRI e PLI, riportò il sistema verso un equilibrio centrista. Prima Spadolini e poi Craxi interruppero il monopolio democristiano sulla guida del governo, senza modificare la struttura di fondo della maggioranza: sulla nostra scala, gli esecutivi di quella fase oscillano tra −0,2 e +0,5. Era un sistema fondato su partiti ancora fortemente radicati, ma ormai esposto alla crisi della rappresentanza, alla crescita del debito pubblico e al deterioramento del rapporto con l’opinione pubblica.

Tangentopoli e la fine dei grandi partiti della Prima Repubblica spezzarono quell’equilibrio. Non fu soltanto un ricambio di sigle e dirigenti, ma una trasformazione profonda dell’intero sistema politico.

Silvio Berlusconi entrò in politica nel 1994 con Forza Italia e costruì una coalizione inedita: al Nord con la Lega federale di Umberto Bossi, nel Centro-Sud con il MSI-Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini. Per la prima volta nella storia repubblicana, una forza erede diretta del neofascismo, seppure già avviata verso la trasformazione di Fiuggi, entrò apertamente e organicamente nella maggioranza, assumendo responsabilità ministeriali.

Il primo governo Berlusconi durò soltanto sette mesi, ma creò un precedente decisivo. L’alleanza tra Forza Italia, liberale ed europeista, e forze collocate più a destra divenne la struttura permanente del nuovo centrodestra: da quel momento la presenza della destra post-fascista nelle coalizioni di governo entrò stabilmente nella normalità del sistema politico italiano. Anche il conflitto di interessi tra il ruolo di presidente del Consiglio e la proprietà di un grande gruppo televisivo si impose nel dibattito pubblico, senza trovare una soluzione strutturale.

Il centrosinistra vinse le elezioni del 1996 con l’Ulivo. Il governo Prodi nacque con l’appoggio esterno di Rifondazione comunista e con una maggioranza fragile; cadde nel 1998, quando il partito di Fausto Bertinotti ritirò il sostegno. Gli succedette Massimo D’Alema, alla guida di una maggioranza riorganizzata attorno all’Ulivo, al Partito dei Comunisti Italiani e all’UDR, alla quale si aggiunsero successivamente anche I Democratici di Romano Prodi e Arturo Parisi.

Nel 2001 Berlusconi tornò al governo con una coalizione più compatta, formata da Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega e forze centriste. Si aprì così la fase più lunga del ciclo berlusconiano, che consolidò il centrodestra come forza di governo e rese stabile l’alleanza tra la componente moderata e quella più marcatamente di destra.

Il centrosinistra tornò al potere nel 2006 con il secondo governo Prodi, sostenuto da una coalizione molto ampia e da una maggioranza minima al Senato. Le tensioni interne ne limitarono l’azione e portarono alla caduta dell’esecutivo nel 2008. Le elezioni successive riportarono Berlusconi a Palazzo Chigi con una netta maggioranza parlamentare.

In questa alternanza emerse una debolezza strutturale: il centrosinistra riusciva a costruire coalizioni elettorali larghe, ma le teneva insieme con accordi di vertice che si sfaldavano alla prima prova di governo. La maggiore coesione del centrodestra finì così per diventare uno dei suoi principali vantaggi politici.

Matteo Salvini assunse la guida della Lega Nord nel 2013 e ne cambiò rapidamente la natura. Il partito abbandonò progressivamente il profilo regionalista e federalista per trasformarsi in una forza nazionale, identitaria e securitaria, facendo dell’immigrazione il principale terreno di mobilitazione politica, assumendo posizioni critiche verso l’euro e sviluppando un orientamento sempre più vicino alla Russia di Vladimir Putin.

Le elezioni del 2018 consegnarono un ruolo centrale al Movimento 5 Stelle, primo partito, e alla Lega, divenuta la forza dominante del centrodestra. I due partiti raggiunsero un accordo e diedero vita al governo Conte I. L’alleanza tra il populismo del M5S e il nazionalismo identitario di Salvini impresse all’esecutivo una linea particolarmente netta: decreti sicurezza, politica dei porti chiusi e scontro con le organizzazioni non governative divennero elementi centrali dell’azione di governo, mentre il Movimento 5 Stelle assecondò in larga parte l’impostazione della Lega.

Quell’esperienza segnò un passaggio decisivo: posizioni fino ad allora collocate ai margini del confronto politico entrarono pienamente nelle politiche dello Stato e nel linguaggio pubblico.

Il governo Conte I cadde nell’agosto 2019, quando Salvini ritirò l’appoggio della Lega nel tentativo, fallito, di andare al voto anticipato. Il Movimento 5 Stelle scelse invece di proseguire la legislatura in una maggioranza opposta, con il Partito Democratico e la sinistra di Liberi e Uguali. Nacque così il Conte II, che restò in carica fino al gennaio 2021: il governo che meglio mostra la traiettoria irregolare del M5S descritta in apertura, con un baricentro della coalizione che si sposta a −0,9, il valore più a sinistra dopo il secondo governo Prodi.

Il governo Draghi, in carica dal febbraio 2021 all’ottobre 2022, fu sostenuto da quasi tutto l’arco parlamentare, con la sola opposizione di Fratelli d’Italia. Gestì la ripresa dopo la pandemia e l’avvio del PNRR, ma lasciò proprio a FdI lo spazio per raccogliere il malcontento e presentarsi alle elezioni del 2022 come unica vera alternativa. La vittoria di Giorgia Meloni aprì così una nuova fase nella storia della destra italiana.

Il governo Meloni rappresenta, finora, il punto più avanzato dello spostamento a destra registrato nella storia repubblicana. La differenza rispetto al primo esecutivo Berlusconi del 1994 risiede soprattutto nei rapporti di forza interni alla coalizione: allora Forza Italia era il partito dominante e Alleanza Nazionale occupava una posizione subordinata; oggi è Fratelli d’Italia a guidare il governo e a dettarne la linea, mentre Forza Italia costituisce la componente più moderata ma politicamente e numericamente minoritaria.

Fratelli d’Italia conserva un legame simbolico e politico con la tradizione missina, e al governo ha scelto di collocarsi senza ambiguità nel perimetro istituzionale euro-atlantico: sostegno all’invio di armi all’Ucraina, rapporti regolari con le istituzioni di Bruxelles, nessuna rottura con la NATO. È una collocazione che riguarda però la politica estera e i vincoli di sistema, non il posizionamento valoriale e culturale che la nostra scala intende misurare. Su quel piano, infatti, Meloni non ha moderato la direzione dell’esecutivo rispetto alla campagna elettorale, ma l’ha confermata: centralità della famiglia tradizionale, opposizione a nuovi avanzamenti sui diritti civili, linea dura verso le ONG, politiche migratorie più restrittive e un’impostazione securitaria fondata anche sull’inasprimento delle pene e sull’introduzione di nuove fattispecie di reato. Le due collocazioni — quella geopolitica e quella valoriale — non vanno confuse; è proprio questa distinzione a spiegare perché un governo pienamente legittimato sul piano internazionale possa comunque rappresentare, sulla nostra scala, il punto più a destra della storia repubblicana.

La nascita di Futuro Nazionale apre ora una competizione alla destra della coalizione e spinge Fratelli d’Italia a difendere uno spazio politico che, fino a poco tempo fa, sembrava occupare senza rivali.

Roberto Vannacci entra nel dibattito pubblico nel 2023 con Il mondo al contrario, trasformando rapidamente la notorietà personale in consenso politico. Nel 2024 viene eletto al Parlamento europeo nelle liste della Lega con oltre mezzo milione di preferenze e diventa uno dei principali volti del partito, sedendo nel gruppo dei Patrioti per l’Europa.

L’intesa con Salvini, però, dura meno di due anni. Nel febbraio 2026 Vannacci lascia la Lega e fonda Futuro Nazionale, presentandosi come interprete di una destra più radicale e insofferente ai compromessi dell’azione di governo. Il gruppo dei Patrioti ne decreta contestualmente l’espulsione: Vannacci aderisce così all’Europa delle Nazioni Sovrane, la formazione più a destra dell’intero Parlamento europeo, fondata dall’Alternative für Deutschland tedesca.

Non è soltanto un dettaglio procedurale. A livello europeo, quella collocazione è già un fatto acquisito, scritto nei registri del Parlamento. A livello nazionale, invece, l’influenza di Vannacci si misura ancora soprattutto in sondaggi e dichiarazioni; Futuro Nazionale non è al governo, e le sue posizioni più radicali non hanno ancora dovuto misurarsi con la prova di un’azione di governo concreta. Certo è che la crescita di Vannacci ha costretto comunque Giorgia Meloni a presidiare con maggiore decisione lo spazio della “vera destra”. La presidente del Consiglio marca posizioni più nette nella narrazione politica e nella comunicazione pubblica, rinsaldando i riferimenti identitari della propria parte.

L’azione concreta del governo resta tuttavia delimitata dai rapporti con l’Unione europea, dalla collocazione nella NATO, dagli equilibri internazionali e dalla necessità di mantenere la fiducia dei mercati. Si accentua così la distanza tra una retorica che cerca di non lasciare terreno a Futuro Nazionale e una politica necessariamente più prudente.

È questo l’ultimo passaggio della traiettoria descritta dal nostro grafico. Dopo le oscillazioni relativamente contenute della Prima Repubblica, il baricentro dei governi si orienta più decisamente verso destra con la nascita del sistema bipolare e soprattutto negli ultimi anni. Il percorso non è lineare e i singoli valori hanno inevitabilmente una componente interpretativa, ma è l’intera sequenza storica, più del singolo punteggio, a mostrare lo spostamento complessivo del terreno politico.

Questo processo modifica anche il significato politico del “centro”. È il meccanismo comunemente descritto attraverso la finestra di Overton: un’idea nasce come tabù, poi diventa argomento di discussione in circoli ristretti, poi opzione legittima nel confronto pubblico, infine proposta condivisa da una parte consistente dell’opinione pubblica e, talvolta, tradotta in legge. Posizioni un tempo considerate radicali entrano così, passo dopo passo, nel discorso pubblico e nell’azione di governo; ciò che ieri appariva estremo viene normalizzato, mentre idee precedentemente centrali finiscono per essere percepite come più moderate e al limite anche di sinistra.

Berlusconi, a lungo percepito come il simbolo della rottura con il precedente equilibrio repubblicano, viene oggi ricordato come il volto moderato del centrodestra. Salvini, protagonista della stagione dei porti chiusi, è a sua volta sfidato da una formazione che lo considera non abbastanza radicale. La nascita di Futuro Nazionale mostra quindi che la tendenza non si è arrestata: all’interno della destra è già iniziata una nuova competizione per occupare lo spazio più estremo.

Mentre il terreno politico si sposta verso destra, al centrosinistra sembra mancare qualcosa di più profondo di una buona strategia elettorale. Manca, si potrebbe dire, un’idea di Paese capace di generare appartenenza, fiducia e mobilitazione, non soltanto la critica agli avversari — la differenza, per intendersi, tra proporre un futuro e limitarsi a denunciare un presente che non piace.

Il problema, in altre parole, non è più soltanto tenere insieme una coalizione di governo, come negli anni di Prodi e D’Alema. Oggi il centrosinistra ha perso il radicamento nei luoghi della vita quotidiana e dispone di meno spazi di aggregazione rispetto al passato; per questo fatica a parlare ai ceti popolari, che restano l’elettorato decisivo fuori dalle grandi città. La destra, nel frattempo, sembra aver occupato quello spazio con messaggi semplici, identitari ed emotivamente efficaci, mentre la sinistra ricorre spesso a un linguaggio più tecnico, rivolto soprattutto ai settori più istruiti e politicizzati della società. Ne deriverebbe una geografia rovesciata rispetto al Novecento: il centrosinistra sempre più presente nei centri urbani, sempre meno nelle periferie e nella provincia.

Anche questo squilibrio contribuisce a spiegare la trasformazione che la nostra analisi ha cercato di rendere visibile e in qualche modo misurabile. I singoli punteggi possono essere discussi, ma la traiettoria complessiva difficilmente consente interpretazioni diverse: negli ultimi decenni il baricentro politico italiano si è spostato strutturalmente verso destra. Il governo attuale è il più a destra della storia repubblicana e Futuro Nazionale prova oggi a spingere questa tendenza ancora oltre.

La storia italiana insegna che le derive autoritarie non iniziano necessariamente con una rottura improvvisa. Possono avanzare attraverso lo stesso meccanismo descritto in precedenza — uno spostamento progressivo di ciò che appare accettabile — insieme alla delegittimazione delle istituzioni di garanzia e alla costruzione di nemici interni ed esterni ai quali attribuire paure e difficoltà collettive.

Vannacci non è Mussolini e l’Italia di oggi dispone di istituzioni democratiche, vincoli europei e anticorpi sociali molto più solidi rispetto a quelli degli anni Venti. Il rischio non consiste nella ripetizione identica del passato, ma nell’assuefazione: accettare, un passaggio alla volta, che discriminazione, esclusione e autoritarismo diventino strumenti ordinari della competizione politica.

Proprio per questo, però, l’esito di questa traiettoria non è scritto in anticipo. La storia che abbiamo ricostruito non racconta un destino, ma una somma di scelte politiche concrete — alleanze, leadership, errori, occasioni mancate. Tra queste scelte rientra anche quella che il centrosinistra non ha ancora compiuto. Tornare a essere, prima che un’alternativa di governo, un’alternativa culturale credibile, capace di intercettare lo stesso bisogno di appartenenza e di futuro che oggi la destra raccoglie quasi senza concorrenti.

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