Quando si parla di consumi di sostanze e di dipendenze tra i giovani – ma il ragionamento vale anche per molte altre forme di addiction – il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sulle conseguenze: lo spaccio, il consumo di droga, le piazze dello sballo, la sicurezza persona e urbana. Sono temi importanti, naturalmente. Ma intervengono quando il problema è già emerso, spesso dopo anni di vulnerabilità, esposizione ai fattori di rischio e occasioni mancate di prevenzione. Esiste invece una domanda scomoda ma decisiva: che cosa possiamo costruire prima che un ragazzo o una ragazza senta il bisogno di cercare nel “bosco” ciò che non ha trovato altrove?
È una domanda che attraversa da sempre il lavoro di Simone Feder, educatore e psicologo, da anni impegnato presso la Comunità Casa del Giovane di Pavia, dove coordina l’Area Giovani e Dipendenze. Già giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, da oltre trent’anni opera nei contesti della marginalità sociale, affiancando giovani e persone in condizioni di estrema fragilità. Tra i luoghi che più hanno segnato il suo percorso vi è il bosco di Rogoredo, a Milano, per lungo tempo una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa e simbolo delle nuove dipendenze e dell’esclusione sociale.
Chi conosce il suo lavoro sa che Feder non parte mai dalla sostanza. Parte dalla persona. È una differenza sostanziale. La droga, infatti, raramente rappresenta il problema originario. Più spesso costituisce una risposta, certamente distruttiva, a bisogni profondi: appartenenza, riconoscimento, identità, emozioni, significato. Per questo Feder invita a cambiare prospettiva.
I giovani non cercano semplicemente emozioni forti. Cercano esperienze capaci di farli sentire intensamente vivi. Quando queste esperienze non trovano spazio nella realtà, di tutti i giorni, il rischio è che vengano cercate attraverso scorciatoie che promettono intensità ma producono dipendenza, sofferenza e, troppo spesso, distruzione. Questa distinzione cambia tutto.
Noi adulti, me compreso, abbiamo spesso interpretato il desiderio di intensità delle nuove generazioni come un problema da contenere, anziché come una straordinaria energia educativa da orientare.
Lo sport vissuto in prima persona, il volontariato, la musica, il teatro, l’impegno civile, il contatto con il mare, la montagna e la natura, la tutela dell’ambiente, l’arte, i viaggi, la cittadinanza attiva, le esperienze di servizio e di comunità non sono semplici passatempi. Sono occasioni nelle quali un giovane sperimenta fatica, responsabilità, appartenenza, competenza, relazioni autentiche e scoperta di sé. In una parola, costruisce il proprio significato. In altre parole, può trovare ciò che molte sostanze promettono artificialmente ma non saranno mai in grado di mantenere.
Da decenni la psicologia dello sviluppo ci ricorda che l’adolescenza non è soltanto l’età del rischio. È soprattutto l’età della ricerca di senso.
Se questa ricerca incontra il vuoto, la superficialità, l’isolamento o l’effimero, aumentano le probabilità che quel bisogno venga soddisfatto attraverso scorciatoie capaci di offrire sollievo immediato ma spesso gravide di conseguenze. Se invece incontra adulti credibili, relazioni significative, comunità vive e opportunità concrete di crescita, quella stessa energia può trasformarsi in autonomia, responsabilità e futuro. Per questo alcuni studiosi della prevenzione parlano della necessità di offrire ai giovani una “casa”. Non un edificio, ma un luogo relazionale: uno spazio in cui sentirsi riconosciuti, accolti, ascoltati e accompagnati, nel quale sperimentare appartenenza, fiducia e significato.
Una casa è il posto dove una persona si sente riconosciuta prima ancora che giudicata. Dove può raccontare le proprie fragilità senza essere identificata esclusivamente con i propri errori. Dove qualcuno continua a credere nelle sue possibilità anche quando lei stessa ha smesso di farlo. È una definizione che dovrebbe interrogare l’intera comunità.
Perché una casa non la costruiscono soltanto le famiglie. La costruiscono la scuola, le associazioni, gli oratori, le società sportive, il volontariato, i centri culturali, i servizi sociali, le istituzioni e tutti quegli adulti che, spesso silenziosamente, scelgono di esserci.
Per questo preferisco – da molto tempo – parlare di adultità più che di sola genitorialità.
I genitori hanno una responsabilità insostituibile, ma non possono essere lasciati soli. Educare è un compito sociale prima ancora che familiare. Ogni adulto che sceglie di diventare un punto di riferimento affidabile contribuisce a costruire quella comunità educante di cui i ragazzi hanno bisogno. Una città cresce quando i suoi giovani percepiscono che esiste una rete di adulti capace di prendersi cura di loro, non soltanto nei momenti di crisi, ma nella quotidianità.
La prevenzione, allora, cambia volto. Non coincide più soltanto con campagne informative, incontri occasionali nelle scuole, slogan, testimonianze emotivamente coinvolgenti o iniziative concentrate nelle giornate dedicate. Tutto questo può essere utile, ma da solo non basta.
Lo dimostrano oltre cinquant’anni di politiche sulle dipendenze. Dalla diffusione dell’eroina negli anni Settanta fino alle nuove droghe sintetiche, le sostanze sono cambiate, ma troppo spesso abbiamo continuato a rincorrere le emergenze, intervenendo quando il problema era già esploso invece di investire con continuità nella costruzione di contesti educativi, culturali e relazionali capaci di prevenirlo.
Ogni adulto che dedica tempo a un ragazzo o a una ragazza, ogni allenatore che educa prima ancora di allenare, ogni insegnante che sa vedere oltre il rendimento scolastico, ogni educatore, ogni volontario, ogni associazione che offre autentiche occasioni di protagonismo sta facendo prevenzione, anche se non pronuncia mai la parola “droga”.
Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto come allontanare i giovani dal “bosco”. Dovremmo domandarci, prima ancora, quanto sia ricca di significato la vita che proponiamo loro fuori dal “bosco”.
Perché nessuna sostanza riuscirà mai a competere con una vita fatta di relazioni autentiche, esperienze significative, responsabilità condivise e persone capaci di farti sentire visto, accolto e necessario. È qui che una comunità può davvero fare la differenza. Non quando rincorre l’ennesima emergenza. Ma quando sceglie, ogni giorno, di diventare il luogo nel quale ogni giovane in formazione possa trovare una ragione abbastanza forte per non aver bisogno di cercarla altrove.
Questa è la prevenzione più difficile. Ma è anche l’unica che, nel lungo periodo, può cambiare davvero il destino delle nuove generazioni. Buona vita, ragazze, ragazzi.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




