Di Augusto Curti
La pubblicazione del decreto sulla nuova classificazione dei Comuni montani conferma tutte le criticità che abbiamo denunciato fin dall’inizio. Il Governo ha scelto di affidarsi a parametri prevalentemente altimetrici e morfologici, incapaci di rappresentare la reale condizione delle aree interne, dove lo svantaggio si misura attraverso lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione, la distanza dai servizi essenziali, la debolezza delle infrastrutture e la progressiva riduzione delle opportunità economiche. A rendere ancora più grave questa vicenda è il metodo adottato. Il provvedimento reca infatti la data dell’11 maggio; due giorni dopo, mentre numerosi sindaci manifestavano a Roma per chiedere modifiche e garanzie, esponenti della destra continuavano a rivolgere rassicurazioni agli amministratori. Oggi sappiamo che quella decisione era già stata formalmente assunta. È un comportamento che compromette il rapporto di fiducia tra istituzioni e comunità locali, perché il confronto non può ridursi a un esercizio di ascolto apparente quando le scelte sono già state compiute. La montagna non può essere ridotta a una questione di quote ma rappresenta una condizione sociale, economica e demografica che richiede politiche coerenti e strumenti adeguati. Per questo abbiamo proposto indicatori più completi e presentato una legge, a prima firma Elly Schlein, capace di correggere un impianto profondamente sbagliato. La maggioranza può ancora assumersi la responsabilità di riaprire il confronto, calendarizzando la proposta del Partito Democratico e restituendo centralità alle esigenze delle comunità penalizzate. Difendere questi luoghi significa salvaguardare servizi, presidio umano e coesione nazionale.




