C’è un paradosso che riassume meglio di qualsiasi slogan la fine dell’esperienza amministrativa di Fabrizio Ciarapica a Civitanova. Il sindaco che nel 2017 conquistò la città promettendo sicurezza, che nel 2018 rivendicava la “battaglia contro i nomadi e gli abusivi” e che nella campagna elettorale del 2022 arrivò a dichiarare che il grande problema della sicurezza era stato risolto, oggi riconosce che i fenomeni di microcriminalità sono aumentati e stanno “dilagando”. E usa proprio questa ammissione per spiegare la scelta di lasciare Forza Italia e aderire a Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, presentato come più incisivo e determinato sul tema.
È una contraddizione politica difficilmente aggirabile. Ciarapica non è un candidato nuovo che osserva dall’opposizione il deterioramento della vita urbana, ma il sindaco che governa Civitanova dal 2017. Non può quindi presentarsi come il pubblico ministero della città amministrata da altri. Se la sicurezza era il risultato simbolo da attribuire alla Giunta quando accampamenti, accattonaggio e commercio abusivo sembravano diminuiti, non può diventare un fenomeno nazionale e impersonale quando risse, accoltellamenti e droga tornano a riempire le pagine dei giornali. Non si può incassare tutto il merito nella fase favorevole e dichiararsi incompetenti nella fase critica.
Naturalmente nessun sindaco controlla da solo l’ordine pubblico. La prevenzione e la repressione dei reati dipendono innanzitutto dallo Stato, dalle forze dell’ordine e dall’autorità giudiziaria. Ma un’amministrazione comunale ha responsabilità precise sulla polizia locale, sulla videosorveglianza, sull’illuminazione e sulla cura degli spazi, sulle regole della movida, sul coordinamento con Prefettura e Questura, sulle politiche giovanili e sulla prevenzione del disagio. È soprattutto la stessa amministrazione Ciarapica ad aver fissato il criterio con cui essere giudicata, trasformando la sicurezza in un marchio politico e in una promessa di efficacia diretta.
La cronaca degli ultimi anni racconta una città molto diversa da quella che nel 2022 veniva descritta come definitivamente “più sicura”. Nell’estate di quell’anno Civitanova fu sconvolta da due omicidi a dieci giorni di distanza, quelli di Alika Ogorchukwu e Rachid Amri. Nel 2024, in poco più di due mesi, si susseguirono risse in centro, in corso Umberto I e fuori dai locali. Nel 2025 sono arrivati altri scontri, un machete ritrovato dopo le risse di Pasquetta, minorenni coinvolti in un episodio con un coltello e un accoltellamento nato da una lite per un parcheggio. Nel 2026 la sequenza è proseguita tra piazza Conchiglia, via della Nave e il lungomare sud.
Non si tratta di stilare una contabilità macabra né di dipingere Civitanova come la città più pericolosa d’Italia, ma di prendere atto di un dato più profondo: l’emergenza è diventata ordinaria. A maggio il Comune ha dovuto adottare un’ordinanza straordinaria contro il consumo e il possesso di alcolici in alcune aree pubbliche, motivandola con i recenti fatti di cronaca. A giugno, dopo settimane di risse e aggressioni nella zona della movida, sono stati ripetuti i dispositivi interforze con polizia, carabinieri e Guardia di finanza. In un fine settimana la notizia positiva è stata che la notte fosse trascorsa senza violenze grazie al massiccio dispiegamento di uomini e mezzi. Quando la normalità deve essere garantita ogni sabato da una task force, la propaganda della sicurezza risolta si è già smentita da sola.
In questo quadro è necessaria una distinzione netta. Nulla può essere imputato alle donne e agli uomini delle forze dell’ordine, che operano quotidianamente sul territorio con professionalità e sono chiamati a intervenire con continuità, spesso anche attraverso servizi straordinari, dispositivi interforze e controlli notturni. Le operazioni condotte nelle aree della movida, sul lungomare, lungo le principali vie di accesso e nei pressi dei locali testimoniano un impegno costante di Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di finanza e Polizia locale.
Il problema è semmai la sproporzione tra le forze disponibili e le dimensioni reali del fenomeno da governare. Civitanova non è soltanto la città dei suoi residenti: nelle ore serali, durante i finesettimana, nei mesi estivi e nei periodi di vacanza richiama migliaia di persone, concentrandole in poche zone e in fasce orarie particolarmente delicate. A questo aumento delle presenze non è corrisposto negli anni un rafforzamento strutturale degli organici, dei mezzi e delle risorse adeguato al ruolo assunto dalla città. La necessità di ricorrere periodicamente a rinforzi estivi e a reparti provenienti dall’esterno conferma che il presidio ordinario, per quanto impegnato al massimo delle proprie possibilità, non è sufficiente a sostenere da solo una pressione così elevata. Per l’estate 2026, ad esempio, i rinforzi annunciati sono stati tredici per l’intera provincia di Macerata; una dotazione che appare insufficiente persino rispetto alle sole esigenze di Civitanova.
La responsabilità politica non consiste dunque nel pretendere dalle forze dell’ordine risultati impossibili con risorse limitate, ma nell’avere governato per nove anni una città cresciuta come polo vacanziero e della vita notturna senza ottenere e programmare un sistema di sicurezza proporzionato a questa trasformazione. La sicurezza non si costruisce soltanto invocando maggiore severità dopo ogni episodio di cronaca: richiede personale, coordinamento, prevenzione, illuminazione, politiche giovanili, presidio degli spazi pubblici e una programmazione capace di anticipare i problemi anziché inseguirli.
Anche i dati di percezione, pur con tutti i limiti necessari, restituiscono un segnale. Numbeo, un autorevole databaseinternazionale sul costo della vita e sulla qualità della vita,nell’aggiornamento di settembre 2025, assegna a Civitanova un valore “alto” sia all’incremento percepito della criminalità negli ultimi tre anni, pari a 67 su 100, sia al problema delle persone che usano o vendono droga, pari a 62,5. Sono numeri costruiti sulle risposte di pochi contributori e non vanno confusi con le statistiche ufficiali dei reati denunciati. Mostrano però che, nel ristretto campione disponibile, la sensazione di peggioramento e l’allarme droga sono forti e coincidono con i temi che dominano la cronaca e il dibattito cittadino.
È proprio sulla droga che il racconto pubblico della sicurezza rivela tutti i suoi limiti. Per anni il centrodestra civitanovese ha privilegiato una rappresentazione molto visibile del problema, concentrata su venditori abusivi, accattonaggio e presenze marginali nello spazio urbano. Ma la criminalità più pericolosa non sempre occupa un marciapiede e non sempre si riconosce a colpo d’occhio. Si muove attraverso il mercato della cocaina, il riciclaggio, le fatture false, gli investimenti immobiliari e commerciali, le reti finanziarie clandestine. È meno adatta a un manifesto elettorale, ma può essere molto più capace di condizionare l’economia e il futuro di una città.
Nel dicembre 2023 l’avvocato Giuseppe Bommarito lanciò su Cronache Maceratesi un allarme durissimo, sostenendo che il cuore del problema della criminalità organizzata nella provincia fosse da cercare anche nell’area di Civitanova, nel suo hinterland e nel Fermano, tra traffico di cocaina e riciclaggio. La sua è una ricostruzione di parte, non una sentenza, e le affermazioni su clan e attività specifiche devono essere trattate come opinioni e denunce pubbliche. Ma il tema non può essere liquidato certo come fantasia. La Relazione 2024 della Direzione investigativa antimafia afferma che nelle Marche non risultano elementi sufficienti per parlare di radicamento mafioso, ma segnala nello stesso tempo propaggini riconducibili a soggetti di matrice ’ndranghetista interessati al riciclaggio e al reimpiego nell’economia legale, insieme a presenze legate a sodalizi camorristici.
Una ricognizione degli archivi della stampa locale consente di documentare, negli ultimi nove anni, almeno 55 autovetture coinvolte in incendi nel territorio di Civitanova. Non tutti i roghi hanno avuto origine dolosa e il dato non sostituisce una statistica ufficiale, ma restituisce la frequenza di un fenomeno che, tra episodi accidentali, cause rimaste incerte e incendi intenzionali, è entrato con impressionante regolarità nella cronaca cittadina.
La sicurezza di Civitanova, dunque, non si esaurisce nel controllo del lungomare all’alba. Riguarda le dipendenze e il disagio dei giovanissimi, la gestione di una movida che produce ricchezza ma anche conflitti, la qualità dello spazio pubblico, la presenza delle forze dell’ordine, la trasparenza degli investimenti, la vigilanza sugli appalti e la capacità di intercettare il denaro sporco prima che entri nell’economia legale. Richiede prevenzione sociale e sanitaria, non solo divieti; dati pubblici e verificabili, non solo percezioni; coordinamento antimafia, non soltanto telecamere; un’amministrazione capace di riconoscere i problemi, non una leadership che li dichiara risolti in campagna elettorale e li riscopre alla vigilia del proprio futuro politico.
È in questo contesto che il passaggio di Ciarapica a Futuro Nazionale assume il significato di una possibile via d’uscita personale più che di una risposta amministrativa. Qualche mese fa il sindaco ha spiegato che Vannacci propone una linea più decisa sulla sicurezza; a fine giugno è diventato coordinatore regionale del nuovo partito. La credibilità di una ricetta ancora più ideologica è inevitabilmente compromessa quando a proporla è chi ha amministrato la città per nove anni, ha dichiarato di avere risolto il problema e oggi ne certifica il ritorno.
Non è sufficiente spostarsi più a destra per azzerare il proprio bilancio. Un sindaco può cambiare partito, ma non può cambiare il passato amministrativo. Può sostenere che la microcriminalità sia aumentata in tutte le città, ma deve comunque spiegare che cosa non abbia funzionato a Civitanova, perché la prevenzione non sia stata sufficiente, come siano state governate le aree della movida, quali politiche siano state messe in campo per i giovani e le dipendenze e perché il Comune sia arrivato a ricorrere a misure straordinarie. Senza queste risposte, la nuova campagna sulla sicurezza rischia di essere la prosecuzione della vecchia con toni più forti e risultati invisibili.
Non è scopo di questo articolo descrivere Civitanova come una città perduta o come un inferno quotidiano, ma mettere in evidenza la profonda incongruenza tra le promesse formulate in questi anni e i risultati reali. La destra che, quando si trova all’opposizione o affronta una campagna elettorale, individua ovunque emergenze intollerabili e ripete ossessivamente la parola “sicurezza”, ha governato la città per due mandati consecutivi, e proprio nel corso di questi anni la sicurezza è diventata un problema concreto, quotidiano e visibile.
Dopo aver costruito gran parte del proprio consenso sulla promessa di rendere Civitanova più sicura, Ciarapica tenta oggi di rilanciare il proprio percorso politico tornando a utilizzare la sicurezza come argomento identitario, senza che ciò sia accompagnato da una riflessione altrettanto netta sui risultati prodotti dalla sua amministrazione. La contraddizione sembra evidente: ciò che prima veniva indicato come colpa intollerabile di chi governava, una volta conquistato il governo della città è diventato un fenomeno generale, difficile da contenere e per il quale le responsabilità sembrano improvvisamente dissolversi.
Quanto gli elettori siano ancora disposti a credere a chi ripropone le stesse parole dopo avere avuto due mandati per tradurle in politiche efficaci è una questione che riguarda Civitanova e il suo futuro. Quando la sicurezza viene ridotta a slogan, ogni episodio di cronaca serve a conquistare consenso; quando poi arriva il momento di governare, le cause si fanno più complesse, le responsabilità più sfumate e le promesse vengono rinviate alla campagna successiva. Civitanova dovrebbe almeno servire a interrompere questo meccanismo, perché dopo due mandati non sono più sufficienti le dichiarazioni d’intenti: a contare sono i fatti, i risultati e la cronaca di ogni maledetta domenica.




