Una denuncia durissima, un appello alla comunità internazionale e un racconto carico di dolore. È questo il contenuto della lettera aperta firmata da Ikay Romay, tradotta e diffusa dall’Associazione Svizzera-Cuba, Sezione Ticino, nella quale una cittadina cubana racconta quello che definisce il dramma quotidiano vissuto sull’isola a causa dell’embargo statunitense, che nel testo viene indicato come “blocco”.
Sin dalle prime righe il tono è drammatico. L’autrice si presenta come “una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota” e scrive: “Quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington. E il mondo guarda dall’altra parte.”
Uno dei passaggi centrali della lettera riguarda la situazione degli anziani. “Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l’arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete”, afferma l’autrice, aggiungendo che “la morte non avvisa. Il blocco sì.”
Ampio spazio è dedicato anche ai bambini e al sistema sanitario. Nel testo si legge: “Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante” e ancora: “Ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali Paesi possono venderci petrolio e quali no.”
L’autrice si rivolge poi direttamente alla comunità internazionale con una domanda: “Dov’è la comunità internazionale? Dove sono le organizzazioni che difendono tanto l’infanzia? O forse i bambini cubani non meritano di vivere?”
La lettera affronta anche il tema della sicurezza alimentare, sostenendo che le difficoltà non siano casuali ma il risultato delle sanzioni economiche. “La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti”, scrive Romay, definendo il blocco “terrorismo della fame”.
Nel capitolo dedicato alla sanità, la denuncia prosegue: “I nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X”, attribuendo queste carenze alle restrizioni economiche.
La lettera ricorda inoltre il lavoro della ricerca scientifica cubana durante l’emergenza Covid-19: “I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l’aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne.”
Nella parte finale il messaggio assume il tono di un appello globale. “Cuba non chiede l’elemosina. Cuba non chiede soldati. Cuba non chiede che ci amiate. Cuba chiede giustizia. Niente di più. Niente di meno.”
L’autrice invita inoltre a “smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo” e chiede di “chiamare il blocco con il suo nome: crimine contro l’umanità”, sostenendo che il popolo cubano voglia soltanto “che ci lascino vivere.”
La conclusione è rivolta ai governi, ai media e ai cittadini del mondo: “Guardate Cuba. Guardate cosa le stanno facendo. E chiedetevi: da quale parte della storia voglio stare?”
La diffusione della lettera è accompagnata da un invito alla condivisione sui social network. “Questo è un grido. E i gridi non si tengono per sé. Si ascoltano. Si ripetono. Diventano una folla”, si legge nell’ultima parte del testo, che termina con l’esortazione: “Condividi. Ora.”
La lettera rappresenta il punto di vista della sua autrice e delle organizzazioni che ne hanno promosso la diffusione. Il tema dell’embargo statunitense nei confronti di Cuba continua a essere oggetto di un ampio dibattito internazionale: il governo cubano e la maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite ne denunciano da anni le conseguenze economiche e umanitarie, mentre gli Stati Uniti sostengono che le sanzioni siano rivolte al governo dell’isola e prevedano eccezioni per beni umanitari e alimentari.




