C’è una domanda che dovrebbe inquietare chiunque abbia a cuore lo Stato di diritto: ci siamo accorti che il confine tra legittima difesa e vendetta si sta facendo sempre più sottile? E, soprattutto, che una parte della politica sembra intenzionata a cancellarlo del tutto?
Se la notizia che la Lega intenderebbe candidare una persona che ha ucciso non mentre difendeva la propria vita o quella di altri, ma dopo aver inseguito i ladri per recuperare un sacchetto con la refurtiva e aver aperto il fuoco contro di loro, dovesse aver riscontro (Salvini ha dichiarato che sarebbe orgoglioso di candidarlo) non si tratterebbe di una semplice scelta elettorale. È un messaggio culturale. Significa trasformare una vicenda giudiziaria complessa in un simbolo politico, suggerendo che chi reagisce con violenza estrema a un reato meriti non solo comprensione, ma addirittura una consacrazione pubblica.
Eppure la differenza è fondamentale.
La legittima difesa esiste perché riconosce il diritto di proteggere la propria incolumità davanti a un pericolo attuale e inevitabile. È un principio di civiltà giuridica, non una licenza di uccidere. Quando il pericolo è cessato e l’obiettivo diventa recuperare un bene sottratto o punire il colpevole, si entra in un’altra dimensione: quella della giustizia privata, della vendetta, della sproporzione.
Lo stesso principio valeva nel caso della donna che investì con il proprio SUV un borseggiatore disarmato, schiacciandolo contro un muro e ripetendo la manovra una seconda volta. Anche allora il dibattito pubblico si divise tra chi parlava di esasperazione e chi ricordava un principio elementare: essere vittima di un reato non autorizza a commetterne uno più grave.
Questa distinzione non serve a difendere i delinquenti. Serve a difendere tutti noi.
Perché il giorno in cui accettiamo che il torto subito giustifichi qualsiasi reazione, rinunciamo al monopolio della giustizia esercitato dallo Stato e affidiamo il giudizio alle emozioni del momento, con i delinquenti che si armeranno sempre di più. È una deriva pericolosa, perché la proporzione della risposta non sarà più stabilita dalla legge, ma dalla rabbia, dalla paura, dall’istinto. E questi sono cattivi consiglieri quando si decide della vita delle persone.
Si può essere inflessibili contro furti, rapine e aggressioni senza rinunciare ai principi fondamentali del diritto. Si può stare dalla parte di chi si difende senza trasformare ogni eccesso in un gesto eroico. Anzi, è proprio questa la differenza tra uno Stato di diritto e una società in cui ciascuno si fa giustizia da sé.
La politica, invece, sembra sempre più interessata a premiare chi interpreta la rabbia collettiva piuttosto che chi rispetta i limiti imposti dalla legge. È una scelta che può portare consenso nell’immediato, ma che rischia di erodere il patto civile su cui si fonda la convivenza.
Essere vittime di un crimine suscita comprensibilmente dolore, paura e indignazione. Nessuno può chiedere sangue freddo assoluto a chi vive quei momenti. Ma è proprio per questo che esistono le leggi: per impedire che la comprensibile reazione emotiva diventi il criterio con cui decidere ciò che è giusto.
La domanda, allora, resta aperta. Se arriviamo a celebrare come modello chi supera il limite della legittima difesa e trasforma una reazione in una punizione, siamo davvero ancora dalla parte della giustizia? Oppure stiamo semplicemente sostituendo la legge con l’idea che il fine giustifichi i mezzi?
Perché, alla fine, la vera forza di una democrazia non consiste nel negare ai criminali ogni diritto, ma nel pretendere che anche davanti al crimine non siano i cittadini a trasformarsi in giudici ed esecutori. È questa differenza che distingue la giustizia dalla vendetta. E perderla significherebbe aver smarrito qualcosa di molto più prezioso di un semplice principio giuridico: il senso stesso della nostra civiltà.
Livia De Pace




