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I giovani e la pace in un un mondo di guerre “normali”

Negli ultimi anni il tema della pace è tornato al centro della coscienza collettiva, ma non come concetto astratto o argomento di storia. Per chi oggi ha tra i 12 e i 30 anni, crescere significa confrontarsi quotidianamente con immagini drammatiche, racconti e notizie di guerre, attentati, bombardamenti, droni, migrazioni forzate e crisi umanitarie.

Per la prima volta dopo molti decenni, intere generazioni soprattutto le più giovani stanno vivendo la sensazione che la guerra non sia più qualcosa di lontano o confinato ai libri di storia. È tornata a occupare stabilmente le cronache, i social network, le conversazioni quotidiane e persino il linguaggio della politica. I dati confermano questa percezione: gli scontri armati tra Stati ad alta intensità sono tornati a essere una componente stabile dello scenario internazionale. E, quasi senza accorgercene, abbiamo iniziato a considerarli parte della normalità.

Secondo il Global Peace Index 2026, il mondo sta attraversando la fase di maggiore diffusione di guerre e violenze armate dalla fine della Seconda guerra mondiale. Oggi sono in corso 61 conflitti armati che coinvolgono almeno uno Stato, il numero più elevato registrato dal 1945. Inoltre, 103 Paesi risultano coinvolti, direttamente o indirettamente, in guerre combattute oltre i propri confini, segno di una crescente internazionalizzazione degli scontri armati e di un sistema internazionale sempre più instabile.

Dietro questi numeri ci sono persone. E, soprattutto, bambini. L’UNICEF ha definito il 2024 uno dei peggiori anni della propria storia per i minori coinvolti nei conflitti armati. Oggi oltre 473 milioni di bambini vivono in aree interessate dalla guerra. In poco più di trent’anni questa quota è quasi raddoppiata.

Ogni epoca ha le sue guerre più visibili e le sue guerre dimenticate. Le prime monopolizzano l’informazione, dividono l’opinione pubblica e alimentano il confronto politico. Le seconde continuano a consumarsi lontano dalle telecamere, quasi fossero tragedie minori. Ma il valore di una vita non dipende dallo spazio che occupa nei telegiornali o nei social network. Non esistono morti di serie A e morti di serie B. Non esistono bambini che meritano il nostro dolore e altri destinati all’oblio. Per questo, quando discutiamo di guerre che dominano il dibattito internazionale, dovremmo ricordare che, nello stesso momento, decine di altre guerre continuano a devastare comunità, famiglie e infanzie nel silenzio quasi assoluto

Per molti giovani europei, occidentali, questi dati hanno un volto preciso.

Hanno il volto dei bambini uccisi o feriti a Gaza. Hanno il volto dei giovani israeliani assassinati, feriti o rapiti durante l’attacco del 7 ottobre 2023. Hanno il volto dei ragazzi e delle ragazze che in Ucraina crescono da anni tra allarmi antiaerei, bombardamenti e lutti. Hanno il volto dei giovani soldati, ucraini e russi, che una guerra ha trasformato troppo presto in combattenti, pagando spesso con la vita decisioni prese da altri. La guerra colpisce anche i luoghi nei quali dovrebbe nascere il futuro. Il rapporto Education Under Attack 2026 documenta almeno 8.566 attacchi contro scuole, università, studenti, insegnanti e personale scolastico nel biennio 2024-2025: oltre il 40% in più rispetto al periodo precedente. Quando una scuola viene bombardata o occupata militarmente, non viene distrutto soltanto un edificio. Viene interrotto il diritto di una generazione a imparare, crescere e immaginare il proprio futuro.

Per una ragazza o un ragazzo che cresce oggi, tutto questo non rappresenta più un evento eccezionale. È diventato parte dello sfondo quotidiano. Ed è forse proprio questo il rischio più grande: non soltanto la guerra in sé, ma la sua progressiva normalizzazione.

Quando le immagini di città distrutte scorrono ogni giorno sugli schermi e il linguaggio pubblico si riempie di nemici, aggressività e contrapposizioni permanenti, il pericolo non è solo quello di abituarsi alla violenza. È quello di smettere di considerare il dialogo come il modo più naturale di affrontare i conflitti.

Qui emerge una grande contraddizione del mondo adulto.

Da una parte diciamo ai giovani che la pace, la cooperazione, il rispetto dei diritti umani e il dialogo sono valori fondamentali. Dall’altra assistono quotidianamente a un dibattito pubblico nel quale prevalgono lo scontro, la delegittimazione dell’avversario, la ricerca del consenso immediato e, troppo spesso, il ricorso alla forza come soluzione inevitabile. È difficile educare alla pace quando gli adulti, per primi, comunicano secondo logiche di conflitto.

La crescente distanza di molti giovani dalla politica nasce anche da questa incoerenza. Non sempre è disinteresse. Più spesso è delusione verso una classe dirigente che fatica a testimoniare i valori che dichiara di voler difendere.

Eppure molti ragazzi stanno indicando una strada diversa. Partecipano a iniziative di solidarietà, sostengono organizzazioni umanitarie, difendono i diritti umani senza distinguere tra vittime più o meno meritevoli di attenzione e chiedono maggiore coerenza alle istituzioni.

La loro domanda è semplice quanto scomoda: se sappiamo che ogni guerra produce nuove sofferenze, nuove paure e nuovi odi, perché continuiamo a considerarla una normalità?

La sfida più urgente quindi non è insegnare ai giovani il valore della pace. È restituirle credibilità attraverso il nostro esempio. Perché la pace non si trasmette con gli slogan o con le celebrazioni. Si costruisce ogni giorno nel modo in cui discutiamo, prendiamo decisioni, gestiamo i conflitti e trattiamo chi la pensa diversamente.

La pace, prima ancora che una parola, è una responsabilità adulta, ancora una volta.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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