domenica, 7 Giugno 2026
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La donna nel “postumano”

Di Valentina Guardabassi

“Le donne al potere sono ancora percepite come un errore di sistema”. È da questa riflessione, ripresa da Massimo Gramellini nel programma “In altre parole” dando voce al pensiero di Marianna Aprile, che si può iniziare a leggere il presente. Una frase che ha la forza delle evidenze: non descrive un’eccezione, ma una regola non dichiarata, un riflesso culturale ancora profondamente radicato.

Perché, nonostante i progressi, ogni donna che entra nei luoghi del potere continua a essere percepita come una deviazione da un ordine implicito. Non viene giudicata solo per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta: troppo bella o troppo poco conforme, troppo dura o troppo fragile, troppo autonoma o troppo accomodante. È come se il sistema non avesse ancora aggiornato i propri codici di lettura.

Ed è proprio qui che il pensiero di Rosi Braidotti, nel suo libro Il postumano, l’ultimo della trilogia, offre una chiave interpretativa più profonda. Braidotti, una delle più influenti filosofe e accademiche contemporanee, nota a livello internazionale per i suoi contributi al neofemminismo e alla teoria del postumano, sostiene che il modello di “uomo” su cui si è costruita la modernità — universale, neutro solo in apparenza, ma in realtà maschile e normativo — è ormai esaurito. Non è più in grado di rappresentare la complessità del presente.

Al suo posto emerge un soggetto diverso: ibrido, relazionale, in trasformazione continua. Non più un’identità rigida, ma una pluralità dinamica. E questa non è una crisi da temere, ma una possibilità: l’occasione per ripensare etica, politica e identità. Il postumano, per Braidotti, non è un orizzonte lontano, ma la condizione in cui viviamo già oggi — anche se continuiamo a interpretarla con categorie del passato.

Se si guarda la questione delle donne al potere da questa prospettiva, tutto appare più chiaro. La loro difficoltà non sta nelle capacità, ma nel fatto che il sistema in cui entrano è ancora costruito su un soggetto che non le contempla. Da qui nasce quella percezione di “errore”: non è la donna a essere fuori posto, è il modello a essere diventato insufficiente.

La politica, nel tentativo di correggere questa frattura, ha introdotto strumenti come le “quote rosa”. Interventi necessari, che hanno aperto spazi reali. Ma che restano, in fondo, una soluzione interna a un paradigma che non cambia. Aumentano la presenza femminile senza trasformare davvero le regole del gioco.

E così si produce un’ambiguità: le donne entrano, ma continuano a essere percepite come “ammesse”, non come naturalmente legittime. Il sospetto del merito resta, come se la loro posizione fosse sempre da giustificare. Una concessione negoziata. È il segno che il problema non è solo l’accesso, ma la definizione stessa di chi è considerato adatto al potere.

Questo cortocircuito emerge con evidenza anche nel racconto pubblico. Basta osservare come, nel caso legato a Matteo Piantedosi, la narrazione sia rapidamente scivolata verso uno schema arcaico: quello della donna-bambola, seduttiva e rovinafamiglie. Una figura che riaffiora con sorprendente facilità, trascinando con sé tutto il femminile e lontano dalla casistica, dimostrando quanto siano ancora attive categorie culturali che si credevano superate.

Allo stesso modo, le donne che esercitano leadership restano intrappolate in un doppio vincolo: se adottano modelli tradizionalmente maschili, vengono accusate di snaturarsi; se li rifiutano, vengono considerate inadatte. È una tensione che non riguarda la competenza, ma l’aderenza a un modello ormai in crisi, eppure ancora dominante.

In questo scenario si inserisce anche la riflessione di Michela Murgia, secondo cui l’ascesa di Giorgia Meloni è resa possibile dalle conquiste del femminismo, ma non per questo la rende automaticamente una figura femminista. Ancora una volta, emerge la distanza tra accesso e trasformazione: entrare nel sistema non significa cambiarlo.

E allora le differenze tra Giorgia Meloni, Elly Schlein e Ilaria Salis non sono solo politiche, ma simboliche. Rappresentano modi diversi di stare dentro — o di mettere in discussione — un sistema che sta cambiando più lentamente della realtà che dovrebbe rappresentare. La loro determinazione potrà incidere sul futuro del Paese, ma la vera svolta non sarà legata a chi prevarrà, bensì a quale idea di potere riuscirà ad affermarsi.

Ed è qui che si torna a Braidotti. Se il soggetto su cui si è costruito il potere moderno è finito, allora la sfida non è adattare le donne a quel modello, ma accettare che quel modello vada superato. Il postumano non chiede inclusione in un sistema esistente: chiede una trasformazione del sistema stesso.

Solo quando si accetterà che il potere non ha più un volto unico — né maschile né neutro — le donne smetteranno di essere percepite come un errore. Non perché finalmente integrate, ma perché il concetto stesso di “errore” non avrà più senso in un sistema capace di riconoscere la pluralità come sua condizione originaria.

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