Un racconto diretto, senza filtri, su autonomia, amicizia, amore e il bisogno di essere visti e ascoltati per ciò che si è.
Sabato scorso si presenta da me un giovane atleta per un infortunio sportivo. Quando leggo il suo nome, lo collego subito a una storia che avevo già incontrato tra le pagine dei giornali, sui social: Alex Cesca. Non ho voluto perdere l’occasione. Oltre all’aspetto salute, sportivo, ci siamo concessi una chiacchierata. Una di quelle che non restano in superficie. Da lì nasce questo mio contributo. Non un’intervista costruita, ma un dialogo diretto. Alex ha 26 anni e da quasi sei vive da solo a Civitanova. Una scelta che non è arrivata per caso, ma costruita nel tempo, giorno dopo giorno, con determinazione e una forte volontà di autonomia. Lavora, si sposta tra città diverse, coltiva passioni, riempie le sue giornate, quasi senza lasciare spazio al vuoto. Ma accanto a questa autonomia concreta, quotidiana, c’è anche altro. C’è una riflessione lucida e sincera su cosa significhi sentirsi davvero parte della vita degli altri: nelle amicizie, nelle relazioni, nell’amore. C’è il peso di alcune esperienze difficili, ma anche una chiarezza disarmante su ciò che conta davvero. Questa non è un’intervista costruita. È una chiacchierata. Diretta, essenziale, a tratti spiazzante. In cui Alex racconta sé stesso senza cercare parole complicate, ma arrivando dritto al punto.
Alex, partiamo da una domanda semplice… chi è Alex Cesca?
Sono un ragazzo di 26 anni. Vivo da solo a Civitanova da quasi 6 anni. È una cosa che volevo da tanto, già da ragazzino. È stata una scelta mia… all’inizio la mia famiglia non era tanto d’accordo. Anche la casa me la sono cercata da solo.
Una scelta forte, la tua, e molto chiara. Vivi da solo e sei completamente autonomo?
Non del tutto. Faccio quasi tutto da solo: pulisco casa, cucino. Però per il bucato e per stirare i panni mi aiuta ancora mia madre.
Quasi tutto, ma con una rete che resta importante. Com’è una tua giornata tipo?
Mi sveglio alle 6:30, la sera vado a letto verso le 23:30. Faccio colazione e poi esco. Prendo il treno o il pullman e vado a lavorare a Macerata, in un bar che si chiama “Tuttincluso”.
Faccio turni: una settimana la mattina, dalle 7:30 alle 11:00, oppure il pomeriggio dalle 16:30 alle 21:30. La domenica lavoro la mattina. Il lunedì è il mio giorno libero.
Ti piace il tuo lavoro?
Sì, tanto. Ci vado volentieri perché mi fa stare bene. Ho iniziato già alle superiori, all’alberghiero di Loreto. Ho fatto esperienze anche fuori, non solo qui, come a Sirolo o a Montegranaro, ma anche in Lombardia e in Spagna… E poi al lavoro ho tante colleghe donne… per me sono come sorelle. Io sorelle vere non ne ho, ho solo un fratello più piccolo. E mi piace anche stare con i clienti del bar.
Si sente che lì hai trovato il tuo posto. E fuori dal lavoro? Cosa c’è nella tua vita?
Tante cose. Mi piace riempire le giornate. Non sto mai fermo. Faccio musica, canto… vado a scuola al Liceo Musicale Toscanini. Il mio cantante preferito è Vasco Rossi, Vasco tutta la vita. La mia canzone preferita è “Una vita spericolata”. (Ride) Mi rappresenta. Poi faccio basket con l’Anthropos Civitanova, mi alleno due volte a settimana e poi la partita. Gioco anche a calcio e seguo il calcio, sono un grande tifoso della Juve.
Una vita davvero “piena”, come dici tu. Una curiosità, hai un idolo, nella tua Juve?
Sì, Dusan Vlahovic. Ha la mia stessa età. Mi piacerebbe conoscerlo.
Chissà… mai dire mai. Alex, ora una domanda particolare: se tu avessi una bacchetta magica, cosa cambieresti della tua vita?
(Alex si fa più serio) Cambierei la Sindrome di Down. Solo quella. Perché vorrei avere amici senza sindrome… uscire con loro, vivere come loro. Andare in discoteca, prendere un gelato insieme… Con gli amici ho sempre sofferto, tanto. Mi fa stare male questa cosa. A volte mi toglie il sonno.
Mi stai dicendo una cosa tosta, dolorosa. Non è facile, per me come per tutti noi, comprendere fino in fondo quello che provi… ti è capitato quindi di vivere momenti difficili?
Sì… ho vissuto anche episodi di bullismo. Alle medie e alle superiori. Mi prendevano lo zaino, la merenda… buttavano a terra lo zaino e lo prendevano a calci. Ecco… con la bacchetta magica cambierei due cose: la Sindrome e il modo in cui le persone, certe persone, si comportano con chi ce l’ha. Queste cose mi fanno stare male. A volte, come ti ho detto, non dormo la notte, per questo.
Sono cose che restano addosso, si sentono, si vedono… e me le stai trasmettendo, non solo a parole. Ma tutto quello che fai — lavoro, sport, musica — non ti fa stare bene?
Sì, mi fa stare bene. Ma queste cose pesano.
Secondo te è cambiato qualcosa negli anni? Le persone sono più sensibili, verso le persone con la Sindrome di Down?
Non tanto… a me sembra tutto uguale. Forse perché ci sto male e non riesco a vedere le differenze. Però credimi… questa cosa della diversità, del non poter vivere come gli altri, fa davvero male.
Mi addolora, Alex. Tu hai una grande forza. Ti piacerebbe usare anche i social, o altri contesti, per parlare di queste cose?
Sì, assolutamente. Vorrei fare qualcosa. Perché voglio più amici… non solo con la sindrome, anche senza. Voglio vivere con loro, fare la loro stessa vita.
Lo percepisco come un desiderio in fondo semplice, comprensibile. E l’amore… se posso chiedertelo?
Anche quello mi fa stare male. Ho avuto delle ragazze, ma tutte con la Sindrome. Io vorrei una ragazza con cui condividere tutto… la vita, le giornate. Anche senza Sindrome, sì… sarebbe un grande passo per me.
Un bisogno vero, senza giri di parole. Ti sei mai innamorato davvero?
Stordito no… (ride) però sì, ci penso tanto, al fatto di avere una ragazza.
Torno ai tuoi momenti no… quando hai momenti difficili, quando stai giù, cosa succede?
Ascolto musica… e prendo a pugni il sacco da boxe. Mi scarico così.
C’è qualcuno fuori dalla tua famiglia importante per te?
Sì, la mia titolare. La stimo tanto. Amo molto la mia famiglia, ma fuori dalla famiglia lei è la persona più importante per me.
Un riferimento forte, anche fuori da casa, è importante: fai bene ad averlo. Ti faccio ancora una domanda: mi dicevi che tendi a tenerti tutto dentro, è così?
Sì. So che è sbagliato… ma non voglio far stare male gli altri. Lo so che parlare aiuterebbe, anche adesso… ma non ce la faccio. Sono sempre stato così.
Una scelta che immagino pesi, ma che senti tua. La rispetto. Ti direi però una cosa semplice: quando puoi, prova a parlarne, a sfogarti con qualcuno di cui ti fidi. Tenersi tutto dentro, alla lunga, può diventare un peso importante. Andiamo oltre… guardando avanti, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Avere una storia d’amore. E poi essere ancora più autonomo. Sto facendo la scuola guida per il patentino, per le macchinine piccole. Non è facile… ma voglio provarci. Già mi muovo da solo, a piedi o con treno e bus… ma voglio di più. Io voglio bene a mio padre, ma a volte sento che mio padre mi sta un po’ troppo addosso. Vorrei più autonomia, sentirmi ancora più libero nei miei spostamenti e nelle mie scelte.
Ancora autonomia. Ancora avanti. Se potessi dire qualcosa agli adulti?
Di non trattare male chi è diverso. Di avere più attenzione. E di ascoltare i giovani. Capire cosa vogliamo. Per me la cosa più importante è l’ascolto. Io ascolto gli altri… e voglio essere ascoltato.
Sono d’accordo sull’importanza dell’ascolto. È una richiesta semplice, ma davvero cruciale, decisiva. Un’ultima cosa: che messaggio ti senti di lasciare a chi leggerà questa intervista?
Buttatevi. Fate. Vivete. Sia chi ha la Sindrome… sia chi non ce l’ha. Andate avanti. Sempre.
A fine chiacchierata, Alex si alza, mi viene incontro e mi abbraccia. Sorridendo, mi dice semplicemente: “Grazie”.
Ci sono incontri che restano. Questo è uno di quelli. Colpisce la determinazione di Alex, la sua volontà concreta di costruirsi una vita autonoma, passo dopo passo, senza scorciatoie. Colpisce la sua lucidità, la capacità di dire le cose come stanno, senza filtri, senza giri di parole. Ma soprattutto colpiscono i suoi valori: il bisogno di amicizia vera, il desiderio di relazioni autentiche, il rispetto — chiesto e dato — come base di ogni incontro umano. E quella parola che torna più volte, quasi come un filo che tiene tutto insieme: ascolto. Alex non chiede molto. Chiede di esserci. Di vivere fino in fondo. Di non essere definito da una condizione, ma riconosciuto come persona. E forse, alla fine, la sua voce lascia una domanda anche a noi: siamo davvero capaci di ascoltare, Alex, ma non solo?
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




Ho fatto teatro con loro e ti riconosco il successo con Alex che alla fine della chiacchirata ti ha abbracciato perche’ essere abbracciato significa che lo hai conquistato e non e’ sempre facile il loro abbraccio .
Piergiorgio, grazie mille! Sei sempre molto gentile. È stato, Alex, tenerissimo!