Di Piergiorgio Pietroni
È la prima volta che entro al teatro Brancaccio di Roma. Lunedì scorso ci sono andato per assistere al concerto, più volte rimandato, di Roberto Vecchioni. La sensazione che ho provato appena si sono spente le luci della platea, puntualmente alle 21, è stata quella di partecipare a qualcosa di diverso dal solito concerto.
La serata si è aperta con l’esibizione di una giovane cantante lucana, Bambina, che ha proposto tre brani molto particolari, caratterizzati da una melodia originale e da una voce nuova e intensa. Poi è arrivato lui, Roberto Vecchioni. Ma voglio chiamarlo semplicemente Roberto, perché quello a cui ho assistito non è stato soltanto un concerto: è stato l’incontro con un vecchio amico. E premetto che era la prima volta che ascoltavo Vecchioni dal vivo.
Il suo modo di porsi, le parole usate, il tono della voce, tutto dava l’impressione di un appuntamento tra persone che hanno voglia di raccontarsi qualcosa. Come se ci fossimo ritrovati per parlare un po’ insieme e, nello stesso tempo, ascoltare le sue poesie trasformate in canzoni.
Ho ritrovato un compagno di viaggio che, in qualche modo, ha attraversato con me tutto il finale del Novecento: dalle rivolte universitarie alle battaglie sociali e politiche per i diritti, dagli scioperi per chiedere equità e solidarietà fino alle passioni, ai turbamenti e alle esplosioni di felicità per ciò che riuscivamo a conquistare lottando insieme. Un senso del “noi” che oggi sembra sempre più soffocato dall’individualismo e dall’egoismo, fatta eccezione per alcune mobilitazioni collettive, come quelle pro Gaza.
Le sue canzoni e i suoi racconti sono stati anche un invito a recuperare la scrittura a mano, l’uso della penna, accettando persino le imperfezioni della grafia e le cancellature, perché anch’esse fanno parte della vita e della nostra autenticità. Mi sono chiesto perché debbano essere considerate importanti solo le cancellature degli scrittori o dei poeti: anche la scrittura quotidiana delle persone comuni merita rispetto.
Vecchioni ha poi raccontato il dolore per la perdita del figlio e il lavoro della fondazione nata da quella tragedia. Ha letto una lettera scritta dalla moglie per sostenere il progetto, ricordando quanto sia importante riconoscere la malattia mentale come una vera malattia, che non deve essere ignorata, emarginata o ghettizzata.
Ha sottolineato anche un dato drammatico, spesso poco raccontato: il suicidio tra i giovani rappresenta una delle principali cause di morte, subito dopo gli incidenti.
Il concerto-incontro si è concluso con alcune delle sue canzoni più conosciute. Devo ammettere che in più di un momento ho sentito un nodo alla gola. L’emozione è stata forte. E allora cosa si può chiedere di più a un artista, cantante e poeta? Una lunga standing ovation e poi tutti a casa, con la sensazione, almeno per me, di aver ritrovato un amico.





