Di Valentina Guardabassi
“Il Disegno di legge n. 1552, presentato dal senatore Lucio Malan, riforma della normativa sulla caccia, è stato approvato dal Senato il 23 giugno 2026 e si avvia ora all’esame della Camera dei Deputati. Il provvedimento, che interviene in modo significativo sulla legge quadro n. 157 del 1992, introduce novità riguardanti i calendari venatori, la gestione della fauna selvatica, le procedure di abilitazione dei cacciatori e la disciplina sull’utilizzo delle armi.”
Tra settembre e la fine di gennaio vivo uno dei periodi dell’anno che più mi angosciano. Abito in campagna e ogni settimana, spesso all’alba, il silenzio dei campi viene spezzato dagli spari dei fucili. Sono colpi secchi, ripetuti, che attraversano boschi, colline e vallate. Ogni volta non riesco a non pensare che davanti a quel rumore c’è una vita che viene spezzata: creature inermi, inconsapevoli, che abitano quegli stessi luoghi molto prima di noi e che non rappresentano una minaccia per nessuno, tantomeno per il sedicente “fine osservatore della natura”.
Provo a dare una piccola definizione del nostro eroe: il cacciatore è quell’individuo che trasforma una lunga passeggiata nel bosco in una complessa trattativa tra il proprio ego e l’ecosistema.
Personalmente fatico a comprendere e giustificare la sofferenza inflitta agli animali e la distruzione della natura; considero entrambe questioni morali che meritano rispetto e tutela.
Questa pratica, dal mio punto di vista, è il simbolo di un rapporto superficiale ed egotico con la natura. Un rapporto fondato sull’idea che ciò che è vivo possa essere trasformato in bersaglio, che la biodiversità possa essere gestita attraverso l’abbattimento e che il diritto al divertimento di alcuni prevalga sul diritto di tutti a godere di un ambiente naturale integro e sicuro.
Forse è anche per questo che considero il DDL Caccia uno dei provvedimenti più sbagliati e regressivi degli ultimi anni. Perché invece di interrogarsi su come proteggere meglio gli ecosistemi, ridurre la perdita di biodiversità e rafforzare il ruolo della scienza nelle politiche ambientali, sceglie di ampliare gli spazi e gli strumenti dell’attività venatoria.
Viviamo in un’epoca segnata dalla crisi climatica, dalla scomparsa di specie animali e vegetali e dall’impoverimento progressivo degli ecosistemi. In questo contesto ci si aspetterebbe una politica capace di investire nella conservazione, nella ricerca scientifica e nella tutela del patrimonio naturale. Invece il messaggio che arriva da questa riforma è esattamente l’opposto.
C’è un dato che merita una riflessione politica. Oggi in Italia i cacciatori attivi sono stimati tra 450.000 e 550.000 persone, con una media attorno alle 500.000 unità. Negli anni Ottanta erano oltre un milione e mezzo, secondo alcune stime addirittura vicini a 1,8 milioni. Negli anni Novanta erano circa un milione; nei primi anni Duemila tra 700.000 e 800.000. Da allora il calo è proseguito costantemente.
Non solo. L’età media dei cacciatori continua ad aumentare. Una larga parte supera i 55 anni e il ricambio generazionale appare limitato. Sempre meno giovani scelgono di praticare la caccia e il mondo venatorio rappresenta oggi una realtà numericamente molto più ridotta rispetto al passato.
Di fronte a questi numeri una domanda sorge spontanea: perché il governo considera una priorità l’ampliamento delle possibilità di caccia? Perché investire energie politiche in una riforma che risponde alle richieste di una minoranza sempre più ristretta invece di concentrarsi sulle grandi sfide ambientali, economiche e sociali che il Paese ha davanti?
Le modifiche proposte incidono su alcuni dei principi fondamentali che hanno regolato la tutela della fauna selvatica negli ultimi decenni. Tra gli aspetti più controversi vi è l’estensione delle aree cacciabili, compreso il demanio marittimo e le zone costiere. Luoghi che dovrebbero essere valorizzati come patrimonio ambientale comune rischiano così di essere sempre più piegati alle esigenze dell’attività venatoria.
Preoccupa inoltre il ridimensionamento del ruolo dell’ISPRA, l’istituto pubblico che fornisce valutazioni scientifiche sulla gestione della fauna. In una fase storica in cui la politica dovrebbe ascoltare maggiormente la scienza, si sceglie invece di ridurne il peso nelle decisioni che riguardano la biodiversità e gli ecosistemi.
Particolarmente discutibile appare inoltre l’ampliamento dell’utilizzo di strumenti tecnologici come visori notturni, termocamere e dispositivi optoelettronici. Non si tratta di innovazione al servizio dell’ambiente, ma di tecnologie che aumentano l’efficacia dell’attività venatoria e rendono ancora più difficile parlare di equilibrio tra uomo e fauna selvatica.
Lo stesso vale per il mantenimento e l’estensione dell’utilizzo dei richiami vivi. Una pratica che continua a sollevare evidenti questioni etiche e che appare sempre più distante dalla sensibilità di una società che ha maturato una maggiore attenzione verso il benessere animale.
Ad inasprire la vita delle specie cacciabili, la riforma interviene sull’estensione dei calendari venatori e sulle modalità di gestione della fauna in periodi particolarmente delicati dell’anno. Molti esperti hanno espresso preoccupazione per il rischio di aumentare il disturbo alle specie durante le fasi di migrazione e riproduzione, proprio quando la tutela dovrebbe essere massima.
Ma il punto più inquietante riguarda le specie animali che potrebbero essere direttamente colpite dalla riforma. Secondo numerose associazioni ambientaliste e scientifiche, il DDL apre la strada a una riduzione delle tutele per alcune specie particolarmente simboliche. L’oca selvatica, oggi protetta, verrebbe inserita tra le specie cacciabili. Anche il piccione selvatico potrebbe entrare nell’elenco delle specie oggetto di attività venatoria ordinaria. Ancora più grave è il declassamento del lupo, una specie che rappresenta uno degli elementi più importanti della biodiversità italiana e che negli ultimi decenni è tornata a popolare molti territori grazie a rigorose misure di protezione.
Particolare indignazione ha suscitato la vicenda dello stambecco alpino. Nelle prime versioni della riforma era stato inserito tra le specie cacciabili. Si tratta di un animale che nel XIX secolo era arrivato sull’orlo dell’estinzione e che è stato salvato grazie all’istituzione del Parco Nazionale del Gran Paradiso e a decenni di tutela rigorosa. Di fronte alle proteste dell’opinione pubblica, del mondo scientifico e delle associazioni ambientaliste, il Governo ha successivamente annunciato un passo indietro, escludendolo dal testo. Ma il solo fatto che una specie simbolo della conservazione italiana sia stata presa in considerazione come preda legittima racconta molto dell’impostazione culturale di questa riforma.
Le preoccupazioni non riguardano però soltanto le specie direttamente interessate dalle modifiche normative. Molti biologi segnalano i possibili effetti indiretti sull’intero ecosistema. L’ampliamento dei luoghi, comprese zone di demanio marittimo, dei periodi e delle modalità di caccia potrebbe infatti aumentare il disturbo per gli uccelli migratori, per i rapaci, per le specie che nidificano in prossimità delle aree venatorie e per la fauna che vive nelle zone umide e costiere, tra gli ambienti più fragili e minacciati d’Europa.
Non meno grave è il tentativo di limitare gli spazi del dissenso. Le disposizioni che prevedono sanzioni per chi ostacola o interferisce con l’attività venatoria rischiano di colpire cittadini, associazioni e attivisti impegnati nella difesa dell’ambiente. In una democrazia matura chi si mobilita per la tutela della natura dovrebbe essere ascoltato e non scoraggiato.
Infatti la riforma sottrae spazio reale alla tutela ambientale mentre rafforza il peso degli interessi venatori nella gestione del territorio. Non è un semplice aggiornamento normativo. È uno spostamento di equilibrio. Da una parte si indeboliscono le garanzie ambientali e il ruolo delle valutazioni scientifiche; dall’altra si ampliano gli strumenti e le opportunità per l’attività di caccia.
Il risultato è una regressione culturale prima ancora che legislativa. La natura viene considerata sempre meno un bene comune da preservare e sempre più uno spazio da utilizzare secondo interessi particolari. Una visione che appartiene al passato e che non tiene conto della gravità delle sfide ambientali che abbiamo di fronte.
Credo che l’Italia abbia bisogno dell’esatto contrario: più tutela della biodiversità, più aree protette, più ricerca scientifica, più investimenti nella conservazione degli habitat e meno concessioni alle pressioni delle lobby venatorie. Perché la fauna selvatica non appartiene a una categoria organizzata. Appartiene a tutti noi. Appartiene alle future generazioni. Appartiene a quel patrimonio naturale che abbiamo il dovere morale e costituzionale di custodire.




