domenica, 26 Luglio 2026
Clinica Lab
Clinica Lab
HomeApprofondimentoDi lotta e di governo

Di lotta e di governo

di Leonardo Bagnasco

Nella Prima Repubblica, l’espressione “di lotta e di governo” entrò nel lessico politico del Partito Comunista Italiano e viene generalmente ricondotta a Enrico Berlinguer, che la utilizzò nel 1974, nel pieno della strategia del compromesso storico. Il progetto, avanzato l’anno precedente dopo il colpo di Stato in Cile, puntava a fare del PCI non soltanto una grande forza di opposizione e di mobilitazione sociale, ma un partito responsabile, capace di concorrere alla guida del Paese e di favorire un’intesa tra le principali forze popolari italiane.

All’origine, dunque, la formula aveva un significato positivo e programmatico. La lotta indicava l’impegno a rappresentare interessi sociali, promuovere il cambiamento e mantenere il proprio radicamento tra i lavoratori e nell’elettorato. Il governo esprimeva invece la capacità di amministrare, elaborare proposte e assumersi responsabilità nazionali, anche prima di entrare formalmente nell’esecutivo.

Nel tempo, l’espressione ha assunto un significato quasi opposto ed è oggi utilizzata soprattutto in senso critico o ironico per descrivere un partito che partecipa attivamente al governo, ma continua a comportarsi come se fosse all’opposizione. Una forza politica che occupa le stanze del potere e, contemporaneamente, protesta contro le decisioni del governo stesso, cercando di beneficiare sia dell’autorità derivante dagli incarichi ricoperti sia della rendita politica garantita dalla contestazione.

Essere “di lotta e di governo” significa oggi approvare leggi, nominare dirigenti, distribuire risorse e modificare gli equilibri istituzionali, continuando tuttavia a parlare e propagandare come se le decisioni dipendessero sempre da qualcun altro. Restano il linguaggio, i bersagli e perfino le promesse tipiche dell’opposizione, mentre il potere viene esercitato senza accettare fino in fondo la responsabilità dei suoi risultati.

Si può così governare rappresentandosi come una forza permanentemente assediata e ostacolata. Ciò che funziona viene attribuito alla determinazione della maggioranza, mentre ciò che non produce i risultati annunciati dipende, di volta in volta, dai giudici, dall’Europa, dalla burocrazia, dai governi precedenti, dall’opposizione, dai tecnici o da non meglio identificati poteri forti.

Il centrodestra guidato da Giorgia Meloni, ormai alla quarta annata piena della legislatura con una maggioranza parlamentare stabile, ha trasformato questa impostazione in una campagna elettorale permanente, costruita ancora attorno a nemici da combattere, emergenze da denunciare e ostacoli esterni ai quali attribuire ciò che non è stato realizzato.

Il recente dibattito sulla legittima difesa ne offre un esempio particolarmente chiaro. Dopo la condanna definitiva del gioielliere piemontese Mario Roggero a quasi quindici anni per l’uccisione di due rapinatori, la Lega ha annunciato di voler modificare ancora una volta l’articolo 52 del codice penale. Il caso è stato esaminato in tre gradi di giudizio da ventuno persone, dodici giudici popolari e nove magistrati togati, circostanza che rende difficile presentare la sentenza come l’arbitrio di un singolo giudice o il frutto di un’interpretazione occasionale.

Cambiare una legge che si ritiene incompleta o inefficace è del tutto legittimo e può perfino essere un segno di serietà politica. La contraddizione nasce quando la revisione viene presentata come una nuova battaglia contro un sistema costruito da altri, dimenticando che la legittima difesa era già stata riformata nel 2019 su iniziativa dello stesso Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno, con il sostegno anche di Fratelli d’Italia.

Quella modifica era stata celebrata come una svolta definitiva a tutela di commercianti e cittadini aggrediti nelle proprie abitazioni o attività, una promessa mantenuta e la conclusione di una lunga battaglia politica. Sette anni dopo, gli stessi protagonisti spiegano che non basta più e vogliono intervenire nuovamente. Possono certamente farlo, ma senza fingere di ripartire ogni volta da zero. La legge vigente nasce da una riforma approvata, rivendicata e trasformata in bandiera elettorale proprio dal centrodestra, che oggi dovrebbe riconoscerne i limiti e assumersi la responsabilità di modificarla.

Lo stesso ragionamento vale, più in generale, per la sicurezza, tema sul quale il centrodestra costruisce da almeno venticinque anni una parte decisiva della propria identità. Dal giugno 2001 a oggi, il Ministero dell’Interno è stato guidato per circa diciassette anni da esponenti provenienti dall’area di centrodestra, tra i quali Claudio Scajola, Giuseppe Pisanu, Roberto Maroni, Angelino Alfano, Matteo Salvini e l’attuale ministro Matteo Piantedosi, una presenza che corrisponde a circa il 70% del periodo considerato. Se si aggiungono i governi nei quali il Viminale è stato affidato a ministri tecnici o indipendenti, come Anna Maria Cancellieri e Luciana Lamorgese, al centrosinistra restano appena tre anni e mezzo, con Giuliano Amato e Marco Minniti. Per circa l’86% degli ultimi venticinque anni il Ministero dell’Interno comunque non è stato guidato da un esponente del centrosinistra.

Questo conteggio non autorizza ad attribuire direttamente al ministro dell’Interno ogni reato, ogni criticità nell’ordine pubblico o ogni difficoltà nella gestione dell’immigrazione. La sicurezza dipende da fenomeni sociali complessi, dalla presenza e dall’organizzazione delle forze dell’ordine, dal funzionamento della giustizia, dalle condizioni economiche e territoriali, dall’azione delle amministrazioni locali e da trasformazioni che nessun governo può controllare attraverso un singolo decreto. Dopo una presenza tanto lunga del centrodestra al Viminale, tuttavia, diventa difficile sostenere che l’assetto attuale sia stato determinato soltanto dalle scelte degli avversari. Le norme sull’immigrazione, i decreti sicurezza, le politiche sui rimpatri e una parte consistente dell’ordinamento in materia di ordine pubblico sono stati approvati, modificati o lasciati invariati da governi nei quali la destra ha avuto responsabilità dirette.

Quando oggi si denunciano “vent’anni di leggi sbagliate”, si finisce quindi per criticare anche leggi che il centrodestra ha scritto, applicato o scelto di non cambiare. Una continuità così lunga nell’esercizio del potere dovrebbe comportare una corrispondente assunzione di responsabilità, mentre la comunicazione politica tende ogni volta a cancellare quanto è avvenuto prima dell’ultima campagna elettorale, restituendo l’immagine di una maggioranza appena arrivata e ancora impegnata a liberare il Paese dalle decisioni altrui.

Dentro questo racconto, immigrazione e sicurezza sono state progressivamente saldate fino a essere percepite come due aspetti dello stesso problema. Quando un episodio di cronaca coinvolge una persona straniera, la sua origine diventa spesso l’elemento centrale della notizia e viene utilizzata per suggerire un rapporto diretto tra la crescita dell’immigrazione e l’aumento dell’insicurezza. Reati analoghi commessi da cittadini italiani restano invece confinati nella loro dimensione individuale e non vengono assunti come prova di una responsabilità collettiva. La nazionalità dell’autore acquista così un significato politico selettivo, rilevante soprattutto quando può confermare una tesi già costruita.

Ciò non significa negare l’esistenza di problemi di criminalità, marginalità o mancata integrazione anche tra la popolazione straniera, né ignorare le criticità presenti in alcuni territori. Significa piuttosto evitare che fenomeni diversi vengano sovrapposti e che l’immigrazione diventi la spiegazione generale dell’insicurezza italiana. La percezione di un legame automatico viene alimentata dalla selezione degli episodi, dalla loro amplificazione e dalla continua riproposizione dell’emergenza, spesso senza distinguere tra cittadini italiani di origine straniera, residenti regolari, richiedenti asilo e persone prive del permesso di soggiorno. Condizioni giuridiche, percorsi personali e responsabilità individuali profondamente differenti vengono riuniti in un’unica categoria, sulla quale finisce per ricadere una presunzione collettiva di pericolosità.

Da questa rappresentazione distorta discendono le richieste di rimpatri generalizzati, pene esemplari, chiusura delle frontiere e, nelle aree più radicali della destra, perfino di remigrazione.

La presenza degli stranieri in Italia viene ricondotta quasi sempre alla permissività dei governi di sinistra, nonostante il centrodestra abbia guidato a lungo il Paese e gestito molti degli strumenti che regolano gli ingressi. Gli sbarchi via mare, inoltre, costituiscono soltanto una parte del fenomeno migratorio, mentre una quota rilevante degli arrivi avviene legalmente attraverso ricongiungimenti familiari, visti di studio e decreti sui flussi per motivi di lavoro.

Lo stesso governo Meloni, pur mantenendo una retorica molto rigida sull’immigrazione, ha ampliato le quote di lavoratori stranieri ammessi regolarmente in Italia, anche per rispondere alla carenza di manodopera denunciata dalle imprese. Contrastare gli ingressi irregolari e programmare quelli regolari necessari al sistema produttivo sono politiche che possono convivere e non rappresentano, di per sé, una contraddizione. Il contrasto emerge nel momento in cui si continua a descrivere l’immigrazione come il risultato di frontiere irresponsabilmente lasciate aperte da altri, senza spiegare che l’economia italiana ha bisogno ogni anno di decine di migliaia di lavoratori provenienti dall’estero e che una parte consistente degli ingressi è autorizzata e organizzata proprio dal governo.

La distanza tra il racconto politico e l’attività amministrativa appare altrettanto evidente sul terreno dei rimpatri. Allontanare una persona che non ha diritto di soggiornare in Italia richiede di identificarla, ottenere la collaborazione del Paese d’origine, stipulare accordi diplomatici, predisporre strutture e impiegare risorse economiche e amministrative. La decisione di un ministro, da sola, non consente di trasferire una persona in uno Stato che non la riconosce o non è disposto ad accoglierla.

Questi vincoli erano noti anche quando si promettevano rimpatri di massa, blocchi navali e una rapida fine dell’immigrazione irregolare. Una volta conquistato il governo, gli stessi ostacoli che venivano liquidati come alibi della sinistra sono diventati difficoltà oggettive con le quali l’amministrazione deve fare i conti. Non si può rimproverare a un esecutivo di non possedere poteri assoluti, ma gli si può chiedere conto di promesse formulate come se quei poteri esistessero e di problemi presentati come semplici, immediati e risolvibili attraverso la sola volontà politica. È in questa distanza tra la facilità degli slogan e la complessità dell’azione concreta che emerge la responsabilità di chi ha costruito consenso semplificando deliberatamente la realtà e, una volta al governo, continua a indicare altrove le ragioni dei risultati mancati.

Lo stesso schema si ritrova sul terreno economico. Negli ultimi venticinque anni il centrodestra ha guidato per circa la metà del tempo i principali dicasteri economici, con una presenza ancora più lunga al ministero competente per le politiche industriali e il sostegno alle imprese. Eppure, dall’opposizione, ha continuato a raccontare debito, pressione fiscale, accise, pensioni, burocrazia e debole crescita come il prodotto delle scelte altrui, promettendo soluzioni rapide che sarebbero dipese soltanto da una diversa volontà politica.

Una volta al governo, quelle soluzioni si sono scontrate con vincoli che erano noti anche prima: conti pubblici, mercati, energia, tassi d’interesse, regole europee. Giancarlo Giorgetti, da quasi cinque anni e mezzo consecutivi prima allo Sviluppo economico e poi all’Economia, rappresenta bene questa continuità e difficilmente può essere considerato estraneo alle politiche oggi giudicate insufficienti dal suo stesso partito. Il problema non è che il governo non riesca a risolvere difficoltà strutturali e antiche, ma che continui a presentarle come eredità altrui dopo aver costruito consenso sull’idea che sarebbe bastato conquistare il potere per superarle.

Dopo quasi quattro anni di legislatura, il governo Meloni non può più chiedere di essere giudicato soltanto sulla nettezza delle proprie intenzioni o sulla durezza con cui si contrappone agli avversari. Controlla Palazzo Chigi, i ministeri, le commissioni parlamentari e dispone dei numeri per approvare le proprie riforme, ma continua spesso a rappresentarsi come una forza assediata, attribuendo a giudici, Europa, burocrazia e opposizione la responsabilità di ciò che non riesce a realizzare. La sinistra, divisa, minoritaria in Parlamento e lontana dalle principali leve del potere, resta così il bersaglio al quale ricondurre problemi che attraversano il Paese da decenni o che la stessa destra ha contribuito a governare e, in alcuni casi, anche a creare.

Di fronte alla condanna di Mario Roggero, Giorgia Meloni ha affermato che «non si possono dare 8 anni a dei pedofili o meno di 10 anni a casi di stupri di gruppo e poi condannare a morire in carcere questo gioielliere», sostenendo che esista un problema di proporzionalità delle pene. Il confronto tra sentenze pronunciate in procedimenti diversi, senza considerare fatti, aggravanti, attenuanti e responsabilità accertate, rischia di ridurre ancora una volta una questione complessa a uno slogan. Se però la Presidente del Consiglio ritiene davvero che il sistema sanzionatorio sia squilibrato, ha la maggioranza e il ministro della Giustizia per intervenire. La grazia può incidere eccezionalmente sulla sorte di una singola persona, ma non corregge il problema generale che lei stessa denuncia.

La risposta, allora, è semplice: fatelo.

Se la legge sulla legittima difesa è insufficiente, modificatela, riconoscendo però di intervenire su una norma che avevate presentato come risolutiva. Se volete aumentare i rimpatri, rafforzate gli accordi e le risorse necessarie, spiegando perché le espulsioni di massa promesse non siano realizzabili. Se volete rilanciare l’economia, scegliete le misure, trovate le coperture e assumetevi la responsabilità delle conseguenze.

Sicurezza, immigrazione, crescita, debito e giustizia sono problemi reali, ma proprio per questo meriterebbero di essere affrontati senza trasformarli in emergenze permanenti. Il sospetto è che mantenerli irrisolti e continuamente evocati sia politicamente più conveniente che sottoporre le soluzioni alla prova dei fatti, perché un problema risolto non produce più paura, non indica più nemici e non mobilita consenso.

Essere oggi “di lotta e di governo” significa governare senza rinunciare ai vantaggi dell’opposizione, esercitare il potere continuando ad attribuire ad altri la responsabilità dei risultati mancati. Nel quarto anno di governo, però, l’alibi del potere ancora da conquistare non regge più. La maggioranza ha i numeri, i ministeri e il tempo per agire. Fatelo, quindi, e accettate di essere giudicati non dalla forza con cui indicate un nemico, ma dagli effetti che le vostre scelte hanno prodotto sulla vita degli italiani.

Realmente Info
Realmente Info
Realmente è uno spazio di riflessione sul mondo reale. Offriamo analisi critiche e punti di vista alternativi per comprendere meglio l’attualità e il nostro tempo.
TI POTREBBE INTERESSARE...

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

- Advertisment -
Google search engine
Google search engine

I più letti

Approfondimento

Miserie del calcio: il mercato dei sogni che sfrutta la povertà

Anche nell’angolo del mondo più sperduto i bambini nascono con la passione per il calcio. In special modo nei paesi più poveri, dove a...

Famiglie in cambiamento