C’è una domanda che vale la pena farsi, ora che Popsophia soffia sulle sue quindici candeline: come ha fatto un’idea nata in una piazza di provincia, Civitanova, per l’esattezza, a diventare un fenomeno capace di macinare numeri che farebbero invidia a festival internazionali? La risposta, temo, dispiacerà a chi ancora pensa che la cultura alta debba vivere separata in casa dalla cultura pop.
Popsophia ha fatto esattamente il contrario: li ha messi a tavola insieme, filosofia e immaginario di massa, e ha scoperto che il pubblico, quello vero, non solo li tollera a stare vicini, ma li premia. Sessantaquattro philoshow originali in tre lustri, un pubblico arrivato da diciotto regioni, oltre duecento comuni rappresentati: sono cifre che raccontano un pubblico che si è spostato, letteralmente, per ascoltare pensiero critico infilato dentro uno spettacolo. Non è una cosa che càpita spesso.
Il caso Popsophia merita attenzione critica proprio perché non si è limitato a “mettere in circolazione idee elaborate altrove”, come ha osservato la direttrice artistica Lucrezia Ercoli, ma ha scelto la strada più rischiosa: produrre pensiero in prima persona, costruendo un genere, il philoshow, che non esisteva prima e che oggi viene sostenuto tutto l’anno. C’è perfino una band fissa di undici elementi. È un investimento produttivo che ricorda, con le dovute proporzioni, la logica delle serie evento: non si campa di repliche, si campa di autorialità riconoscibile.
E poi c’è il capitolo dell’eredità digitale: 964 video, duecentonovanta ore di contenuti, dodici giorni di pensiero ininterrotto disponibili gratuitamente su YouTube. È il paradosso di un festival nato per riempire le piazze che finisce per costruire, senza troppo clamore, un piccolo servizio pubblico culturale parallelo. Un engagement digitale che supera il doppio della media di settore non si ottiene per inerzia: si ottiene perché qualcuno, nel tempo, ha capito che il pubblico della cultura pop non va inseguito con il compiacimento, ma rispettato con la qualità.
Resta il nodo, mai davvero sciolto in quindici anni, che Ercoli stessa ricorda con onestà: c’è chi in questa contaminazione ha visto la più importante novità culturale di un’epoca, e chi l’ha liquidata come impostura. È un dibattito legittimo, e forse persino necessario, ma i numeri, quelli sì, non si liquidano tanto facilmente. Quando un pubblico prevalentemente femminile, adulto e culturalmente attivo sceglie Vasco Rossi o David Bowie come chiave d’accesso a un ragionamento filosofico, e lo fa per quindici anni consecutivi, forse è il momento di ammettere che la distinzione tra alto e basso ha smesso di essere una linea di demarcazione.







