La violenza dei giovani non nasce dal nulla. Questo contributo si colloca in continuità con una riflessione avviata la scorsa settimana — “Ragazzi più armati, adulti più assenti: il cortocircuito che non vogliamo vedere” — che ha aperto una domanda necessaria sul ruolo degli adulti e delle comunità “educanti”. Ci torno perché il tema è tutt’altro che esaurito: richiede di essere approfondito, ampliato, compreso fino in fondo. E riguarda non solo ciò che accade, ma anche il nostro modo — spesso insufficiente (e sono generoso) — di affrontarlo.
Non è la prima volta. E, se continuiamo così, non sarà l’ultima. Ogni episodio di violenza giovanile riattiva lo stesso schema: shock, paura, richieste di misure più dure. Il solito copione. Una reazione comprensibile, ma ormai prevedibile. Ciò che resta immutato è altro: la difficoltà a interrogarci davvero. A riconoscere che questi fenomeni non sono deviazioni isolate, ma segnali. Segnali che parlano di un mondo adulto che troppo spesso commenta, reagisce, si indigna… ma fatica — e non poco — ad assumersi fino in fondo la propria parte di responsabilità.
È dentro questa dinamica che il tema della sicurezza torna ciclicamente al centro del dibattito pubblico. È la cronaca a dettare l’agenda, soprattutto quando gli episodi colpiscono nel profondo e incrinano il senso di conforto condiviso. Ma fermarsi alla superficie dei fatti — per quanto gravi — rischia di essere, ancora una volta, una scorciatoia. Perché ciò che accade non chiede solo reazioni. Chiede comprensione. E, soprattutto, chiede responsabilità. Chiede azione, concreta e continuativa.
Come quello avvenuto nella provincia di Bergamo, dove un tredicenne ha accoltellato la propria insegnante. Un fatto che scuote, che inquieta, che inevitabilmente richiama parole forti: violenza, paura, controllo, punizione.
Ma è proprio in questi momenti che si misura la qualità dello sguardo di una società, in particolare di quella adulta. Perché la tentazione più immediata è rispondere sul piano dell’emergenza, riducendo tutto a una questione di ordine pubblico.
È dentro questo scenario che prende forma il manifesto “Scuole e famiglie: non lasciamole sole davanti alla crisi”, promosso da Massimo Ammaniti, Vittorio Lingiardi e Stefano Vicari — tra i più autorevoli studiosi italiani nell’ambito della psicologia, della psichiatria e della neuropsichiatria dell’età evolutiva. Non una reazione emotiva, ma una presa di posizione lucida, fondata su anni di lavoro clinico e di ricerca.
Gli autori, fin dalle prime righe del manifesto, spostano il baricentro della discussione: “Come docenti universitari, clinici e terapeuti che da anni lavorano con bambini e adolescenti in difficoltà, ci sentiamo in dovere di ricordare l’importanza di uno sguardo psicologico, educativo e sociale: una lettura e una prospettiva spesso assenti nel confronto politico, ma essenziali per incidere davvero sulle cause dei problemi e non solo sulle loro conseguenze più visibili.”
È una frase che, da sola, segna un cambio di paradigma. Introduce una dimensione troppo spesso assente nel dibattito pubblico: quella della complessità. La letteratura internazionale sulla salute mentale in età evolutiva — dai report dell’OMS agli studi che osservano i cambiamenti nel tempo — mostra con chiarezza che i comportamenti a rischio non possono essere letti in modo isolato, ma vanno compresi all’interno di sistemi di relazioni, contesti educativi e condizioni socio-economiche. Limitarsi alla superficie dei fatti — alla risposta immediata, alla sanzione — non è soltanto insufficiente, ma rischia anche di produrre effetti controproducenti nel medio-lungo periodo.
“Aumentare il controllo, inasprire le sanzioni, abbassare l’età della punibilità sono soluzioni che, in quanto tali, non producono una riduzione stabile dei comportamenti violenti. Anzi, rischiano di rafforzare, soprattutto nei ragazzi più fragili, dinamiche di identificazione con il ruolo del giovane deviante, stigmatizzato ed escluso dalla comunità.”
La forza di questa affermazione sta nella sua natura non ideologica, ma fortemente coerente con un ampio corpo di conoscenze consolidate. Studi in ambito criminologico e psicologico — inclusi i report di Transcrime e le analisi di organismi internazionali — mostrano come l’inasprimento delle sanzioni in età adolescenziale abbia un impatto limitato, se non nullo, sulla riduzione stabile dei comportamenti violenti. In questa direzione si inserisce anche il cosiddetto Decreto Caivano (che ha introdotto misure più restrittive in materia di sicurezza, rafforzando le sanzioni e anticipando, in alcuni casi, l’intervento penale sui minori): una risposta immediata sul piano del controllo, ma difficilmente incisiva sulle cause profonde del disagio.
È proprio questo il passaggio più scomodo, ma anche il più decisivo: “Queste risposte rischiano di rafforzare, soprattutto nei ragazzi più fragili, dinamiche di identificazione con il ruolo del giovane deviante.” Qui il discorso cambia davvero, perché costringe ad andare oltre il gesto, oltre l’episodio, oltre la sua rappresentazione mediatica. La letteratura sullo sviluppo adolescenziale mostra come l’identità, soprattutto nelle fasi più fragili, si costruisca anche attraverso processi di riconoscimento sociale — positivo o negativo. In questo senso, approcci fondati esclusivamente sulla deterrenza e sull’etichettamento rischiano di consolidare proprio ciò che si vorrebbe contrastare, rafforzando marginalità e appartenenze devianti. Al contrario, risultano più efficaci interventi precoci, continuativi e centrati sulle relazioni — in ambito educativo, familiare e comunitario — capaci di agire sui fattori di rischio prima che il comportamento problematico si strutturi. È, in definitiva, il passaggio da una logica reattiva a una logica preventiva.
Il passaggio successivo del manifesto è tanto semplice quanto decisivo: “In adolescenza, la rabbia e la violenza agita non nascono dal nulla. Spesso sono l’espressione finale di un disagio che si è accumulato nel tempo: povertà educativa, fallimenti scolastici, difficoltà relazionali, famiglie disagiate o disfunzionali, assenza di adulti significativi capaci di contenere e dare un nome alle emozioni…”
Questa affermazione trova un riscontro preciso negli studi sullo sviluppo adolescenziale. I comportamenti violenti rappresentano, nella maggior parte dei casi, l’esito di un’esposizione prolungata a fattori di rischio cumulativi: isolamento sociale, insuccesso scolastico, fragilità familiari, carenza di riferimenti adulti. Non si tratta di cause isolate, ma di traiettorie segnate da una progressiva erosione delle risorse personali e relazionali. In assenza di adulti capaci di contenere e rielaborare il vissuto emotivo, la rabbia può trasformarsi in azione, diventando una forma — distorta ma comprensibile — di espressione del disagio. Dire che “non nascono dal nulla” significa riconoscere che questi comportamenti prendono forma dentro relazioni, contesti e, soprattutto, dentro vuoti: educativi, affettivi e sociali. È su questi vuoti che si gioca la possibilità reale di prevenzione.
È a questo punto che il documento amplia lo sguardo: il focus non è più soltanto sui comportamenti dei ragazzi, ma sulle condizioni educative e istituzionali in cui quei comportamenti prendono forma. “La scuola rappresenta il primo presidio fondamentale. Non solo come luogo di istruzione, ma come spazio di crescita emotiva, costruzione dell’identità, apprendimento delle regole della convivenza, conquista del sentimento di fiducia. Se gli insegnanti sono pagati poco e lasciati soli, se le classi sono troppo numerose, se le figure di supporto psicologico mancano o sono estemporanee, se l’investimento sulla convivenza scolastica e sull’educazione alle relazioni è trascurato, la scuola rischia di diventare un’istituzione svuotata della funzione di riconoscere il disagio.”
I dati disponibili mostrano con chiarezza che il benessere scolastico, la qualità delle relazioni con gli insegnanti e il clima di classe incidono direttamente non solo sugli apprendimenti, ma anche sulla regolazione emotiva e sui comportamenti sociali. Allo stesso modo, la presenza stabile di figure di supporto e una gestione sostenibile delle classi rappresentano fattori protettivi rilevanti. Quando queste condizioni vengono meno, la scuola perde progressivamente la sua funzione educativa integrale, faticando a intercettare — e quindi a prevenire — le forme emergenti di disagio.
Un passaggio che riporta il discorso dentro la realtà quotidiana, spesso invisibile, delle famiglie. “Accanto alla scuola, le famiglie restano il fulcro dell’azione preventiva. Molti genitori, soprattutto se oppressi da difficoltà economiche, lavorative e relazionali, oggi si trovano disarmati di fronte alla complessità di alcune adolescenze. Stigmatizzare le famiglie o attribuire unicamente a loro la responsabilità dei comportamenti dei figli è ingiusto e controproducente.”
La letteratura sulla genitorialità e sullo sviluppo conferma che il contesto familiare incide profondamente sugli esiti evolutivi, ma solo se sostenuto da condizioni adeguate. Programmi di supporto alla genitorialità — dai percorsi di accompagnamento educativo agli spazi di consulenza fino agli interventi domiciliari nei casi più complessi — rafforzano le competenze educative e riducono i comportamenti a rischio. Le esperienze più efficaci sono quelle inserite in reti territoriali integrate, capaci di connettere scuola, servizi sociali, sanitari e comunità. In assenza di queste reti, il carico educativo ricade interamente sulle famiglie, amplificando fragilità già presenti.
C’è un punto, nel dibattito pubblico, che continuiamo a rimandare. “La politica non deve guardare alla scuola, come alla salute, solo nei momenti dell’emergenza.”
Questa affermazione intercetta una criticità strutturale: la tendenza a intervenire in modo reattivo anziché preventivo. I sistemi più efficaci sono quelli che investono con continuità su istruzione, salute mentale e servizi territoriali, riducendo nel tempo l’incidenza delle crisi e il costo degli interventi tardivi. Nel contesto italiano, invece, scuola e salute restano spesso oggetto di attenzione discontinua: si interviene quando il problema esplode, ma si fatica a sostenere politiche strutturali. Il risultato è duplice: risposte inefficaci perché tardive e presìdi educativi sempre più fragili. Applicare una logica emergenziale a sistemi che richiedono continuità significa, di fatto, accettare che i problemi si riproducano.
Per questo il punto centrale del manifesto non è solo un appello. È una direzione: “Non lasciamo sole scuole e famiglie: è una responsabilità collettiva.” Ma è proprio qui che emerge una distanza difficile da ignorare. Perché queste parole non sono nuove. Sono il risultato di anni di ricerca, di lavoro sul campo, di conoscenze consolidate. Eppure spesso, troppo spesso, restano ai margini delle scelte pubbliche — nazionali e locali — e, in molti casi, anche dell’agire quotidiano di chi ricopre ruoli educativi e sociali rilevanti.
È difficile non provare una forma di sconforto (il mio è tanto) davanti a questo scarto tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo. Non siamo di fronte a un problema di conoscenze insufficienti, ma di responsabilità non assunte fino in fondo.
Allora il punto non è più capire cosa serva. È decidere se abbiamo davvero intenzione di farlo. Perché continuare a ignorare ciò che è già chiaro — ciò che la ricerca indica, ciò che l’esperienza conferma — non è più una svista. È una scelta. E ogni scelta, soprattutto quando riguarda i più giovani, ha un costo. Che non si misura oggi, ma che presenterà il conto domani. Porca miseria.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




