domenica, 10 Maggio 2026
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Un sipario scarlatto e un ritorno felice: viaggio teatrale al Vascello

Di Piergiorgio Pietroni

Una domenica romana: prima visita al Museo d’Arte Moderna e poi al Teatro Vascello, dove all’ingresso ho un tuffo al cuore vedendo le locandine degli spettacoli A come Alice e Risveglio di primavera, con Giancarlo Nanni regista ed Emanuela Kustermann attrice. Il primo visto al TLR di Macerata, il secondo nella loro Cantina Teatro di Piazza del Gesù a Roma.

Entro in sala e la prima immagine che mi appare è un sipario rosso scarlatto che chiude alla vista tutto l’arco scenico e si allarga a terra fino a lambire la prima fila della platea, quasi ad annientare il proscenio e invitare fin da subito lo spettatore a essere nella scena e con la scena, non semplice spettatore ma attore.

Al centro c’è anche un rialzo che sembra un catafalco, con qualcosa coperta dalle pieghe del velluto: forse un corpo disteso, che mi richiama il Cristo velato. Osservo se accenna a un respiro, ma niente: tutto immobile, finché non si spengono le luci in sala e, da uno spiraglio aperto nel sipario, compare l’attore, Lino Musella, in maglietta e calzoncini, lo sguardo puntato su di noi spettatori, come se cercasse di invitarci all’attenzione. In quel momento un cellulare in platea emette un suono e verso quello l’attore volge uno sguardo di fuoco.

Si rialza un poco, parla, divaga, racconta, simulando un distacco che non ha. Tira fuori un bicchiere che riempie, presumibilmente, di whisky. Così siamo immersi e scivolati dentro a Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo, la pièce di Fabrizia Ramondino che Mario Martone aveva messo in scena tre anni fa a Napoli e che ora ritorna felicemente in scena.

Lino Musella, attore a me noto perché nel 2007 e negli anni successivi, sotto la regia dell’amico maceratese Antonio Mingarelli, fu protagonista di vari spettacoli come Ricorda con rabbia di Osborne, L’uomo, la bestia e la virtù di Pirandello e un Riccardo III di Shakespeare, spettacolo itinerante all’interno del Teatro Lauro Rossi, con inizio all’ingresso, per continuare nella scalinata, proseguire tra i palchi e concludersi sul palcoscenico, ed io ne ero uno dei comprimari.

Ritornando all’immagine iniziale, prima c’è da entrare nella stanza, che poi è il salotto napoletano con mobili d’epoca, poltrone e divani disposti con una certa simmetria: quadri alle pareti su cui cadono sapientemente luci a illuminarli, un enorme lampadario di Murano che incombe al centro della scena. In questa sono anche disposte le donne della famiglia e il ragazzo, per il momento facente parte di essa.

Familiari che il compositore vorrebbe suonare come fossero strumenti: infatti tiene sempre la bacchetta da direttore quando interloquisce con loro. “Sono e suono” è il ritornello che ripete spesso, come fosse il correlativo di un suo cogito, quel mettere mano al pianoforte o buttare per aria spartiti delle sue composizioni.

Sono loro, le tre donne, a intestarsi ciascuna delle tre parti in cui è scandito il testo e lo spettacolo: la madre, la splendida Iaia Forte, elegante ma concreta nel gestire la dissipazione di una privilegiata condizione sociale; la moglie, una intensa Tania Garibba, un poco spenta dal disamore; la grazia naturale della figlia adolescente, India Santella, esile e brava, che amoreggia con un ragazzetto dai ricci e dal portamento pasoliniano.

A conclusione di ogni sequenza c’è l’intervento di un equivoco personaggio (Giorgio Pinto), un usuraio che man mano si impossessa dei beni del salotto, simbolo dello status del compositore.

Diventa allora chiaro il senso del Cristo velato iniziale: è lo stesso svolgersi delle azioni drammatiche e del disquisire del compositore, con bacchetta in mano, che porta a svelare il suo porsi rispetto alla realtà che lo circonda. Questo svelarsi e svelare gli altri avviene a suon di musica, intervallata dalle sue composizioni: solo così può arrivare a vedersi nudo, senza più veli.

In questa coralità, la recitazione di Musella è uno strumento che ridà suono e luce a ogni singola parola: la sua recitazione è una partitura melodica, una sinfonia dolce e graffiante, capace di restituire immagini e colore.

È sicuramente un testo che richiede particolare attenzione, perché i concetti sono legati e sviluppati così velocemente che con difficoltà si riesce a starvi dietro; è un testo che, per coglierne appieno le sfumature, va letto oltre che ascoltato.

Applausi a non finire. Una bella giornata, con un felice ritorno.

Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo
Testo inedito di Fabrizia Ramondino
Regia e scene: Mario Martone
Con la collaborazione di Ippolita di Majo
Con: Lino Musella, Iaia Forte, Tania Garibba, Totò Onnis, India Santella, Matteo De Luca
Costumi: Ortensia De Francesco
Luci: Cesare Accetta

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