di Leonardo Bagnasco
C’è un filo che lega le bilance di Aristide Merloni, la carta di Fabriano e le scarpe prodotte tra il Fermano e il Maceratese, ed è il filo di una storia industriale che nel corso del Novecento ha trasformato una regione povera, prevalentemente agricola e segnata dall’emigrazione in una delle aree manifatturiere più dense e dinamiche d’Europa, costruendo attorno alle fabbriche e ai distretti non soltanto occupazione e ricchezza, ma un intero modello sociale fondato sull’impresa familiare, sul lavoro diffuso e su un legame profondo tra produzione e territorio.
È proprio quel modello ad avere perduto, nell’arco degli ultimi quindici anni, una parte rilevante della propria forza. Sono diminuite le imprese e l’occupazione manifatturiera, alcuni dei maggiori gruppi industriali sono stati ceduti o ridimensionati, i distretti si sono indeboliti, gli investimenti nell’innovazione sono rimasti indietro e una quota crescente di giovani qualificati ha lasciato la regione. Non si tratta quindi di un rischio futuro o di una lettura pessimistica della realtà, ma di una trasformazione già avvenuta nelle sue linee fondamentali e confermata da dati diversi che convergono verso la stessa diagnosi. Le Marche sono scivolate ai margini delle principali traiettorie italiane ed europee di sviluppo, senza avere probabilmente maturato una piena consapevolezza della profondità dell’arretramento compiuto, primo passaggio indispensabile per elaborare un nuovo modello capace di sostituire quello industriale che ne aveva sostenuto la crescita.
I risultati dell’ultima indagine del centro di ricerca indipendente MET, Monitor Economia Territorio, condotta su un campione di circa 28 mila imprese italiane, confermano che il caso marchigiano non si inserisce in una tendenza generale del Paese, ma accomuna soltanto un numero limitato di regioni e aree territoriali. Mentre alcune regioni del Mezzogiorno hanno recuperato terreno e il Nord ha conservato una parte consistente della propria capacità produttiva, le Marche si sono collocate, insieme all’Umbria e alle aree della Toscana esterne al sistema fiorentino, in una fascia di crescente marginalizzazione economica. Gli economisti definiscono questo processo “periferizzazione”, intendendo la progressiva uscita di un territorio dai circuiti nei quali si concentrano investimenti, innovazione, competenze e opportunità.
Alla diagnosi del MET si aggiunge quella contenuta nella “Lettera aperta alla comunità regionale”, presentata nell’aula della Facoltà di Economia di Ancona intitolata a Giorgio Fuà e sottoscritta da sei autorevoli economisti marchigiani, che non descrivono una difficoltà congiunturale, ma una vera crisi di sistema. A restituirne la portata è uno dei dati illustrati in quella sede, secondo il quale tra il 2008 e il 2026 le Marche hanno perso circa 18 punti di Pil pro capite rispetto alla media dell’Unione europea.
Per comprendere fino in fondo come si sia prodotto questo arretramento è utile ricordare la nascita e lo sviluppo del modello industriale marchigiano attraverso tre storie diverse che, più di molte statistiche, ne raccontano l’ascesa e il successivo indebolimento economico e sociale.
Aristide Merloni tornò a Fabriano nel 1930, dopo aver lavorato come disegnatore tecnico in uno stabilimento di Pinerolo per 250 lire al mese, e con il sostegno finanziario di un sacerdote di Albacina avviò una piccola produzione di bilance in un territorio che fino ad allora aveva offerto ai propri abitanti soprattutto la strada dell’emigrazione. Da quella iniziativa nacque uno dei maggiori gruppi industriali italiani, che negli anni Cinquanta passò dalle bilance alle bombole per gas, agli scaldabagni, alle cucine e agli elettrodomestici, lanciando il marchio Ariston e arrivando a contare sette stabilimenti nelle Marche, con effetti profondi sull’occupazione, sulla formazione delle competenze, sull’indotto e sulla crescita sociale del territorio.
Con Vittorio Merloni, il ramo dei grandi elettrodomestici crebbe fino ad acquisire Indesit e ad assumerne successivamente il nome, diventando il secondo produttore europeo del settore. Nel 2014 l’azienda fu ceduta alla multinazionale statunitense Whirlpool e l’impresa familiare costruita nell’arco di tre generazioni entrò a far parte di un gruppo globale; dieci anni dopo, le attività europee furono conferite in Beko Europe, controllata dalla turca Arçelik. Il piano presentato alla fine del 2024 prevedeva quasi duemila esuberi e un profondo ridimensionamento della presenza italiana, ma l’accordo raggiunto nel 2025 ha escluso i licenziamenti collettivi, ridotto le uscite a circa 950, da gestire su base volontaria, e previsto nuovi investimenti. La vertenza ha evitato gli esiti inizialmente prospettati, ma ha confermato quanto il futuro della produzione nata a Fabriano per contrastare la disoccupazione e l’emigrazione dipenda ormai da strategie definite lontano dalle Marche. Va comunque ricordato che non tutto l’universo industriale dei Merloni è stato ceduto, perché l’attuale Ariston Group, specializzata nel comfort termico e tuttora controllata dalla famiglia, appartiene a un ramo distinto da quello degli elettrodomestici confluito in Indesit.
La seconda storia affonda le proprie radici ancora più indietro nel tempo. La tradizione cartaria di Fabriano risale al Medioevo, mentre le Cartiere Miliani furono fondate nel 1782 da Pietro Miliani e per oltre due secoli hanno rappresentato uno dei simboli più riconoscibili della manifattura italiana nel mondo, legando qualità, competenze artigiane, produzione industriale e identità del territorio.
Nel 2002 le Cartiere Miliani furono acquistate dal gruppo veronese Fedrigoni, anch’esso nato come impresa familiare e caratterizzato da una lunga tradizione produttiva, ma nel 2017 il gruppo entrò nell’orbita della finanza internazionale con l’acquisizione da parte del fondo statunitense Bain Capital, al quale si è successivamente affiancato BC Partners. La fabbrica e il marchio Fabriano sono rimasti, ma è cambiata la natura della proprietà, con il passaggio dal capitale familiare a quello finanziario internazionale.
Nel 2024 Fedrigoni ha deciso di uscire dal settore della carta per ufficio e di cessare le attività della controllata Giano, coinvolgendo inizialmente 195 lavoratori impiegati tra Fabriano, il reparto di taglio di Rocchetta e gli uffici della società. La procedura di licenziamento è stata successivamente ritirata per i 173 dipendenti a tempo indeterminato e nel corso del 2025 oltre l’80% di loro è stato ricollocato all’interno del gruppo o presso altre imprese marchigiane, ma la produzione è stata comunque fermata. Nella stessa città si sono così sovrapposte la crisi dell’ex sistema Indesit e quella della produzione cartaria, due vicende differenti ma accomunate dalla perdita del controllo locale sulle scelte che determinano il futuro industriale del territorio.
La terza storia non coincide con una grande famiglia industriale o con una singola fabbrica, ma con il distretto calzaturiero fermano-maceratese, costruito da migliaia di piccoli imprenditori, laboratori artigiani, terzisti e aziende specializzate, e proprio per questo rappresenta meglio delle altre ciò che è accaduto a una parte consistente del tessuto produttivo marchigiano. Per decenni questo sistema diffuso ha incarnato una delle espressioni più caratteristiche del modello regionale, fondato su piccoli centri industrializzati, competenze trasmesse tra generazioni, imprese familiari capaci di esportare e una filiera nella quale quasi tutte le fasi della produzione potevano essere realizzate nel raggio di pochi chilometri.
Tra il 2019 e il 2024 il settore calzaturiero marchigiano ha perso 4.148 addetti, pari al 18,5% dell’occupazione complessiva, quasi un lavoratore su cinque, registrando una contrazione che non trova riscontri analoghi negli altri principali distretti italiani, secondo i dati Istat elaborati da Confindustria Moda. La provincia di Fermo concentra da sola oltre il 60% dell’occupazione regionale del comparto e il suo arretramento coinvolge quindi una parte decisiva dell’intero sistema manifatturiero marchigiano.
A pagare il prezzo più alto sono state soprattutto le imprese con 10-25 dipendenti, abbastanza strutturate da dover sostenere costi, adempimenti e obblighi organizzativi rilevanti, ma troppo piccole per disporre delle risorse amministrative, finanziarie e manageriali delle aziende maggiori. Le difficoltà di accesso al credito, la necessità di investire e l’assenza di un ricambio generazionale hanno indotto molti imprenditori prossimi alla pensione a chiudere anziché indebitarsi per proseguire l’attività.
Su questa fragilità hanno inciso anche la guerra in Ucraina, le sanzioni alla Russia, mercato storicamente importante per le calzature marchigiane, e le tensioni commerciali internazionali, mentre nel primo semestre del 2025 l’export del comparto ha subito un’ulteriore contrazione del 12,4%. La parabola del distretto mostra così che il declino non ha riguardato soltanto i grandi gruppi passati sotto il controllo di multinazionali o fondi internazionali, ma ha investito anche il nucleo più caratteristico del modello marchigiano, formato da piccole imprese radicate nelle comunità e legate tra loro da rapporti di filiera, molte delle quali sono già scomparse senza essere sostituite da nuove iniziative imprenditoriali.
Le tre parabole industriali non rappresentano eccezioni, ma trovano conferma nell’andamento complessivo del sistema produttivo marchigiano. Tra il 2013 e il 2023 la regione ha perso oltre 20 mila imprese attive, pari al 13,2% del totale, a fronte di una diminuzione media nazionale dell’1,7%, registrando secondo il rapporto TrendMarche della Camera di Commercio il risultato peggiore tra tutte le regioni italiane.
La contrazione è proseguita nel 2024, quando il numero delle imprese attive è diminuito di un ulteriore 3,1%, ancora una volta la flessione più marcata a livello nazionale. Nel triennio 2022-2024 sono state inoltre registrate 43.282 cessazioni, una media superiore a 1.200 al mese, un dato lordo distinto dal saldo tra aperture e chiusure ma comunque indicativo dell’intensità con cui si è consumato il ricambio del tessuto imprenditoriale.
A ridursi sono stati proprio i settori sui quali si era costruito lo sviluppo delle Marche. Nel decennio 2013-2023 il manifatturiero ha perso il 17,1% delle imprese attive, il commercio il 20,5% e le costruzioni il 19,6%, mentre su un arco temporale di quindici anni un’analisi della Cgil regionale stima una perdita complessiva di circa 33 mila occupati, concentrata soprattutto nella manifattura e nel tessile-calzaturiero.
Alla riduzione della base produttiva si è accompagnata una crescita economica debole. Nel 2024 il Pil marchigiano è rimasto sostanzialmente fermo, mentre nel 2025 si è registrata una modesta ripresa che non ha tuttavia interrotto la fragilità dell’attività industriale.
La Lettera aperta degli economisti marchigiani completa il quadro con due dati che mostrano come l’arretramento non sia stato soltanto numerico. Dal 2000 il numero delle imprese esportatrici regionali si è dimezzato e dal 2007 l’occupazione dirigenziale nella manifattura si è ridotta del 60%, segnalando che, accanto alle aziende scomparse, si sono indebolite anche molte di quelle rimaste, perdendo competenze manageriali, capacità organizzative e strutture adeguate a competere sui mercati internazionali.
I numeri e le vicende industriali descrivono ciò che è accaduto, ma per comprendere perché questo processo si sia manifestato nelle Marche con una forza maggiore che altrove occorre distinguere le fragilità che lo hanno originato dalle conseguenze che hanno finito per aggravarlo. Tra le prime c’è il ritardo nell’innovazione, perché secondo il MET nelle Marche investe in ricerca e sviluppo una quota di imprese pari a circa la metà di quella del Nordest, mentre gli investimenti nelle tecnologie digitali, che nel 2019 interessavano quasi il 15% delle aziende, sono scesi al 6% nel 2025. La regione dispone di università, centri di ricerca ed eccellenze imprenditoriali, ma non è riuscita a metterli a sistema e a trasferire innovazione, competenze e tecnologie al tessuto diffuso delle piccole imprese.
A questa debolezza interna si è accompagnata la progressiva perdita dei centri decisionali locali. Secondo l’Ires, le multinazionali estere impiegano ormai oltre il 15% dei lavoratori privati e producono circa un quarto del valore aggiunto regionale. Il capitale internazionale può portare investimenti, tecnologie e accesso a nuovi mercati, ma il problema nasce quando al passaggio delle imprese sotto il controllo di gruppi esterni non corrisponde la crescita di nuovi soggetti imprenditoriali locali altrettanto solidi, capaci di mantenere nel territorio proprietà, competenze e capacità di decisione.
La partenza dei giovani rappresenta a sua volta una conseguenza del declino e, insieme, uno dei fattori che ne rendono più difficile il superamento. La Commissione europea ha inserito le Marche tra le regioni coinvolte nella cosiddetta “trappola dello sviluppo dei talenti”, territori che perdono competenze e faticano a formarne e trattenerne di nuove, mentre le imprese giovanili rappresentano ormai appena il 7% del sistema regionale, confermando la difficoltà nel garantire il ricambio generazionale e la nascita di nuove iniziative imprenditoriali.
Le cause del declino marchigiano non possono essere attribuite soltanto alla politica, perché la trasformazione dell’industria europea, la globalizzazione, la concorrenza dei Paesi a minor costo del lavoro, le guerre, le sanzioni, i dazi e le rivoluzioni tecnologiche hanno investito territori ben più ampi dei confini regionali. Proprio la complessità di questi cambiamenti avrebbe però richiesto una risposta politica continua e strutturata, capace di accompagnare il passaggio generazionale nelle imprese, favorirne la crescita dimensionale e manageriale, collegare stabilmente università e produzione, sostenere l’innovazione e predisporre interventi specifici per i distretti maggiormente esposti.
Questa strategia non è arrivata. Negli ultimi decenni si sono succedute amministrazioni regionali di diverso colore politico che hanno parlato di rilancio industriale, infrastrutture, aree interne e sostegno alle imprese, ma i tavoli convocati, i documenti approvati e i programmi annunciati si sono troppo spesso esauriti nella gestione dell’ordinario o delle singole crisi aziendali, senza comporre una politica industriale riconoscibile e verificabile nel lungo periodo. Anche l’assenza della Regione Marche alla presentazione della Lettera aperta degli economisti assume in questo quadro un valore simbolico, perché restituisce la distanza tra la gravità della diagnosi e la debolezza della risposta istituzionale.
Ciò che è mancato, e continua a mancare, è una classe dirigente regionale capace di riunire imprese, università, corpi intermedi, sistema del credito e istituzioni attorno a una visione comune dello sviluppo. Non soltanto una classe politica, quindi, ma un insieme di responsabilità, competenze e poteri in grado di superare quella frammentazione che nelle Marche trasforma troppo spesso il policentrismo in campanilismo, spingendo ogni territorio a difendere il proprio ospedale, la propria università, il proprio collegamento ferroviario, il proprio finanziamento o la propria area industriale senza costruire un vero baricentro regionale delle decisioni.
In questo vuoto, i mercati internazionali, le multinazionali e i fondi finanziari hanno mostrato, nel perseguire i propri interessi, una capacità di decisione molto più rapida ed efficace di quella delle istituzioni locali, assumendo un peso crescente sul destino di un patrimonio industriale costruito nell’arco di un secolo. La politica regionale non ha provocato da sola il declino delle Marche, ma non è riuscita a comprenderlo per tempo né a contrastarlo, intervenendo soltanto in modo sporadico e con risultati spesso dubbi sui suoi effetti, quando la perdita di imprese, occupazione, competenze e giovani era già in corso da anni.
Le Marche conservano imprese eccellenti, competenze manifatturiere, università, capacità artigiane e una qualità sociale che potrebbero ancora costituire la base di una nuova stagione di sviluppo, ma prima di elaborare strategie, annunciare programmi o convocare altri tavoli occorre riconoscere fino in fondo ciò che è accaduto. La piena consapevolezza dell’arretramento compiuto rappresenta il primo passaggio indispensabile e forse è proprio quello che finora è mancato, sacrificato troppo spesso a una narrazione istituzionale costantemente positiva, più utile a preservare agli occhi dell’opinione pubblica l’immagine dell’azione di governo che a restituire la realtà delle condizioni economiche e sociali della regione.
La generazione di Aristide Merloni costruì sette stabilimenti in una terra dalla quale si emigrava, mentre oggi i nipoti di quella generazione e dei suoi operai riprendono la strada della partenza. Nel mezzo c’è un patrimonio industriale costruito nell’arco di quasi un secolo, che non può essere salvaguardato limitandosi a difendere ciò che resta o a intervenire sulle singole emergenze, ma richiede la ricostruzione di una visione regionale, di una capacità di decisione e di una responsabilità collettiva che le Marche hanno progressivamente perduto insieme a una parte rilevante della propria forza produttiva.




