mercoledì, 15 Luglio 2026
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Il declino del confronto

Qualche giorno fa, il biologo e divulgatore scientifico Enrico Bucci ha pubblicato sui propri canali social una riflessione tanto semplice quanto profonda. Si è posto una domanda che, prima o poi, chiunque partecipi al dibattito pubblico online finisce per farsi: perché una persona entra nella pagina di uno sconosciuto solo per insultarlo, deriderlo o sporcare la discussione, senza affrontare minimamente l’argomento?
Per rispondere, Bucci richiama alcuni dei principali risultati della ricerca psicologica e sociologica: l’effetto di disinibizione online descritto da John Suler (cioè la tendenza a sentirsi meno responsabili delle proprie parole quando si comunica dietro uno schermo, senza il contatto diretto con l’altro); la dissonanza cognitiva studiata da Leon Festinger (il disagio che proviamo quando incontriamo idee che mettono in discussione le nostre convinzioni e che, spesso, cerchiamo di ridurre screditando chi le esprime anziché confrontandoci con esse); gli studi sul trolling (la provocazione deliberata con l’obiettivo di irritare, interrompere il dialogo o suscitare reazioni emotive); e le ricerche che mostrano come indignazione, rabbia e provocazione vengano premiate dagli algoritmi delle piattaforme digitali (perché generano più commenti, condivisioni e tempo trascorso online, aumentando così la visibilità dei contenuti).
Ne emerge un quadro inquietante: spesso non si cerca un confronto, ma una reazione. Non si vuole discutere, ma interrompere la discussione. Non interessa la verità, interessa l’effetto. È una riflessione che va ben oltre i social network.
Perché il vero problema non è il commento offensivo. Il vero problema è il modello di relazione che quel commento rappresenta.

Per secoli il confronto pubblico è stato considerato uno degli strumenti attraverso cui una comunità cresceva. Discutere significava mettere alla prova le proprie idee, ascoltare argomentazioni diverse, modificare eventualmente le proprie convinzioni. Non sempre si raggiungeva un accordo, ma il confronto aveva comunque una funzione: aumentare la comprensione reciproca. 

Oggi accade sempre più spesso il contrario. L’obiettivo non sembra essere capire, ma vincere. Non comprendere, ma prevalere. Non costruire un ragionamento, ma ottenere l’ultima parola.

È una trasformazione culturale profonda, che riguarda la politica, i mezzi di informazione, i talk show, le conversazioni quotidiane e naturalmente i social network. Le piattaforme digitali non hanno inventato questo fenomeno. Lo hanno accelerato e amplificato.
Non è un caso se molti studiosi della comunicazione parlano oggi di economia dell’attenzione (un modello nel quale la risorsa più preziosa non è l’informazione, ma il tempo e l’attenzione delle persone). In questo contesto, ciò che emoziona, divide o scandalizza ottiene molta più visibilità di ciò che spiega, approfondisce o invita a riflettere.

Gli algoritmi, infatti, non premiano necessariamente ciò che è più vero o più utile. Premiano ciò che genera attenzione (le piattaforme sono progettate per mantenere gli utenti il più possibile connessi e tendono quindi a rendere più visibili i contenuti che suscitano emozioni forti, indipendentemente dalla loro qualità o accuratezza). E sappiamo che poche cose catturano l’attenzione quanto l’indignazione, la contrapposizione permanente, la provocazione e l’umiliazione dell’avversario.

Così il dibattito pubblico finisce lentamente per adattarsi alla logica della piattaforma (cioè a un ambiente in cui la visibilità dipende più dalla capacità di suscitare reazioni immediate che dalla solidità delle argomentazioni).

Il problema è che questa logica, con il tempo, modifica anche noi.

Ci abituiamo a pensare che ogni opinione diversa sia un attacco personale. Che cambiare idea equivalga a perdere. Che ammettere un errore sia un segno di debolezza. Che l’identità conti più degli argomenti.

La politica non è rimasta immune.
Anzi, in molti casi ha imparato rapidamente le regole di questo nuovo ambiente comunicativo. Sempre più spesso assistiamo a dichiarazioni costruite non per spiegare un problema complesso, ma per diventare virali. L’avversario viene trasformato in un nemico morale (non qualcuno con cui si è in disaccordo, ma qualcuno ritenuto sbagliato, pericoloso o addirittura indegno di essere ascoltato). Ogni questione diventa uno scontro tra tifoserie. Le sfumature scompaiono perché comunicano meno della semplificazione.

Eppure una democrazia vive esattamente del contrario.

Vive della possibilità che persone con idee differenti possano discutere senza delegittimarsi reciprocamente. Vive della fiducia che l’altro possa avere una parte di ragione (non significa rinunciare alle proprie idee, ma riconoscere che nessuno possiede tutta la verità e che il confronto può migliorare anche le nostre convinzioni). Vive della disponibilità a distinguere le persone dalle opinioni che esprimono.

Quando questa disponibilità si perde, non si impoverisce soltanto il linguaggio. Si impoverisce la democrazia.

Perché una società nella quale il confronto viene sostituito dalla delegittimazione dell’altro smette lentamente di cercare la verità. Conta sempre meno ciò che è fondato e sempre di più ciò che conferma le convinzioni del proprio gruppo. La politica diventa appartenenza tribale prima ancora che ragionamento; il dibattito pubblico si trasforma in una sequenza di monologhi che raramente si incontrano.

La domanda posta da Enrico Bucci, allora, riguarda tutti noi. Non dovremmo chiederci soltanto perché alcune persone insultino sui social, ma quale idea di cittadinanza stiamo costruendo attraverso il nostro modo di comunicare. Mi sentirete dirlo o scriverlo fino alla noia.

La qualità di una democrazia non si misura soltanto nelle urne. Si misura anche nella qualità delle conversazioni che riesce a generare.

Recuperare il valore del dialogo non significa rinunciare alle proprie idee. Significa avere sufficiente fiducia nelle proprie argomentazioni da non aver bisogno dell’insulto per sostenerle. Perché una buona idea non teme il confronto, piuttosto cresce grazie al confronto.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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