di Leonardo Bagnasco
Non è casuale che uno dei maggiori gruppi industriali italiani della difesa e dell’aerospazio si chiami “Leonardo”. In quel nome, e non sarò certo io a negarlo, c’è molto più di un marchio: c’è il richiamo all’ingegno italiano, alla capacità di trasformare conoscenza, tecnica e visione in innovazione concreta.
Leonardo S.p.A. è una grande partecipata pubblica, controllata in quota rilevante dal Ministero dell’Economia, e svolge un ruolo strategico non solo per l’industria nazionale ma anche per la politica estera, militare e tecnologica del Paese. L’azienda produce e sviluppa elicotteri, elettronica per la difesa, velivoli, sistemi spaziali, cyber security, radar e piattaforme integrate per la sicurezza. Sarebbe quindi profondamente scorretto ridurre Leonardo a una semplice fabbrica di armi: è uno dei centri nevralgici attraverso cui l’Italia presidia settori decisivi come la difesa aerea, il controllo dello spazio, la sicurezza delle infrastrutture critiche e le tecnologie dual use, cioè utilizzabili sia in ambito civile sia militare.
Alla guida del gruppo, fino a qualche settimana fa, c’era Roberto Cingolani, fisico, scienziato e manager, una figura anomala rispetto alla tradizione più classica dell’industria della difesa. Prima di arrivare a Leonardo, Cingolani è stato anche ministro della Transizione ecologica nel governo Draghi. Il suo profilo, quindi, non era quello del dirigente cresciuto esclusivamente dentro la filiera militare, ma quello di un innovatore con una forte impostazione tecnologica e scientifica.
Negli ultimi anni Leonardo è cresciuta molto, anche per effetto del contesto internazionale in cui ci troviamo. Il ritorno dei conflitti armati, l’instabilità geopolitica e la crescita della spesa pubblica per la difesa e la sicurezza hanno accresciuto in modo significativo il peso economico e strategico del gruppo.
È dentro questa cornice che va collocata la decisione del governo, formalizzata il 9 aprile scorso nel quadro del rinnovo dei vertici delle partecipate, di sostituire Roberto Cingolani con Lorenzo Mariani. Inserita tra le altre nomine, la scelta poteva, e forse doveva, sembrare una delle classiche mosse con cui la politica prende possesso dei gangli strategici dello Stato, sostituendo i vertici esistenti con figure ritenute più vicine o più affidabili. Ma nel caso di Leonardo questa lettura, da sola, lascia molti dubbi. L’avvicendamento, infatti, non è arrivato in una fase di difficoltà, bensì mentre l’azienda consolidava risultati molto robusti, aumentava ricavi e ordini e aggiornava il proprio piano industriale puntando su tecnologie avanzate. Il significato della scelta si sposta così dal terreno, pur rilevante, della spartizione del potere a quello dell’indirizzo politico e industriale. Il caso Leonardo smette di essere solo una vicenda societaria e diventa un nodo di visione, di sovranità e di collocazione internazionale dell’Italia.
La vera discontinuità riguarda la linea impressa da Cingolani all’azienda. La sua idea era portare il gruppo oltre la difesa tradizionale, spostandone il baricentro verso elettronica, intelligenza artificiale, cyber security, integrazione tra piattaforme e sistemi di comando avanzati. Non un semplice cambio di prodotti, ma un riposizionamento nel punto in cui oggi si decide la supremazia tecnologica: non solo costruire mezzi, ma governare i sistemi che li collegano, li coordinano e li rendono decisivi sul piano operativo. In questo senso Leonardo provava a salire di livello.
È proprio qui che la vicenda assume una dimensione politico-strategica cruciale. Finché Leonardo resta una grande azienda italiana capace di produrre eccellenze dentro il perimetro euro-atlantico, non incontra particolari resistenze. Ma nel momento in cui prova a rafforzare l’autonomia europea nei grandi sistemi della difesa, la partita si sposta su un’altra dimensione. Il cambio al vertice allora finisce per essere letto come il segnale di una correzione strategica: meno ambizione autonoma, più riallineamento a un assetto industriale e geopolitico considerato più compatibile con gli equilibri consolidati.
“Michelangelo Dome” è il passaggio decisivo in cui la visione di Cingolani diventa chiara e concreta. Del resto, quando in Italia si scomodano Leonardo e Michelangelo, difficilmente è per pensare in piccolo. Non si tratta, infatti, di un singolo prodotto né di un semplice scudo antimissile sul modello tradizionale, ma di una grande architettura integrata di difesa, pensata per collegare in un unico sistema sensori terrestri, navali, aerei e spaziali, piattaforme di cyber defence, strumenti di comando e controllo, intelligenza artificiale e sistemi di risposta coordinati. In altre parole, una struttura capace di individuare, seguire e contrastare minacce complesse su più domini operativi, anche in caso di attacchi massivi e simultanei.
Michelangelo Dome rappresenta anche un salto industriale decisivo. In un sistema del genere il valore non sta tanto nel singolo radar, nel singolo missile o nella singola piattaforma, quanto nella capacità di integrare tutto: raccogliere dati da fonti diverse, elaborarli in tempo reale, distinguere le minacce, decidere le priorità e coordinare la risposta. È il passaggio da una difesa costruita per pezzi a una difesa pensata come rete intelligente. Non a caso Leonardo ha attribuito a questo progetto un rilievo centrale nel piano 2026-2030, indicandolo come una delle principali leve di crescita futura e stimando 21 miliardi di nuove opportunità di business nel prossimo decennio, di cui 6 miliardi già tra il 2026 e il 2030.
Ma il punto non è solo industriale. Michelangelo Dome è stato presentato come una soluzione modulare, aperta, scalabile e multidominio, pensata per la protezione di infrastrutture critiche, aree urbane sensibili, territori e asset di interesse nazionale ed europeo. Non un sistema concepito per restare confinato in Italia, dunque, ma una piattaforma potenzialmente europea, esportabile e dal forte significato politico-strategico. È qui che il dossier si carica di implicazioni geopolitiche ben più grandi di una normale innovazione industriale.
A rendere ancora più delicata la questione c’è poi un dato concreto. Michelangelo Dome aveva già cominciato a tradursi in atti reali. Dopo la presentazione del novembre 2025, Leonardo ha rivendicato un primo test di difesa aerea in Italia e, nel mese successivo, ha annunciato un contratto con Teledife per lo sviluppo e la consegna di quattro radar di nuova generazione destinati a contrastare minacce balistiche a lungo raggio, indicati come un passo avanti nello sviluppo del progetto. È la prova che Michelangelo Dome non era rimasto sulla carta, ma stava già entrando nella fase operativa e industriale.
Per questo Michelangelo Dome è il vero snodo della vicenda. Non perché sia soltanto uno scudo, ma perché rende visibile il punto in cui una strategia industriale si trasforma inevitabilmente in una questione politica.
Il cerchio di questa vicenda si chiude sul nome del successore di Cingolani, Lorenzo Mariani. Non un profilo neutro, ma una figura che Guido Crosetto conosce da tempo e che appartiene molto più di Cingolani alla filiera classica della difesa. C’è un fatto che, più di molti retroscena, aiuta a leggere il quadro. Dal 2020 al 2022 Crosetto è stato presidente di Orizzonte Sistemi Navali, la joint venture tra Leonardo e Fincantieri. Nel 2023, a succedergli in quella posizione, è stato proprio Mariani. Il passaggio da Crosettoa Mariani in OSN, seguito poi dall’approdo di Mariani alla guida di Leonardo, compone una traiettoria troppo lineare per essere considerata irrilevante. Non a caso, già nel 2023 Reuters ricostruiva che Crosetto avrebbe preferito proprio Mariani per la guida del gruppo, anche se allora prevalse la scelta di Cingolani.
Mariani incarna una diversa idea di Leonardo: ingegnere elettronico, con una lunga esperienza in Finmeccanica-Leonardo e poi in MBDA, il principale consorzio missilistico europeo, ha un forte radicamento nei programmi missilistici e nei rapporti con il mondo militare-industriale europeo. È il profilo che rassicura chi vuole riportare il baricentro dell’azienda su una cultura della difesa più tradizionale e meno sbilanciata verso la trasformazione sistemica evocata dal Michelangelo Dome. Non perché Mariani sia contrario all’innovazione, ma perché appare molto meno associato al salto di qualità strategico e molto più alla ricollocazione dell’azienda entro coordinate considerate più compatibili con gli equilibri politico-militari esistenti.
E qui si arriva allo snodo essenziale. Se Leonardo andava benissimo, se i risultati economici erano solidi, se il gruppo stava beneficiando di una fase storica favorevole all’industria della difesa e se Cingolani aveva messo sul tavolo un progetto capace di accrescere il ruolo dell’Italia e di offrire all’Europa una prospettiva più autonoma sul terreno dei grandi sistemi strategici, perché rimuoverlo? È da questa domanda, più ancora che dai retroscena, che prende corpo l’ipotesi di un diktat esterno, o quantomeno di un segnale politico molto forte arrivato dagli Stati Uniti.
A dare un volto concreto a questa pressione è il nome di Alexander Alden. Secondo ricostruzioni giornalistiche recenti, Alden avrebbe avuto un ruolo centrale nel far arrivare al governo italiano le perplessità dell’area trumpiana su Cingolani e sulla sua linea industriale. Il suo profilo aiuta a capire perché la sua presenza in questa vicenda non sia affatto marginale. Vicino a Edward Luttwak, volto noto anche nei talk italiani, e legato a Palantir, il colosso americano del software e dell’intelligenza artificiale attivo nella difesa e nella sicurezza, Alden è da tempo considerato una figura influente nei rapporti tra la destra americana e l’Europa. Per questo il suo nome si colloca all’incrocio tra interessi strategici, tecnologia militare e relazioni politiche transatlantiche.
In questa lettura, la nomina di Mariani è il punto in cui quella pressione trova una traduzione italiana. Per questo il cambio al vertice smette di apparire come una semplice sostituzione manageriale e assume il significato di una scelta politica e industriale maturata all’incrocio tra interessi del governo italiano e condizionamenti esterni.
Non ci sono elementi pubblici sufficienti per affermare come fatto accertato che la Casa Bianca abbia ordinato la testa di Cingolani. Sarebbe oggi una forzatura. Ma questi elementi rendono più credibile l’idea che la sostituzione non sia stata né una normale occupazione di potere né una bocciatura manageriale. Tutto porta piuttosto a un cambio di linea strategica: l’autonomia tecnologica europea incarnata dal Michelangelo Dome è apparsa troppo avanzata, troppo precoce o troppo scomoda rispetto agli interessi americani, e Palazzo Chigi ha scelto di correggerla trovando in Crosetto e in Mariani il proprio punto di ricomposizione interno.
La vicenda assume un significato ancora più forte alla luce delle ultime tensioni tra Giorgia Meloni e Donald Trump. Per la prima volta in modo diretto e netto, la premier ha preso le distanze dal presidente americano, definendo “inaccettabili” i suoi attacchi a Papa Leone XIV e ribadendo di non riconoscersi in un’idea di politica nella quale i leader religiosi debbano piegarsi al potere politico. Trump ha reagito con durezza, dicendosi “scioccato” da Meloni e accusandola di non avere il coraggio che le attribuiva. Più che uno scambio polemico, è stato un segnale politico molto chiaro: il rapporto privilegiato tra i due, dato fino a quel momento quasi per acquisito, è entrato apertamente in crisi.
Resta, con tutta onestà, un dubbio da cui discendono molti interrogativi. Cingolani sarebbe oggi potuto restare? E, se davvero la stagione del trumpismo internazionale comincia a pesare anche su chi in Europa l’aveva assecondata o quantomeno tollerata, il progetto Michelangelo potrebbe ancora essere recuperato? Se non dall’Italia, da altri Paesi europei? Sono domande destinate a pesare molto nei prossimi mesi.
Il cortocircuito politico, a questo punto, è evidente. La sostituzione di Cingolani in Leonardo, che appare come una scelta di riallineamento verso gli Stati Uniti, potrebbe essere stata una delle ultime concessioni italiane a un rapporto con Washington che oggi mostra segni di logoramento. È ancora presto per dire se lo scontro apertosi tra Giorgia Meloni e Donald Trump segni davvero l’inizio di un ricollocamento internazionale dell’Italia. Ma un segnale c’è, ed è difficile ignorarlo. Quando perfino Meloni, fin qui prudente e restia a rompere con l’alleato americano, sceglie di criticare Trump in modo esplicito su un terreno così simbolico come quello del Papa, significa che l’asse politico costruito attorno al tycoon sta diventando più difficile e più costoso da sostenere, anche sul piano interno.
Per ora l’unica certezza è che la logica delle scelte compiute fin qui potrebbe essere smentita dagli stessi mutamenti politici che le hanno generate in un tempo più rapido di quello necessario a mettere online questo articolo.




