Comprendere il mondo degli adolescenti oggi significa attraversare territori complessi, spesso raccontati solo attraverso il disagio o la paura sociale. In realtà, dietro le fragilità emergono straordinarie possibilità evolutive. Queste possibilità chiamano in causa la responsabilità educativa degli adulti e delle comunità.
Ne parlo con Filippo Sani, sociologo, pedagogista, counselor relazionale e consulente di orientamento, direttore del Centro per l’Impiego di Tolentino e membro dello staff del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza, fondato e diretto da Daniele Novara.
Filippo, prima di entrare nello specifico del disagio giovanile, vorrei partire da una tua convinzione di fondo: il ruolo della comunità nell’educazione.
Andrea, ti ringrazio per questa domanda perché mi permette di partire da una convinzione che considero fondamentale e che orienta da sempre il mio lavoro educativo e sociologico. Prima ancora di affrontare le fragilità che attraversano l’universo dei preadolescenti e degli adolescenti, credo sia utile soffermarci su un presupposto sociologico propedeutico a ogni riflessione sul disagio sociale e culturale.
Nella mia esperienza professionale, maturata negli anni attraverso interventi di prevenzione del disagio e promozione del benessere individuale e comunitario, mi ha sempre guidato un paradigma preciso: ogni sistema sociale che produce criticità, malessere e disorientamento contiene, al proprio interno, anche le risorse necessarie per affrontarli e trasformarli.
È una convinzione che potrebbe sembrare quasi un atto di fiducia nella capacità delle comunità di rigenerarsi. Tuttavia, trova solide conferme in numerosi studi, ricerche e pratiche educative. Questi hanno dimostrato come contesti apparentemente segnati dalla rassegnazione possano riattivare energie relazionali, culturali e sociali sorprendenti.
Le comunità, infatti, possono diventare luoghi in cui il disagio si cristallizza e si trasmette, oppure spazi capaci di generare risposte collettive, senso di appartenenza e nuove prospettive di futuro. Un esempio emblematico è rappresentato dal percorso di rigenerazione del quartiere San Giovanni a Teduccio, a Napoli. Fino a pochi anni fa quest’area era segnata da profonde fragilità sociali e culturali, con episodi diffusi di criminalità e devianza giovanile che rischiavano di compromettere l’identità collettiva del territorio.
Eppure quella comunità non si è arresa. Attraverso il coinvolgimento di cittadini, associazioni, operatori culturali, realtà teatrali e cinematografiche, si è sviluppata una rete partecipativa che ha progressivamente restituito al quartiere spazi di socialità, opportunità educative e fiducia nel futuro. Naturalmente permangono criticità e zone d’ombra. Ma il percorso intrapreso dimostra come il protagonismo comunitario possa diventare una leva educativa straordinaria, soprattutto per le giovani generazioni.
Come ha raccontato l’attore Francesco Di Leva, tra i protagonisti di questa rinascita, la trasformazione più autentica avviene quando si riesce a passare dall’“io” al “noi”. Senza il contributo individuale non esiste comunità. Ma senza comunità anche l’identità personale rischia di smarrirsi. Le connessioni — relazionali, culturali e sociali — rappresentano il cuore di ogni processo educativo e costituiscono il primo antidoto al disagio e alla rassegnazione.
Un avvio niente male della nostra chiacchierata sui temi dell’adolescenza e dell’educazione. Oggi gli adolescenti vengono spesso descritti come fragili o problematici. Che lettura dai di questa narrazione?
È una narrazione parziale e, in alcuni casi, rischiosa. Oggi molte ricerche, pubblicazioni e analisi sociali tendono a raccontare l’adolescenza quasi esclusivamente come un’età del disagio, come se i giovani fossero diventati interessanti soprattutto perché considerati “a rischio”.
In realtà, l’adolescenza è sempre stata una fase complessa e attraversata da tensioni evolutive. La differenza è che oggi queste tensioni assumono forme diverse rispetto al passato. Un tempo il conflitto adolescenziale si esprimeva più apertamente attraverso la ribellione, la protesta e l’opposizione diretta al mondo adulto. Oggi, più spesso, il disagio si manifesta attraverso forme più silenziose: passività, disorientamento, senso di vuoto, difficoltà a immaginare e progettare il futuro. Molti ragazzi appaiono meno conflittuali ma più smarriti, come se facessero fatica a trovare un orizzonte verso cui orientarsi.
Alcuni studiosi, come Miguel Benasayag e Gerard Schmit, parlano di un passaggio storico molto significativo: siamo passati dal “futuro-promessa” al “futuro-minaccia”. Per molte generazioni il futuro rappresentava una possibilità di miglioramento e di realizzazione personale. Oggi, invece, viene spesso percepito come incerto, instabile, talvolta persino spaventoso. Questa trasformazione ha generato quella che gli autori definiscono una vera e propria “ideologia della crisi”. Essa si è progressivamente insinuata non solo nello spazio pubblico, ma anche nella dimensione più intima delle persone, influenzando il modo in cui ciascuno costruisce la propria identità.
C’è poi un altro elemento importante. Spesso le narrazioni sui giovani rischiano di essere fuorvianti perché tendono a dimostrare che le nuove generazioni stiano peggiorando rapidamente. Così attirano l’attenzione pubblica con letture allarmistiche. In realtà, più che un problema degli adolescenti, ci troviamo di fronte a una difficoltà del mondo adulto nel confrontarsi con il cambiamento e con il caos inevitabile dei processi di crescita.
Quando gli adulti cercano di anestetizzare il disagio giovanile — medicalizzandolo, normalizzandolo o tentando di distrarlo — rischiano di disperdere una componente fondamentale di quell’inquietudine. Il malessere adolescenziale non è soltanto un segnale di fragilità, ma può rappresentare anche una potente domanda di senso e di trasformazione, che chiede agli adulti di mettersi in discussione insieme ai ragazzi.
Dal punto di vista neuroscientifico, cosa accade realmente durante l’adolescenza?
Accade una trasformazione straordinaria e spesso poco conosciuta. Durante l’adolescenza il cervello attraversa un processo di riorganizzazione profonda chiamato “potatura sinaptica”. In parole semplici, il cervello elimina le connessioni neuronali meno utilizzate e rafforza quelle più funzionali alla vita adulta. È come se stesse “potando i rami secchi” per permettere alla persona di sviluppare competenze più specializzate e una propria identità. Questo processo rende il cervello estremamente plastico, aperto all’apprendimento, alla creatività e alla sperimentazione. Tuttavia, comporta anche una maggiore instabilità emotiva.
Studi neuroscientifici hanno mostrato che in questa fase le ragazze, i ragazzi tendono naturalmente a spostare l’attenzione relazionale dai genitori ai coetanei. È il motivo per cui molti adolescenti sembrano comunicare poco in famiglia ma riescono a parlare per ore con gli amici. Non si tratta di disinteresse né di rottura affettiva: è un passaggio evolutivo naturale che favorisce l’autonomia e la costruzione della propria identità sociale.
Parallelamente, il sistema limbico — che regola emozioni e ricerca di gratificazioni — è particolarmente attivo. Questo significa che le emozioni vengono vissute in modo più intenso e che il cervello adolescenziale è molto sensibile alle ricompense, anche attraverso un maggiore rilascio di dopamina. Proprio per questo aumenta la spinta verso l’esplorazione, la novità e talvolta anche comportamenti rischiosi.
Allo stesso tempo, però, la corteccia prefrontale — l’area cerebrale che permette di pianificare, valutare le conseguenze delle azioni e controllare gli impulsi — è ancora in fase di maturazione. Continuerà a svilupparsi fino ai 24-25 anni circa. Questo squilibrio tra forte attivazione emotiva e capacità di controllo ancora in costruzione spiega molte delle contraddizioni tipiche dell’adolescenza.
Un aspetto fondamentale è che il cervello non si sviluppa solo sulla base della genetica, ma soprattutto attraverso le esperienze vissute, le relazioni e i contesti educativi. La qualità degli incontri, delle opportunità e degli adulti di riferimento contribuisce concretamente a modellare i collegamenti neuronali e quindi la crescita personale dei ragazzi.
Per questo l’adolescenza è una stagione di straordinarie potenzialità evolutive, ma anche di particolare vulnerabilità. Le esperienze educative ricche di senso, accompagnate da adulti capaci di guidare senza invadere, possono fare una differenza decisiva nel favorire uno sviluppo equilibrato.
Quindi l’adolescenza è insieme fragilità e risorsa?
Esattamente. L’adolescenza è probabilmente la fase della vita in cui convivono nel modo più evidente vulnerabilità e straordinarie possibilità di crescita. Dal punto di vista neurobiologico è l’epoca dell’apprendimento più intenso: il cervello si modifica continuamente in risposta all’ambiente, alle relazioni e alle esperienze vissute. In questa fase si sviluppano rapidamente competenze cognitive, sociali ed emotive molto importanti. Allo stesso tempo, però, aumenta la vulnerabilità ai comportamenti rischiosi perché il cervello adolescenziale è particolarmente sensibile alle gratificazioni immediate.
Questo si traduce nella vita quotidiana in emozioni molto intense, comportamenti talvolta imprevedibili, difficoltà nel rispettare regole percepite come limitanti e una forte ricerca di esperienze nuove e stimolanti. Non si tratta di superficialità o mancanza di responsabilità, ma del fatto che la corteccia prefrontale — l’area che consente di pianificare, organizzarsi e valutare le conseguenze delle proprie azioni — è ancora in fase di maturazione.
Parallelamente, però, la creatività, il pensiero critico e la capacità relazionale sono in piena espansione.
Quando i contesti educativi riescono a offrire opportunità di crescita significative, occasioni di sperimentazione e relazioni di fiducia, questa fase può diventare una straordinaria palestra di sviluppo. Al contrario, ambienti poveri di stimoli o eccessivamente controllanti possono aumentare la vulnerabilità ai comportamenti disfunzionali.
Per questo il compito degli adulti è delicato e decisivo. Potremmo riassumerlo in un principio educativo molto semplice ma profondo: monitorare senza invadere. L’adolescente non è ancora adulto, ma ha bisogno di sperimentare autonomia, di mettersi alla prova, di scoprire chi è. L’adulto dovrebbe essere una presenza solida che negozia le regole, aiuta a organizzare e pianificare, ma che allo stesso tempo sostiene il bisogno di esplorazione personale.
La psichiatra Frances Jensen utilizza un’immagine molto efficace: i lobi frontali — la parte del cervello che permette di prendere decisioni e controllare gli impulsi — sono gli ultimi a svilupparsi. Fino a quando il cervello dei ragazzi non è completamente maturo, gli adulti sono chiamati simbolicamente a svolgere questa funzione: essere un riferimento che orienta, protegge e accompagna, senza sostituirsi al percorso di crescita personale.
Arriviamo a un tema centrale della tua riflessione: il conflitto. Perché è così importante nella crescita?
Il conflitto non è un incidente di percorso né un errore relazionale, ma una struttura fondamentale delle relazioni umane e dei processi di apprendimento. Ogni conflitto, se sappiamo leggerlo, racconta un bisogno che non ha ancora trovato parole o spazio per essere espresso. Per questo non esistono conflitti uguali tra loro e non esistono risposte standard: ogni tensione relazionale chiede di essere compresa, attraversata e trasformata.
In adolescenza il conflitto assume un valore ancora più decisivo perché permette al ragazzo di differenziarsi, di costruire la propria identità e di sperimentare autonomia. Crescere significa inevitabilmente allontanarsi dal mondo dell’infanzia e ridefinire il rapporto con gli adulti. Questa distanza genera tensioni che non sono segnali di rottura della relazione, ma passaggi evolutivi necessari. Viviamo però in una cultura che tende a idealizzare l’armonia e a temere qualsiasi forma di contrasto, come se una relazione sana dovesse essere sempre pacifica e lineare.
In realtà, tutte le relazioni significative attraversano momenti di attrito. Non incontrare mai ostacoli durante la crescita può alimentare illusioni pericolose: quella che tutto sia possibile senza limiti oppure, al contrario, quella di non avere valore perché nessuno oppone resistenza o confini. L’ostacolo, in questo senso, è una conferma dell’esistenza reciproca dentro la relazione.
Il conflitto ha quindi una funzione generativa straordinaria. Permette al ragazzo di mettersi alla prova, di capire dove finisce il mondo degli adulti e dove inizia il proprio spazio personale.
Allo stesso tempo, il conflitto con un adolescente parla anche agli adulti: costringe genitori ed educatori a rivedere i propri modelli educativi, a non limitarsi a replicare schemi del passato, ma a riorganizzare continuamente il proprio modo di stare nella relazione.
Il vero rischio non è il conflitto, ma la sua negazione o cattiva gestione. Quando il conflitto non è legittimato, quando gli adulti reagiscono in modo confuso, emotivo o iperprotettivo, si impedisce al ragazzo di sperimentare quella frustrazione evolutiva indispensabile per affrontare le sfide della crescita.
In questi casi, il conflitto non scompare, ma torna indietro come un boomerang, trasformandosi in chiusura relazionale, comportamenti disfunzionali o, nei casi più estremi, in forme di sofferenza psicologica.
Educare significa quindi accettare il conflitto come parte integrante della relazione, imparando a gestirlo non come una battaglia da vincere, ma come uno spazio di trasformazione reciproca.
Cosa succede invece quando il conflitto non viene riconosciuto o gestito?
Quando il conflitto non viene affrontato, può trasformarsi in comportamenti disfunzionali o persino violenti. Nel lavoro psicopedagogico si parla di “carenza conflittuale”, un concetto introdotto e elaborato dal pedagogista Daniele Novara per spiegare alcune forme di violenza relazionale.
La persona che presenta una carenza conflittuale fatica a gestire la tensione relazionale, e questo si traduce in quattro modalità comportamentali ricorrenti: 1. Non valorizza la parola. Critiche o disaccordi verbali vengono percepiti come attacchi personali e scatenano reazioni esplosive. 2. Agisce le emozioni senza elaborarle. Rabbia o angoscia vengono espresse immediatamente e in modo incontrollato, anche con aggressività verso sé stessi o gli altri. 3. Confonde la persona col problema. Il conflitto viene vissuto come totale e personale, senza distinguere tra contenuto e interlocutore. 4. Mostra forte suscettibilità e permalosità. L’individuo tende a rifiutare la relazione o a reagire con ostilità anche a segnali minimi di contrasto.
Tutti possono manifestare talvolta queste difficoltà, ma chi le sovrappone tutte e quattro, senza saperle gestire, è esposto a comportamenti intensi e pervasivi, fino alla violenza o all’autolesionismo.
Molti episodi drammatici di cronaca sembrano rientrare in questa dinamica: la persona non ha strumenti per trasformare la tensione in crescita.
D’altra parte, esiste un’alternativa educativa?
Sì, ed è la competenza conflittuale, cioè la capacità di stare nella tensione relazionale affrontandola come una situazione che può essere gestita, considerando il contrasto come opportunità. Comprende alcune abilità che si possono imparare, quali: valorizzare la parola; filtrare le emozioni; esplicitare chiaramente il conflitto (“ho un problema con te, non sei tu il problema”); considerare l’altro come risorsa e non come minaccia.
La scienza conferma che i giovani fino ai 24-25 anni sono particolarmente recettivi a interventi educativi, perché il loro cervello è altamente plastico e sensibile all’ambiente.
Allenare la competenza conflittuale significa aiutare gli adolescenti a trasformare la naturale aggressività e la tensione relazionale in capacità di comunicare, crescere e mettersi alla prova. Ignorare o proteggere eccessivamente dal conflitto, invece, rischia di ostacolare lo sviluppo e la possibilità di vivere relazioni autentiche e significative.
Che ruolo devono assumere allora genitori ed educatori?
Devono accettare una trasformazione del proprio ruolo. L’adolescente ha bisogno di adulti presenti e affidabili, capaci di negoziare regole e mantenere limiti, sostenendo al contempo il processo di autonomia. Serve saper restare nel conflitto senza reagire impulsivamente: molte provocazioni adolescenziali non vanno prese alla lettera, perché esprimono bisogni emotivi profondi. Serve tempo, ascolto e capacità di sospendere il giudizio. Questo è ciò che intendiamo per vera competenza conflittuale degli adulti.
E il controllo dei genitori?
Il controllo totale è impossibile e spesso controproducente. La fiducia si costruisce rinunciando all’idea che i figli debbano raccontare tutto. È più utile porre domande aperte e rispettose, che favoriscano dialogo e riflessione, evitando domande giudicanti o intrusive. L’obiettivo è creare uno spazio relazionale in cui il ragazzo si senta riconosciuto e ascoltato, senza sentirsi valutato e giudicato in continuazione.
Quanto pesa il futuro nella sofferenza adolescenziale?
Molto. Molti ragazzi faticano a immaginare un domani possibile. Quando il futuro appare chiuso, possono sviluppare ansia, senso di inadeguatezza o ritiro sociale. Il compito degli adulti è restituire possibilità, accompagnando i giovani nella ricerca di senso senza sostituirsi alle loro scelte.
Quanto conta la comunità educante, in tutto questo?
È decisiva. Famiglia, scuola, sport, associazioni, istituzioni: nessuna di queste realtà può educare da sola. Quando le comunità costruiscono alleanze educative, i ragazzi trovano più opportunità di crescita, sperimentazione e appartenenza. Educare non significa eliminare la fatica del crescere, ma accompagnarla e darle significato.
Mi puoi dare qualche indicazione pratica per gli adulti?
Non al dialogo forzato o al discussionismo continuo: non bisogna dialogare a tutti i costi.
Regole negoziate: chiarire limiti e motivazioni senza rigidità, cercando di strutturare un “Codice paterno” che sappia orientare l’organizzazione educativa degli adulti: stabilire limiti chiari e motivati, saper fare da argine senza sostituirsi al giovane. Mentre, il “Codice materno”, che comprende soprattutto atteggiamenti di protezione, cura, compiacimento, soddisfazione dei bisogni, fondamentale nei primi anni di vita perché facilita un processo di validazione emotiva dell’individuo (necessario per fargli acquisire sicurezza, autostima e identificazione), va però sempre più ridimensionato con la fine dell’infanzia (10 anni di età). Il compito di limitare l’iperaccudimento materno spetta al gioco di squadra tra genitori (anche se separati).
Possiamo dire che la comunità educativa dovrebbe facilitare una coesione tra famiglia, scuola, associazioni e realtà locali, con l’obiettivo di aumentare la capacità di risposta educativa. Monitorare senza invadere: offrire supporto, osservare e intervenire quando necessario, senza soffocare l’autonomia del ragazzo.
Due parole finali sull’orientamento al futuro e sul senso della vita?
La sofferenza adolescenziale spesso nasce dalla difficoltà a immaginare un futuro possibile. Il compito degli adulti competenti è rispettare le tappe evolutive dei ragazzi, accompagnandoli nella costruzione di scenari concreti di esistenza. L’adolescenza è un periodo straordinario, ricco di potenzialità ma anche di disorientamento, come già detto: i cambiamenti cerebrali e le pressioni sociali rendono indispensabile la presenza di adulti in grado di ascoltare, contenere e valorizzare la creatività e la curiosità dei giovani.
È fondamentale che gli adolescenti non si sentano sbagliati. La sofferenza, il disagio e il disorientamento non derivano da una loro “mancanza personale”, ma dalla sensibilità nei confronti di una crisi epocale e dalla difficoltà a confrontarsi con un mondo complesso.
Il ruolo degli adulti è permettere ai ragazzi di esprimere la propria energia, trasformare l’eccesso emotivo in competenza sociale, cognitiva ed emotiva, e riconoscere che anche i comportamenti problematici possono essere reversibili se gestiti con coraggio, coerenza e presenza educativa.
Ringrazio Filippo Sani per averci guidato in un percorso di riflessione sul mondo degli adolescenti, offrendo strumenti per comprendere le loro fragilità e potenzialità, il ruolo del conflitto, l’importanza della comunità e la funzione educativa degli adulti.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




