Democrazia al tramonto?
Di fronte a un libro come “Tecnofascismo” la domanda sorge spontanea: perché dovrei leggerlo? Con tutto quello che ho da fare? E poi: un saggio? Nel mio sacro tempo libero in cui mi rilasso? Domande legittime a cui rispondo raccontando cosa ha mosso me: molto semplicemente sono stata sedotta dal titolo! Poi, confesso con fatica, tra lavoro, famiglia, casa e pigrizie varie, l’ho finito e mi ha aperto un mondo di riflessioni.
Nuove parole per tempi nuovi
Ma partiamo con ordine: il libro, scritto dalla filosofa Donatella Di Cesare, edito da Einaudi, è del 2025 quando l’ultima guerra, quella contro l’Iran, non era ancora scoppiata. Il testo però non è un trattato di geo-politica quanto una guida per capire come siamo arrivati a questa situazione, riflettendo sulla natura delle destre sovraniste attualmente al potere, Italia compresa. L’autrice ha coniato questo nuovo termine, tecnofascismo, che si verifica, come spiegato nella premessa, quando “la sospensione tecnica della democrazia si coniuga con una gestione dei popoli in chiave etnica”. E già questa frase mi ha fatto correre un brivido lungo la schiena: mi sono sentita “vecchia”, perché la democrazia, la libertà e le pari opportunità garantite a tutti, a prescindere da sesso, età, religione, provenienza, opinioni e condizioni personali, sono i fari che hanno sempre illuminato la mia vita e prendere atto che questo stato di cose è totalmente e, forse, irreversibilmente cambiato, mi provoca ansia e preoccupazione. Dunque perché leggere questo libro? Per comprendere meglio la realtà del nostro tempo e prendere consapevolezza che non è più il caso di limitarsi a scuotere le spalle e scrollare il telefono: è il momento storico di accettare la sfida di pensare e approfondire, è il momento di agire usando gli strumenti a disposizione (finché ce ne sono). L’“erosione della democrazia”, secondo la filosofa, è determinata da due fattori principali: la “tendenza tecnocratica, che si traduce nella completa subordinazione all’economia di una politica ridotta a governance amministrativa, che fa il gioco di grandi imprese, industria militare, banche e capitale finanziario” e la “tendenza etnocratica, che si realizza in un esercizio familistico del potere e in una gestione dei popoli intesi come iperfamiglie, comunità naturali chiuse, basate su nascita e discendenza, rese salde e stabili da legami di sangue e di suolo, capaci di essere ripari adeguati in un mondo caotico e inospitale”.
Trump “padre-salvatore”
Il trumpismo che ci affligge in questo periodo storico, è presentato come esempio di questa nuova ideologia, dove un “padre-salvatore” può difendere l’America da ogni minaccia interna ed esterna e “depurarla da criminali neri e immigrati, femministe e transgender, disabili e malati”. Trump fa leva sul “cuore di tenebra dell’America ancestrale”. Una delle armi principali della prevalenza ideologica, e diciamolo, del fascino di questo tecnofascismo, è la cosiddetta “cultura delle paura”, che non è un sentimento spontaneo, ma indotto per convenienza politica: oggi non si fa altro che parlare di “sicurezza”, un modo per “occultare la propria incapacità politica di fronte alle sfide della gobalizzazione, ai licenziamenti e delocalizzazioni, all’incertezza economica e alla precarietà”. Insomma nell’epoca della “disaffezione dalla politica, non resta che la paura di un nemico fantasma per mobilitare i cittadini. Così le paure individuali, che altrimenti dividono e isolano, si addizionano dando luogo al fantasmatico noi di una comunità della paura che volontariamente si sottomette allo stato di sicurezza”.
La libertà e la “torsione verso l’altro”
Da quando abbiamo la fortuna di avere Trump come presidentedegli USA, oltre all’aumento evidente delle guerre, e delle sue ricchezze personali, è cresciuto anche il pericolo per uno dei nostri valori fondamentali: la libertà. Uno dei capitoli che più mi ha affascinato del testo è proprio quello dedicato a questo tema: “nella versione angloamericana della democrazia la sfera dell’individuo è prioritaria e le scelte pubbliche non possono violarla. Al punto che la libertà politica è intesa sempre più come libertà dalla politica. Il liberalismo dell’individuo sembra mal conciliarsi con la democrazia della comunità. Alla fine il singolo, pur di preservare la propria sfera, non chiede altro che essere tutelato e protetto. Non gli interessa partecipare – rinuncia. Ecco perché la nostra democrazia non è partecipativa ma solo immunitaria”. Contro questa visione la proposta della filosofa è netta: “rovesciare il rapporto tra libertà e responsabilità. Non viene prima la libertà e poi la responsabilità – è il contrario. Non viene prima l’io sovrano e poi l’altro”. E ancora: “Il soggetto non si costituisce nella libera iniziativa, ma nella libertà responsabile. Io non sono il primo, non vengo per primo, non sono il principio, anzi non sono il fondamento neppure di me stesso”. La stessa esistenza del soggetto dipende da altri, da quelli che lo hanno messo al mondo e i legami sono “innumerevoli, mi costituiscono e fanno parte del mio io” e “io sono responsabile – per chi c’era prima, per chi c’è ora e per chi ci sarà dopo”, perché “è nel volgermi, è nella torsione verso l’altro, che si costituisce l’io. La responsabilità precede la libertà. E sono libero solo quando sono responsabile, in quanto rispondo all’altro e rispondo dell’altro”.
Israele e il “pesante fardello di morte”
Il libro prosegue con analisi molto interessanti sul razzismo attuale, che si maschera bene perché “un sovranista che fomenta l’animosità nazionalistica, fino alla xenofobia, può sostenere di voler semplicemente preservare le frontiere, la comunità etnica, l’integrità nazionale, senza alludere al sangue e al suolo”, sull’odio antimusulmano, sugli immigrati e sulle pulizie etniche. Qui occorre fermarsi un attimo perché in questo capitolo è riportato un paragrafo da brividi della Dichiarazione di indipendenza di Israele del 1948, in cui si afferma che “lo Stato di Israele sarà aperto per l’immigrazione ebraica e per la raccolta degli esiliati, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà basato sulla libertà, la giustizia, la pace, com’è stato immaginato dai profeti d’Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, coscienza, lingua, istruzione e cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite”. Nel 2018, ricorda l’autrice, la Knesset ha dichiarato “Israele Stato-nazione del popolo ebraico” quindi, di fatto, “solo agli ebrei – non agli arabi – spetta il diritto all’autodeterminazione all’interno dei confini”. Dopo c’è stato l’attacco terroristico del 7 ottobre del 2023 con la conseguente distruzione di Gaza: per la filosofa “la storia dovrebbe insegnare che le lacerazioni di un massacro perpetrato non sono meno profonde e strazianti dei traumi di un massacro subito. Si lascia un pesante fardello di morte. Quella dirigenza israeliana che ha preteso di agire in nome dello Stato-nazione ebraico dovrà un giorno rendere conto dell’onta gettata sui discendenti di coloro che sono morti nei campi”.
La Terra come “giardino” della coabitazione
C’è dunque una speranza per cambiare le cose, per un futuro meno identitario e con meno guerre di quello attuale? La risposta è in una riflessione su cosa significa “abitare e coabitare”. La domandadi oggi è: “chi può essere ammesso e chi può venire respinto? Quali sarebbero i criteri? Possono davvero i cittadini essere sovrani di una tale decisione? Sono cioè legittimati a decidere con chi coabitare?” L’abitare non può essere solo una forma di “avere” ma di “essere”, perché “l’abitare è sempre un farsi casa, un incessante tornare, impossibile senza la relazione con gli altri. Se questo è vero già per la casa, dovrebbe esserlo tanto più per la città”. Il pianeta stesso è stato “ridotto a casa, adibito a uso proprio, sfruttato come un serbatoio. Solo recuperando il senso di un abitare nella separazione, cioè nell’inappropriabilità della Terra, è possibile attraverso la custodia e la cura farne di nuovo un giardino”.
Rebecca Cerretani





