Di Leonardo Bagnasco
Negli ultimi anni, l’Italia si è distinta nel contesto europeo per il simultaneo aggravarsi di tre dinamiche tra loro interconnesse: crisi demografica, fragilità occupazionale e insostenibilità previdenziale. Queste dinamiche, note da tempo, si sono consolidate e rese ancora più evidenti negli ultimi anni, come confermano i recenti dati Istat ed Eurostat. In un’Europa che evolve e si trasforma, accelerando l’innovazione, investendo nella transizione verde e digitale e affrontando con decisione le sfide demografiche, il nostro Paese resta ancorato a debolezze strutturali profonde, a ritardi cronici e a contraddizioni non risolte.
Per comprendere appieno la portata di questa deriva, occorre partire dai numeri.
Il primo dato che emerge con chiarezza è la crisi demografica senza precedenti con un tasso di fertilità tra i più bassi nel Vecchio Continente (solo 1,2 figli per donna contro l’1,6 della Francia e l’1,4 della Germania). La combinazione di questo fattore con l’alta aspettativa di vita degli italiani (oltre 83 anni), ha portato il nostro Paese ad avere la popolazione più anziana d’Europa, con un’età media di 48,7 anni – ben tre anni in più rispetto a Germania e Spagna, 6 rispetto alla Francia, oltre 9 dalla più giovane d’Europa, l’Irlanda.
Questo squilibrio demografico ha conseguenze profonde sull’economia e sui nostri sistemi di welfare. L’indice di dipendenza anziani/attivi – il rapporto tra chi ha più di 65 anni e chi è in età lavorativa (15-64 anni) – è il più alto d’Europa: 38,4 anziani ogni 100 persone che lavorano. E la tendenza è in forte crescita. Secondo le proiezioni Istat-Inps e le analisi pubblicate da “Il Mulino”, questo indice potrebbe superare il 50% già entro il 2035, avvicinarsi al 60% nel 2043, e toccare il 65-70% entro il 2070.
Tradotto in termini più immediati: oggi ci sono circa 2,6 persone in età lavorativa per ogni anziano; entro la metà del secolo potremmo scendere a circa 1,7 (1,43 nello scenario peggiore). Questo significa che ogni lavoratore dovrà farsi carico – in termini previdenziali, fiscali e assistenziali – di una quota sempre maggiore di popolazione anziana. Un equilibrio già fragile che rischia di collassare, mettendo sotto pressione il sistema produttivo, la sanità pubblica e le pensioni.
In parte come conseguenza di tutto ciò, ma anche per altri fattori concomitanti, nel 2022 la spesa pensionistica ha raggiunto il 15,5% del PIL, il valore più alto in Europa. Sebbene le riforme previdenziali degli ultimi decenni abbiano avuto il merito di stabilizzare questa spesa, esse si sono concentrate quasi esclusivamente sull’innalzamento dell’età pensionabile, ignorando altri importati nodi strutturali. Su tutti, la brevissima vita lavorativa degli italiani (in media 32,8 anni, penultima in Europa) e la ridotta partecipazione al lavoro, in particolare dei giovani (solo il 19,7% della popolazione attiva tra i 15 e i 24 anni risulta occupata, contro una media europea del 36,5%).
La sostenibilità del sistema non può basarsi solo sull’età pensionabile; servirebbero più occupati, carriere lavorative più lunghe e qualitativamente migliori, ma è soprattutto qui che l’Italia fallisce.
Se sono pochi i giovani che lavorano (abbiamo detto circa uno su 5), non ne sono molti nemmeno quelli che studiano. Anche sul piano dell’istruzione, infatti, i numeri confermano il ritardo dell’Italia rispetto al resto d’Europa: i giovani tra i 18 e i 24 anni impegnati in un percorso formativo sono il 69% rispetto ad media UE che si attesta al 79,8%.
Di conseguenza, l’Italia ha uno dei tassi più alti d’Europa di Neet (giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono in formazione). Nel 2023, la percentuale ha toccato il 16,1%, un valore superato solo dalla Romania e ben al di sopra della media europea dell’11,2%.
Questa fragilità si riflette anche nel conseguimento di titoli di studio superiori: solo il 30,6% dei giovani italiani tra i 25 e i 34 anni possiede un titolo terziario, a fronte di una media europea del 43,1%. L’Italia è penultima in Europa anche sotto questo aspetto. Un dato che non dipende solo dalla difficoltà di accesso, ma anche da una scarsa valorizzazione delle competenze, da una debole motivazione interna e dalla mancanza di un orizzonte professionale chiaro.
Questo divario tra formazione, mercato del lavoro e opportunità professionali genera una sotto-utilizzazione del miglior capitale umano, che impatta negativamente su produttività e competitività. Il sistema produttivo italiano fatica ad assorbire e valorizzare i giovani, e quello educativo ha difficoltà a tenere il passo con i bisogni reali del mercato del lavoro, creando così un circolo vizioso. La mancanza di politiche pubbliche efficaci aggrava ulteriormente la situazione, lasciando i giovani esposti alla precarietà o costretti a emigrare. Senza il loro contributo, vitale per l’innovazione e il ricambio generazionale, il tessuto produttivo italiano rischia di diventare statico e marginale a livello internazionale.
Il problema non è solo l’esistenza di queste criticità, ma la nostra incapacità cronica di affrontarle con riforme sistemiche e coraggiose. L’Italia si è spesso limitata a misure temporanee, senza una strategia organica che punti a migliorare la qualità del lavoro, le retribuzioni e la stabilità.
Oltre a investire sui nostri giovani, un’altra questione decisiva è affrontare con coraggio la necessità di una strategia migratoria intelligente e lungimirante. Questa non è una misura ideologica, ma una necessità strutturale: in un Paese che invecchia, un flusso migratorio regolare e integrato è l’unica opzione per sostenere il sistema produttivo, riequilibrare il mercato del lavoro e garantire la tenuta del welfare.
Senza un’inversione di rotta rapida e determinata, fatta di politiche coerenti e inclusive, l’Italia rischia un declino sempre più marcato. La sfida è quella di creare un nuovo patto generazionale, in cui i giovani non siano visti come un problema, ma come l’opportunità per la rinascita del Paese. Ciò significa non solo investire in formazione e lavoro di qualità, ma anche governare con coraggio l’immigrazione. Solo con il contributo dei giovani italiani e dei nuovi cittadini, l’Italia potrà rafforzare il proprio sistema produttivo, equilibrare il mercato del lavoro e garantire la tenuta del welfare. È tempo di abbandonare gli slogan e di abbracciare una strategia organica, per costruire un futuro in cui i giovani non siano più una “generazione sospesa”, ma i protagonisti di un’Italia che torna a crescere e a guardare avanti.




