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Verso la terra promessa

Di Agata Turchetti

Lo scorso primo agosto l’arena Beniamino Gigli di Portorecanati ha ospitato un Omaggio a Ennio Morricone, l’autore di quasi cinquecento colonne sonore di musica da film che hanno segnato l’immaginario collettivo di intere generazioni. Progetto ideato e diretto dal maestro Andrea Albertini che, in compagnia di Nove Muse, un’orchestra tutta al femminile di eccellenti strumentiste vestite di azzurro, accompagna gli spettatori in un viaggio affascinante a ritroso nel tempo nella storia del cinema italiano del Novecento, supportato dalla proiezione di spezzoni di film dell’Autore; ripercorrendo la carriera di un artista poliedrico e immenso nella sua creatività, nella vita di un uomo che ha saputo resistere alla seduzione delle sirene tanto numerose nel mondo della celluloide, conservando la semplicità della grandezza nell’umanità delle emozioni, delle delusioni, dei sentimenti che affondano le radici negli strati profondi dell’esistenza.
Ennio Morricone non nasconderà il dispiacere di aver mancato l’Oscar per il film Mission, come non esiterà a dedicare la mitica statuetta assegnatagli alla carriera nel 2006 “a mia moglie Maria che mi ama moltissimo e anch’io la amo alla stessa maniera e questo premio è anche per lei”. Una vita intensa di incontri, per i quali rinuncerà al contratto appena stipulato con la Rai che non gli avrebbe consentito da dipendente alcuna autonomia di produzione e di diffusione della sua musica: Salvatores, Corbucci, Tessari, Tarantino con cui vincerà l’agognato Oscar per la miglior colonna sonora di The Hateful Heigh e sopra tutti il compagno di scuola elementare Sergio Leone, il regista scorbutico che indusse alla fuga due giovani aiuto registi, Bernardo Bertolucci e Dario Argento, e che coltivava, nella realizzazione dei suoi film, la ricerca maniacale del vero negli oggetti e nella rappresentazione dei sentimenti.
Appariranno poi sullo schermo le immagini di due lacrime, vere, di una splendida Claudia Cardinale che ritrova completamente sterminata la famiglia del marito in C’era una volta il West. E poi lo scheletro, anch’esso vero, recuperato attraverso l’annuncio affidato ad un giornale da una donna la cui madre, attrice, aveva disposto nelle volontà testamentarie l’utilizzo del suo scheletro per film belli. Voleva continuare a recitare anche da morta. L’erede ritenne che Il bello, il brutto e il cattivo, nella scena in cui i protagonisti cercano in una tomba il tesoro nascosto, avesse i requisiti richiesti dalla defunta madre.
Ed infine, a congelare l’intensità del pathos arrivano frammenti di Sacco e Vanzetti, film del 1971 diretto da Giuliano Montaldo, con l’interpretazione ineguagliabile di Gian Maria Volontè e di Riccardo Cucciolla, a narrare la storia di un’ingiustizia, fatta di pregiudizio, razzismo, cinismo.
Immigrati. Italiani. Anarchici.

Quale prototipo più esemplare per la colpevolezza di un delitto non commesso?
Arrestati nel 1920 e giustiziati sette anni dopo, immagini di repertorio e della finzione scenica accompagnano le parole che Vanzetti scrisse al padre, al figlio Dante e affidò alla penna di una giornalista che lo visitò in carcere qualche tempo prima dell’esecuzione:

Se non fosse stato per queste cose avrei probabilmente vissuto la mia vita là fuori parlando agli angoli delle strade con uomini disprezzati… non avremmo mai potuto sperare di realizzare una simile missione a favore di tolleranza, giustizia e comprensione tra gli esseri umani…il vero fine delle nostre esistenze, la vita di un buon calzolaio e di un povero pescivendolo, è aver fatto tutto questo. L’ultimo e definitivo istante ci appartiene, una tale agonia è il nostro trionfo.

Il maestro Albertini sottolinea con calore che un film rese possibile, cinquant’anni dopo quel ventitre agosto 1927, il riconoscimento, da parte del governatore del Massachusetts, dell’errore giudiziario e la riabilitazione della memoria di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.
Nella notte di mezza estate, con il cielo gonfio di pioggia, risuona nella voce di Angelica De Paoli, scandita dal battito di centinaia di mani, Here’s to you, musica di Ennio Morricone e testo di Joan Baez, la ballata divenuta inno per i diritti umani di tutti i Sacco e Vanzetti di ogni luogo e ogni tempo.
Lo spettacolo si conclude con il volto di Mina che canta Se telefonando e lo spettatore lascia l’arena con una musica leggera che però non cancella la consapevolezza di come l’arte sia ricerca di verità, accompagnata dal bello e dal buono, in cui gli spettatori non sono inerti fruitori bensì a loro volta attori, cui è affidato il compito di tradurre in comportamenti quanto visto e ascoltato. Il frammento di un film, una canzone, la bandiera di un popolo oppresso, una sedia elettrica che incombe sullo sfondo, possono e debbono diventare “la terra promessa verso cui i coraggiosi andranno e gli altri li seguiranno perché la bellezza dell’animo umano è nella volontà di realizzare i propri sogni”.

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