C’è una voce dolce ma decisa in Federica Gianangeli, 22 anni, in arte Federica G. Nelle sue canzoni si sente il cammino di chi ha attraversato il buio e ha imparato, passo dopo passo, a respirare di nuovo. Parla di ferite, ma anche di luce. Della paura di perdersi, ma anche della forza di ritrovarsi. È la storia di una ragazza che ha deciso di dare forma al dolore, trasformandolo in musica e in cura.
Federica, se ti guardi oggi, chi vedi?
Mi vedo come una ragazza solare, curiosa e creativa. Sono una studentessa di Psicologia a Padova e continuo a coltivare la mia passione per la musica, che mi accompagna da sempre. La musica è una presenza silenziosa ma costante, un filo che ha unito tutte le fasi della mia vita, anche quelle più difficili. Attraverso la musica riesco a esprimere ciò che le parole, a volte, non sanno dire.
Tornando indietro con la mente alla bambina che eri, che immagine ti viene in mente?
Mi vedo piena di energia, sempre in movimento. Avevo una voglia incontenibile di fare, di creare, di scoprire cose nuove. Ogni giornata era un piccolo mondo da esplorare, e io ci entravo con entusiasmo, senza esitazioni. Poi, col tempo, qualcosa si è incrinato. Non so dire quando esattamente — forse verso la fine delle medie — ma ho iniziato a sentire un disagio sottile, come una crepa invisibile che piano piano si allargava. Mi sentivo diversa, ma non riuscivo a capire in cosa. E forse neanche gli altri se ne accorgevano davvero.
Quali emozioni abitavano le tue giornate in quel periodo?
Ricordo soprattutto l’ansia. Era come una presenza silenziosa che mi accompagnava ovunque, anche nei momenti in cui avrei dovuto sentirmi serena. Poi c’era la paura — paura di non essere abbastanza, di non essere all’altezza, di deludere le aspettative, mie e degli altri. A poco a poco ho iniziato a chiudermi. Uscivo sempre con le stesse persone, mi tenevo lontana dalle situazioni nuove, come se il mondo fosse diventato troppo grande e troppo pieno di sguardi. Così ho cominciato a restringerlo, un po’ alla volta, finché lo spazio intorno — e dentro di me — è diventato sempre più stretto, quasi soffocante.
Ti sei sentita sola, incompresa?
Sì, molto spesso. Con la mia famiglia in particolare, c’era come un muro sottile tra quello che sentivo e quello che riuscivo a esprimere. Cercavo di parlare, ma le parole spesso non bastavano o si fermavano a metà strada. Con qualche amica riuscivo a condividere qualcosa, ma restava sempre una distanza leggera, quasi impercettibile, che impediva di sentirsi davvero vicine. Era una solitudine particolare: circondata da persone care, eppure con la sensazione che la comunicazione tra noi fosse a volte imperfetta, fragile, fatta di buone intenzioni ma di parole che non sempre riuscivano a toccarsi.
Se dovessi spiegare a chi non l’ha vissuto che cos’è l’anoressia, che immagine useresti?
Direi che è come convivere con una presenza che sembra proteggerti, ma che in realtà ti soffoca. All’inizio ti illude di darti forza e controllo, ma piano piano ti toglie tutto: la libertà, la spontaneità, la vita. È una gabbia che costruisci da sola, finché un giorno ti accorgi che le sbarre ti stringono troppo.
Quando hai capito che quella gabbia aveva un nome?
A diciassette anni. È stato allora che mi è stato diagnosticato un disturbo alimentare, al Centro diurno di Fermo. È stato un momento difficile ma anche di svolta: ho iniziato un percorso di cura e, contemporaneamente, ho scoperto che la musica poteva diventare la mia ancora di salvezza.
Che ruolo ha avuto la musica nella tua guarigione?
Un ruolo enorme. Scrivere mi permetteva di guardare il dolore da fuori, di dargli una forma e un senso. Le prime canzoni le ho suonate proprio al Centro, durante la terapia. È stato lì che ho capito che non era solo un passatempo: era il mio modo di sopravvivere, di comunicare con me stessa e con gli altri.
Scrivevi per te o per chi ti ascoltava?
All’inizio solo per me. Era un modo per liberarmi. Poi, pian piano, ho iniziato a scegliere le parole con più consapevolezza. Mi sono resa conto che quello che scrivevo poteva parlare anche ad altri. Che forse qualcuno, ascoltando, avrebbe potuto sentirsi meno solo. E questo ha cambiato tutto.
Tra le tue canzoni, ce n’è una che racconta la ferita e una che racconta la rinascita?
Sì. “Solo numeri” è la ferita: parla della ripetitività ossessiva dei pensieri e delle emozioni dell’anoressia. È una canzone dura, sincera, che nasce dal bisogno di nominare il dolore. “Come fosse ieri”, invece, è la rinascita: racconta il momento in cui ho iniziato a ritrovarmi, quando la cura ha cominciato a dare frutti e ho potuto guardare indietro senza paura.
Che cosa diresti a chi parla di anoressia con leggerezza o superficialità?
Direi che l’anoressia non è un capriccio, né una moda passeggera. Non è semplicemente la voglia di essere magre o di attirare attenzione. È una malattia profonda, che nasce dal dolore silenzioso, dal bisogno di avere controllo su qualcosa quando tutto sembra sfuggire, da un vuoto che sembra impossibile da colmare in altri modi. Parlare con leggerezza significa non vedere la complessità, la sofferenza, le lotte quotidiane. È fondamentale smettere di giudicare e cominciare ad ascoltare davvero chi sta attraversando questo cammino.
E guarire, per te, che cosa significa?
Guarire non significa soltanto ricominciare a mangiare — anche se quella è una tappa fondamentale del percorso. Guarire è imparare a conoscersi davvero, ad accettare i propri limiti e a riconoscere le fragilità senza sentirsi in colpa o inadeguati. È costruire un rapporto nuovo con il corpo, con la mente, con la vita stessa. È ritrovare la libertà di essere se stessi, senza maschere, senza paure, senza dover controllare tutto a ogni costo.
Come stai oggi?
Bene. Vivo da sola a Padova, una cosa che un tempo mi sembrava impossibile. Mi sono laureata alla triennale in Psicologia e ho già iniziato la magistrale. È una conquista che, allora, non avrei mai immaginato. Ogni giorno ringrazio la me stessa di quegli anni per aver resistito e non essersi arresa.
La scelta di studiare Psicologia nasce anche da questo percorso?
Sì, in parte. Mi ha sempre affascinata capire le persone, ma dopo l’esperienza vissuta ho capito quanto il sostegno psicologico possa salvare davvero una vita. È un modo per restituire quello che ho ricevuto, per aiutare altri a trovare la propria via d’uscita.
Cosa diresti a chi oggi si sente in gabbia come ti sei sentita tu?
Chiedere aiuto non è segno di debolezza, ma di coraggio. Certo, avere accanto persone vicine che ascoltano e sostengono è prezioso, ma la vera svolta arriva dal supporto di professionisti dedicati e di centri specializzati. Sono loro che aiutano a dare un nome a ciò che senti, a comprendere il dolore e a imparare a gestirlo, offrendo strumenti concreti per ritrovare libertà e fiducia in se stessi.
E agli adulti — genitori, insegnanti, educatori — cosa vorresti dire?
Di ascoltare, senza giudicare. Di guardare i ragazzi con curiosità, non con paura. Spesso i figli non sono come li immaginiamo, e va bene così. Prima di correggere, bisogna comprendere. Prima di parlare, bisogna saper restare accanto.
Se potessi dire una sola frase al mondo, quale sarebbe?
Che si può guarire. È possibile. E ne vale la pena.
Non importa quanto profondo sia il buio, c’è sempre un modo per tornare a respirare.
Cosa trovano le persone nelle tue canzoni?
Molti mi scrivono per ringraziarmi. Alcuni mi dicono che si ritrovano nei testi, altri che si sentono meno soli. È questo che mi spinge ad andare avanti: sapere che le mie parole possono accendere una piccola luce dove prima c’era solo silenzio.
E tu, dove ti vedi tra dieci anni?
Mi vedo come psicologa, psicoterapeuta. Con la musica sempre accanto, perché è parte di me. Ma la mia strada è quella dell’ascolto. Continuo a cantare la vita, non la malattia.
A volte basta ascoltare davvero una storia per accorgersi di quanto poco sappiamo delle vite che ci scorrono accanto. Le fragilità adolescenziali — l’anoressia, l’ansia, l’autolesionismo — non sono capricci o mode: sono ferite che parlano in silenzio, richieste d’aiuto che spesso restano sospese nell’indifferenza o nella paura degli adulti di non saperle affrontare. Federica, passo dopo passo, ha imparato a dare un nome al proprio dolore e a trasformarlo in cura, in musica, in presenza. Oggi la sua voce ci ricorda che dietro ogni corpo che tace, dietro ogni sorriso che sembra tranquillo, può nascondersi un dolore che non chiede soluzioni, ma solo una cosa: essere riconosciuto.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




