di Leonardo Bagnasco
Ah che bello che era quel mondo su misura per l’Europa. Mosca forniva gas a prezzi stracciati. Washington garantiva la sicurezza con i propri soldati e il proprio ombrello nucleare. Pechino comprava con entusiasmo crescente tutto ciò che il Vecchio Continente produceva. Un equilibrio comodo, quasi pigro, che per decenni ha permesso agli europei di costruire il proprio benessere senza dover affrontare le domande più scomode.
Poi, in pochissimi anni, quell’equilibrio è andato in frantumi. Il gas russo è diventato un’arma e poi un tabù. L’ombrello americano con Trump si è fatto traballante. E la Cina, da cliente docile, vuole diventare protagonista e si trasforma in rivale sistemica. Il paradigma che ha sostenuto l’integrazione europea negli ultimi decenni — energia russa, protezione americana, esportazioni cinesi — è arrivato oggi al capolinea. Non lentamente, non gradualmente ma crollando tutto insieme, nel giro di un’unica, convulsa stagione geopolitica.
Il recente viaggio in Cina del Presidente americano ha spiazzato un po’ tutti. Lo stesso Trump che per anni aveva costruito la sua narrativa sull’immagine della Cina come nemico numero uno dell’America, il ladro di posti di lavoro, il manipolatore valutario, il gigante da contenere — è atterrato a Pechino con il cappello in mano e una delegazione che somigliava più a un raduno di CEO di Silicon Valley che a una missione diplomatica.
L’élite finanziaria e tecnologica americana — Tesla, Apple, BlackRock, Boeing, Meta — in trasferta cinese. Un segnale che dice tutto, e che Trump non ha potuto nascondere nemmeno volendo.
Il motivo della visita, in superficie, era nobile: sbloccare la crisi iraniana, riaprire lo Stretto di Hormuz e ridiscutere i dazi commerciali che lo stesso Trump aveva imposto con fanfara e che ora mordevano entrambe le economie. Ma la presa d’atto, a quel punto, era un’altra: il decoupling tra America e Cina — l’idea che le due superpotenze potessero separarsi economicamente e sciogliere la loro reciproca dipendenza — si è rivelato una fantasia. Costosa, rumorosa e, alla fine, né praticabile né davvero pensabile in un mondo così interconnesso.
Le grandi aziende americane hanno enormi interessi in Cina. I mercati cinesi assorbono tecnologia, aeromobili, prodotti agricoli americani. La Cina, a sua volta, ha bisogno degli Stati Uniti come sbocco per le proprie esportazioni e come fornitore di tecnologie avanzate. I due giganti si detestano, si sospettano, si spiano — ma non possono fare a meno l’uno dell’altro, almeno per il prossimo decennio. E Trump, pragmatico quando fa comodo, lo sa benissimo.
Il risultato del vertice? Accordi commerciali ovviamente definiti “fantastici” dallo stesso presidente americano, una proroga della tregua sui dazi, promesse di acquisti cinesi nel settore agricolo e aerospaziale, e un invito a Xi Jinping alla Casa Bianca per settembre. Sul dossier iraniano, Xi si è offerto di “aiutare” — un impegno vago quanto bastava per permettere a Trump di tornare a casa con qualcosa da raccontare ai propri elettori.
A Pechino, nei giardini di Zhongnanhai, l’immagine dei due leader che passeggiano tra le rose mentre il resto del pianeta guarda, sembra evocare la suggestione, più scenografica che reale, di un improbabile mondo G2.
Nelle stesse ore in cui Trump e Xi sembravano mettere in scena la suggestione di un equilibrio mondiale affidato ai due grandi rivali, Mario Draghi saliva sul palco di Aquisgrana per ritirare il Premio Carlo Magno 2026 — il riconoscimento più prestigioso che l’Europa assegna a chi ha contribuito all’ideale unitario del Continente. E il contrasto tra le due scene era quasi crudele nella sua nitidezza.
Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, ex presidente del Consiglio italiano, l’uomo del “whatever it takes” che nel 2012 aveva salvato l’euro con una sola frase, ha pronunciato un discorso che era insieme una diagnosi e un grido d’allarme. “Per la prima volta a memoria d’uomo”, ha detto, “siamo davvero soli insieme.” Una frase che suona quasi come un ossimoro, ma che fotografa con precisione chirurgica la condizione attuale dell’Europa: abbastanza numerosi da dover stare insieme, abbastanza divisi da non riuscire ad agire come uno.
Non era la prima volta che Draghi lancia questo tipo di avvertimento. Nel 2024 aveva presentato, su incarico della Commissione europea, un rapporto monumentale — centinaia di pagine di analisi sulla competitività europea — che aveva fatto discutere molto e cambiato poco. Quella volta aveva documentato con dati impietosi il ritardo dell’Europa su intelligenza artificiale, energia, difesa, mercati dei capitali. Aveva proposto investimenti comuni per centinaia di miliardi, una governance più agile, meno burocrazia e più coraggio industriale. Il rapporto era stato salutato come un capolavoro di lucidità e poi, silenziosamente, archiviato.
Ad Aquisgrana Draghi ci ha riprovato, con parole ancora più nette. Il mondo che per decenni aveva aiutato l’Europa a prosperare, ha spiegato, “non esiste più”. Il contesto globale è oggi “più duro, più frammentato e più mercantilista”. E in questo contesto, l’Europa rischia di essere non un protagonista, ma uno spettatore — uno spettatore benestante, certo, ma privo di voce in capitolo sulle grandi partite.
La ricetta che propone ha un nome un po’ accademico ma un senso molto concreto: “federalismo pragmatico”. Non significa trasformare domani l’Unione europea in uno Stato federale con un presidente, un esercito e un ministro delle Finanze unico — operazione che richiederebbe anni di negoziati e probabilmente si scontrerebbe con qualche referendum nazionale disastroso. Significa piuttosto che i Paesi disposti ad andare avanti su difesa, energia, politica industriale lo facciano insieme, senza aspettare il consenso unanime dei ventisette — incluso chi preferirebbe restare immobile.
Tra i passaggi più folgoranti del discorso di Aquisgrana ce n’è uno che merita di essere sottolineato con forza, perché racconta un’assurdità economica di proporzioni quasi comiche se non fosse così tragica. Metà del capitale investito attraverso i fondi europei, ha rivelato Draghi, finisce negli Stati Uniti. Non perché gli europei amino particolarmente il dollaro o il sogno americano, ma semplicemente perché i rendimenti sono più alti e il rischio viene remunerato meglio.
In altre parole: l’Europa produce risparmio in abbondanza — i cittadini europei mettono da parte denaro più di qualunque altra area del mondo sviluppato — ma non riesce a trasformarlo in investimento produttivo sul proprio territorio. Quel denaro attraversa l’Atlantico e va a finanziare le startup, le fabbriche e le piattaforme digitali americane di cui poi l’Europa lamenta il dominio. È come se un agricoltore annaffiasse con cura certosina il campo del vicino, poi si lamentasse di non avere raccolto.
La causa è il peccato originale dell’Unione europea: mercati dei capitali frammentati per nazionalità, regole diverse da Paese a Paese, gli investitori trovano più conveniente e sicuro puntare su mercati più profondi e meno burocratici. Draghi chiede da anni un’unione dei mercati dei capitali che colmi questo vuoto. La proposta esiste, è studiata, è condivisa in linea di principio, ma non è mai diventata realtà, impantanata nei meccanismi decisionali europei, tra mediazioni, compromessi e tavoli negoziali che finiscono spesso per diluire l’ambizione iniziale.
“Gli accordi”, ha detto Draghi con una punta di amarezza, “vengono elaborati attraverso comitati che diluiscono e ritardano finché il risultato non assomiglia più a quel che era stato previsto.” La sua conclusione è lapidaria: l’Europa deve “mettere la sostanza prima del processo”. Prima decidere cosa fare, poi costruire la procedura per farlo. Non il contrario.
Bisogna riconoscere che l’Europa, spaventata dalla guerra in Ucraina e dalla nuova inaffidabilità americana, ha fatto cose che fino a pochi anni fa sembravano fantascienza istituzionale. Sul piano della difesa sono in cantiere uno scudo aereo europeo, un sistema anti-droni, corridoi militari comuni. Sul fronte politico, i leader del Partito Popolare Europeo — la famiglia politica più grande del Parlamento di Strasburgo — hanno fatto quello che nessuno aveva osato fare dai tempi del traumatico referendum francese del 2005: chiedere pubblicamente una nuova fase costituente verso la creazione di una Costituzione europea. Ma — ed è un “ma” pesante come un macigno — quando si passa dalle parole ai numeri, la realtà si fa più modesta. Per gli eurobond destinati alla competitività e all’intelligenza artificiale — il cuore industriale del progetto draghiano — il “no” di Germania e Paesi Bassi resta granitico. La riforma dei trattati, necessaria per abolire il diritto di veto che paralizza ogni decisione difficile, non ha ancora nemmeno iniziato il suo iter formale. E il mercato unico dei capitali è ancora, per usare un eufemismo gentile, un cantiere aperto.
È un problema, in fondo, di fisica elementare. In fisica, la forza di un corpo è il prodotto della sua massa per la sua accelerazione. L’Europa ha una massa economica straordinaria — il mercato più grande del mondo, centinaia di milioni di consumatori, un risparmio privato che fa gola a chiunque. Ma senza accelerazione, senza cioè la capacità di cambiare marcia e imprimere una svolta rapida alle proprie decisioni, quella massa non genera forza. Resta lì, imponente e ferma, mentre altri corrono.
È proprio questa lentezza il vero problema. Perché se c’è mai stato un momento favorevole per l’Europa per fare il salto di qualità — smettere di essere una somma di ventisette egoismi nazionali e diventare finalmente un attore geopolitico vero — quel momento è adesso. Un mondo senza un solo padrone apre spazi nuovi, ma solo chi ha il coraggio e la rapidità di occuparli può davvero riempirli.
L’Europa ha il mercato più grande del mondo. Ha tecnologia, capitale umano, istituzioni democratiche solide. Ha, come ha ricordato Draghi, cittadini che chiedono all’Unione di agire: sulla difesa comune, sulla politica industriale, sulla capacità di parlare con una sola voce nel mondo.
Quello che manca non è il potenziale. È la volontà, o forse la capacità politica, di trasformarlo in forza. È l’autorevolezza che oggi sembra fare difetto alla classe dirigente europea.
Draghi ha chiamato tutto questo “trasformare la crisi in unione”. L’Europa lo ha già fatto — dopo le macerie della Seconda guerra mondiale, dopo la crisi finanziaria del 2012, dopo la pandemia. Ogni volta sembrava impossibile, ogni volta qualcosa si è mosso. La storia non garantisce il bis, datevi da fare.




