domenica, 7 Giugno 2026
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Il rumore del mondo e la “bussola” dei genitori

Fare il genitore è un lavoro silenzioso, mentre tutto intorno urla. Non porta applausi e non offre scorciatoie, quando il ruolo viene abitato con premura, consapevole responsabilità e presenza autentica. È fatto di frasi ripetute cento volte, di limiti imposti quando sarebbe più facile lasciar correre, di parole scelte la sera, di atteggiamenti inclusivi quando la stanchezza supera la lucidità, di ascolto sincero. Certo, ci sono scorciatoie educative, e a volte sono piuttosto seducenti. Ma spesso producono quiete immediata e – probabilmente – fragilità futura; la fatica autentica, invece, costruisce radici profonde e autonomia possibile.

Eppure è proprio lì, in quell’impegno quotidiano e invisibile, che si costruisce qualcosa di duraturo.

Ogni famiglia prova, a modo suo, a custodire il cammino dei figli. Alcune lo fanno con continuità, altre tra inciampi, fragilità o stanchezze che rendono il percorso più incerto. Ma anche quando tutto sembra confuso, ogni gesto di cura lascia una traccia. È come preparare una bussola: non serve per indicare una strada precisa, serve per non perdersi.

Quella bussola nasce piano. È fatta di gesti, comportamenti, esempi, testimonianze concrete e di parole che tornano sempre uguali: rispetto delle differenze, attenzione all’altro, rifiuto della violenza, rispetto delle istituzioni, senso di responsabilità verso la comunità, impegno. Non dice dove andare, ma suggerisce come orientarsi quando il rumore del mondo diventa più forte, troppo forte.

La costruisci quando i figli sono piccoli e ti guardano con fiducia. Continui a costruirla quando crescono e smettono di ascoltare quello che dici, ma osservano con attenzione (e colgono) quello che fai. Perché sai che prima o poi arriverà il momento in cui quella bussola dovrà funzionare da sola.

Poi arriva l’adolescenza, perché arriva sempre. È una stagione inquieta, ma straordinariamente generativa. E cambia tutto. I figli non cercano più risposte: cercano coerenza. Non vogliono sapere se hai ragione. Vogliono capire chi sei e se reggi. È un tempo in cui le emozioni si intensificano, le relazioni si ridefiniscono e le sfide educative diventano più sottili e complesse.

Quando in casa si riesce a tenere vivo uno spazio di dialogo — impresa sempre più complessa, spesso precaria, fatta di tentativi e ripartenze — allora possono crescere ragazzi capaci di pensiero critico, sensibili alle ingiustizie, desiderosi di capire il mondo. Ed è proprio lì che spesso l’educazione entra in tensione con la realtà che li circonda.

Perché i ragazzi osservano. Guardano gli adulti semplificare guerre e tragedie in slogan. Scorrono i social e scoprono che la solidarietà viene sospettata, l’impegno civile ridicolizzato, la compassione scambiata per debolezza, intercettano le tante storture del mondo.

Guardano anche oltre i confini. Negli Stati Uniti, a Minneapolis, la notizia dell’intervento di agenti federali dell’ICE che hanno fermato un bambino di cinque anni mentre tornava da scuola con il padre ha fatto il giro del mondo. Le immagini di quel bambino con lo zaino addosso, circondato da agenti, hanno colpito profondamente l’opinione pubblica, anche i giovani. Nella stessa città, durante operazioni federali legate ai controlli sull’immigrazione, due persone sono state uccise da agenti federali nel gennaio 2026: Renée Good e Alex Pretti. Episodi che hanno riacceso proteste e interrogativi sull’uso della forza da parte delle istituzioni.

Sono fatti lontani, ma arrivano dentro le case attraverso i telefoni, i notiziari, le conversazioni. E i ragazzi li osservano con occhi che cercano coerenza tra ciò che è stato insegnato loro e ciò che vedono accadere.

Lo stesso senso di smarrimento emerge quando la violenza esplode tra coetanei. Come nel caso del diciannovenne ucciso a coltellate da un coetaneo dentro una scuola a La Spezia. Un luogo che dovrebbe essere spazio di crescita e protezione diventa improvvisamente teatro di tragedia. Episodi diversi, storie diverse, ma una costante ritorna: la violenza resta sempre inaccettabile. E se ci limitiamo a cercare colpevoli, a trovare soluzioni immediate, senza interrogarci sulle radici, continueremo a inseguire le emergenze senza prevenirle.

Un nuovo episodio, drammatico, lo conferma. A Nizza Monferrato, la diciassettenne Zoe Trinchero è stata uccisa da un ragazzo poco più grande, che ha confessato parlando di una lite degenerata in violenza, senza riuscire a spiegare il perché del gesto. Un fatto che riporta ancora una volta l’attenzione sulla fragilità emotiva, sull’incapacità di gestire il conflitto e sull’urgenza di interrogarsi non solo sui fatti, ma sui percorsi educativi e relazionali che possano prevenirli.

Anche nella nostra città, Civitanova, emergono segnali simili. “Ero con altri due e avevamo bevuto, ho colpito uno con il cavo del cellulare ma non gli ho dato un pugno”, ha dichiarato un neo 18enne arrestato insieme a due conoscenti poi fuggiti, ritenuto responsabile di un’aggressione ai danni di alcuni ragazzi fuori da un locale. A subire le conseguenze peggiori è stato un ventunenne, finito in ospedale con una prognosi di 45 giorni.

Intanto i giovani continuano a osservare il mondo, il mondo adulto. Vedono adulti sugli spalti delle partite delle giovanili, urlare contro arbitri o ragazzi poco più grandi dei loro figli. Ascoltano adulti nei luoghi istituzionali, dove il confronto civile a volte lascia spazio a linguaggi divisivi e delegittimanti. Li vedono nei talk politici televisivi, trasformati spesso in arene in cui il conflitto prevale sull’argomentazione. Li vedono nel panorama pubblico, dove persone condannate dalla giustizia mantengono ruoli di rilievo, alimentando il dubbio sui valori condivisi. Li vedono anche leggere accuse e testimonianze legate alla vicenda di Jeffrey Epstein, il finanziere statunitense condannato per reati sessuali e sfruttamento di minorenni, noto per aver coltivato relazioni sociali con personaggi influenti della politica, dell’economia e della cultura. I “file Epstein” resi pubblici dalle autorità racchiudono migliaia di pagine di corrispondenza e documenti in cui compaiono nomi di persone potenti associate a lui o presenti nel suo giro di relazioni, anche se finora non sono emerse prove giudiziarie che colleghino direttamente tali figure ai crimini di cui Epstein è accusato e condannato. Questa sola percezione — che un uomo implicato in abusi così gravi avesse accesso e legami con l’élite mondiale — contribuisce a trasmettere ai giovani l’idea inquietante che la posizione sociale e le connessioni possano, a volte, proteggere comportamenti moralmente inaccettabili. Il messaggio implicito che passa è semplice e devastante: i valori valgono solo quando non disturbano.

Ed è allora che arriva la domanda che attraversa molte famiglie: “Ma tutto quello che mi avete insegnato… serve davvero, se poi il mondo funziona così?”

Non esistono risposte facili. Forse l’unica possibilità è un’adultità che non finge di avere tutte le soluzioni. Che riconosce le contraddizioni, anche le proprie, ma continua a considerare i valori necessari, non negoziabili.

Educare oggi non significa proteggere i figli dal rumore del mondo. Significa restare accanto a loro mentre lo attraversano. Aiutarli a nominare le contraddizioni senza diventarne prigionieri. Aiutarli a riconoscere ciò che è giusto e ciò che è importante, a orientarsi secondo valori etici e responsabilità condivise.

E allora come parlare ai figli di tutto questo? Come spiegare tragedie, ingiustizie e violenze senza cedere né al cinismo né all’illusione? L’adulto si trova spesso senza parole o con parole che sembrano insufficienti. Non esiste una spiegazione completa, e ogni tentativo di raccontare il mondo rischia di apparire inadeguato. Eppure, è proprio in questa sincerità — nel riconoscere la complessità, le contraddizioni, i propri limiti — che si costruisce un dialogo autentico. Un dialogo che, anche senza soluzioni definitive, trasmette coerenza, misura e responsabilità.

Forse non possiamo garantire ai nostri figli un mondo giusto. Ma possiamo garantire loro di incontrare adulti riconoscibili. In famiglia, a scuola, nei luoghi educativi, nello spazio pubblico. Adulti imperfetti, a volte stanchi, ma capaci di parlare lo stesso linguaggio etico: quello del rispetto, della responsabilità e della misura.

In un tempo rumoroso e confuso, custodire e trasmettere valori — con fatica, dubbi e coerenza possibile — è già una forma di resistenza educativa. Credo…

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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