lunedì, 21 Settembre 2026
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Le famiglie non ce la fanno più. La lotta di classe è tornata

di Leonardo Bagnasco

Ci sono parole che a un certo punto abbiamo smesso di usare perché sembravano appartenere al Novecento. Una di queste è “classe sociale”, espressione quasi rimossa da una società che ha preferito raccontarsi come un insieme di individui, consumatori, professionisti e cittadini, tutti almeno teoricamente liberi di costruire il proprio destino.

Le classi sociali, però, non sono mai scomparse. A renderne meno aspra la contrapposizione era stata per lungo tempo la possibilità concreta di attraversarle, studiando, lavorando, migliorando la propria condizione e riuscendo magari a garantire ai figli opportunità maggiori di quelle ricevute. Quando questi ascensori sociali funzionano, anche differenze profonde possono essere accettate perché non vengono percepite come una condanna definitiva. Quando invece si bloccano, quando nascere in una famiglia piuttosto che in un’altra torna a determinare quasi del tutto le possibilità future e quando soprattutto il lavoro non basta più a migliorare la propria vita, ci sarebbero tutte le condizioni perché riemerga anche un’altra espressione che credevamo consegnata alla storia, quella della lotta di classe.

Quelle enormi differenze oggi si vedono anche nelle cose più semplici, molto prima e molto più chiaramente che nei comizi della politica e nelle rassicurazioni di chi governa. Si vedono al supermercato, dove c’è chi riempie il carrello senza neppure guardare il prezzo e chi deve fare continuamente calcoli, cambiare prodotto, ridurre le quantità, rinunciare a qualcosa. Si manifestano quando arriva una bolletta, quando bisogna fare benzina, quando si rompe l’automobile o quando un figlio ha bisogno del dentista. È anche da questi gesti ordinari che bisognerebbe tornare a leggere la società italiana, perché è qui che si misura davvero la distanza tra chi riesce ancora ad assorbire l’aumento del costo della vita e chi ormai non ce la fa più.

Il Sole 24 Ore lo ha mostrato recentemente in una prima pagina che vale più di molte analisi. Un paniere di 31 prodotti alimentari rappresentativo della spesa di una coppia con un figlio, che nel luglio 2021 costava 100 euro, cinque anni dopo ne costa 129,50. Significa che per acquistare le stesse cose servono in media quasi il 30% di soldi in più. Alcuni prodotti di uso quotidiano sono aumentati molto di più: le zucchine di oltre il 50%, il caffè di circa il 50%, l’olio extravergine di quasi il 47%, mentre riso, uova e patate hanno registrato rincari superiori al 40%. Una cifra enorme, soprattutto per chi nello stesso periodo non ha visto crescere il proprio reddito nella stessa misura.

Nella comunicazione del Governo vengono invece privilegiati i confronti con periodi più recenti, quando però i prezzi erano già saliti alle stelle. È così che può essere presentato come rassicurante il dato secondo cui il “carrello della spesa” cresce oggi appena dell’1% su base annua. Quel numero non significa che i prezzi siano tornati indietro, ma soltanto che stanno aumentando più lentamente rispetto a livelli già elevatissimi. L’inflazione può rallentare, ma questo non cancella gli aumenti accumulati e la montagna resta dov’è.

Il tentativo di rassicurare, del resto, incontra un limite difficile da aggirare, perché la realtà dei prezzi ogni famiglia la verifica personalmente ogni giorno, senza bisogno di statistiche, al supermercato, dal benzinaio e quando apre una bolletta.

Alla crescita eccezionale dei prezzi non è corrisposto un aumento neppure lontanamente proporzionato dei salari. Il costo della vita è corso, le retribuzioni sono rimaste pressoché ferme e il risultato è che oggi il lavoro vale molto meno di prima proprio nel momento in cui tutto costa molto di più.

Da anni il dibattito pubblico insiste sull’andamento dell’occupazione e il Governo Meloni rivendica legittimamente l’aumento degli occupati e la riduzione della disoccupazione. Sono risultati che non vanno negati, ma dicono soltanto una parte della realtà, perché per milioni di persone che un lavoro ce l’hanno già non basta sapere che gli occupati sono aumentati, se poi quello stipendio non garantisce più la serenità che un lavoro regolare dovrebbe assicurare.

Il vero nodo è che in Italia il lavoro ha perso valore per decenni. Un confronto sui salari reali dal 1990 mostra una distanza impressionante rispetto agli altri grandi Paesi occidentali: in Francia sono cresciuti del 33,4%, in Germania del 32,9%, nel Regno Unito del 48,4%, negli Stati Uniti del 50,5% e perfino in Spagna del 12,9%. In Italia, nello stesso arco di tempo, sono invece diminuiti del 6,6%. Non siamo quindi davanti soltanto agli effetti dell’ultima crisi inflazionistica, ma a un impoverimento del lavoro che viene da lontano e attraversa diversi governi di destra, qualcuno di sinistra, altri tecnici e di larghe intese.

Su questa debolezza divenuta strutturale, consolidatasi nell’arco di decenni, si è innestato negli ultimi cinque anni un nuovo e violentissimo impoverimento del potere d’acquisto. I prezzi sono saliti molto più rapidamente degli stipendi, la distanza tra ciò che una famiglia guadagna e ciò che deve spendere per vivere si è ulteriormente allargata. Ed è proprio questa distanza a produrre effetti profondamente diversi a seconda della condizione sociale di partenza.

Se per acquistare gli stessi beni essenziali servono ogni mese decine o centinaia di euro in più, per chi è ricco può non cambiare praticamente nulla. Una famiglia benestante risparmierà qualcosa in meno, un’altra rinuncerà a una vacanza, un’altra ancora rimanderà il dentista, pagherà più tardi una bolletta o vivrà con la speranza che l’automobile non si rompa. Poi esiste una fascia più fragile, nella quale ormai troviamo anche famiglie con uno o due stipendi regolari, per le quali qualsiasi imprevisto può far saltare un equilibrio costruito con enorme fatica. È qui che il caro vita smette di essere soltanto una questione economica e diventa un problema sociale.

Le tragedie familiari di questi ultimi mesi dovrebbero almeno costringerci a interrogarci su quanto dolore, quanta solitudine e quanta impotenza stiano crescendo senza che ce ne accorgiamo. Sarebbe ingiusto trasformarle nella prova di una tesi economica, ma sarebbe altrettanto superficiale ignorare ciò che alcune di queste storie raccontano di famiglie schiacciate da problemi economici, assistenziali, lavorativi e personali che, sommati gli uni agli altri, possono diventare insostenibili.

In uno dei biglietti lasciati c’era scritto «Da soli non ce la facciamo», una frase che, da sola, dovrebbe interrogare profondamente la politica e la società.

Non sappiamo quante famiglie, senza arrivare a esiti così estremi e proprio per questo invisibili ai giornali, stiano vivendo la stessa sensazione di essere rimaste sole davanti a difficoltà più grandi delle proprie forze. Famiglie che non arrivano a fine mese, caregiver che assistono da soli un genitore o un figlio, persone che stanno consumando i risparmi accumulati in una vita, coppie che devono affrontare contemporaneamente un mutuo, bollette crescenti, spese per i figli e magari anche cure o carichi assistenziali pesanti. Sono situazioni diverse, ma accomunate dalla fatica crescente di far quadrare conti che non tornano più e dalla percezione di dover affrontare tutto da soli.

Una società seria non può aspettare che la disperazione arrivi sulle pagine di cronaca per accorgersi che qualcosa si è rotto. La funzione del welfare non dovrebbe ridursi a interventi una tantum quando l’emergenza è già esplosa, ma impedire che una persona o una famiglia si sentano completamente sole e impotenti davanti a difficoltà che non sono più in grado di sostenere.

Tra le cose che si sono incrinate più profondamente c’è il rapporto tra lavoro e sicurezza economica. Per generazioni il lavoro non è stato soltanto il mezzo attraverso il quale procurarsi il necessario, ma la promessa di una vita migliore, la possibilità di acquistare una casa, crescere dei figli, mettere qualcosa da parte e immaginare una vecchiaia dignitosa. Non sempre quella promessa veniva mantenuta, ma esisteva ed era sufficientemente credibile da tenere insieme la società.

Oggi quella promessa non regge più come un tempo. Basta pensare a un operaio dentro uno dei tanti capannoni industriali italiani durante estati sempre più torride, tra otto ore in piedi, rumore continuo, caldo, sudore, turni, movimentazione di pesi e ritmi produttivi. Torna a casa stanco e a fine mese scopre che, nonostante tutto quello sforzo immane, lo stipendio che porta a casa non basta più a garantire alla propria famiglia quella sicurezza che il lavoro avrebbe dovuto assicurare. Non stiamo necessariamente parlando di un lavoratore sottopagato secondo i parametri del dibattito sul salario minimo: può guadagnare ben più di quella soglia e trovarsi comunque a fare i conti per mettere benzina, pagare una rata e riempire il frigorifero.

È proprio qui che il salario minimo, pur restando uno strumento utile contro le paghe indecenti e i contratti pirata, mostra di non poter esaurire la questione salariale italiana. Il problema è molto più profondo e riguarda il valore attribuito al lavoro, perché quella promessa di sicurezza e miglioramento sociale può reggere soltanto se una quota adeguata della ricchezza prodotta remunera chi contribuisce ogni giorno a crearla.

Eppure, mentre il lavoro ha perso potere d’acquisto e la fatica quotidiana garantisce sempre meno sicurezza, la ricchezza ha continuato a concentrarsi. Alla fine del 2025 il 10% più ricco delle famiglie possedeva oltre il 60% della ricchezza netta del Paese, mentre alla metà meno abbiente restava poco più del 7%. È difficile immaginare una fotografia più chiara della direzione presa: la promessa che attraverso il lavoro fosse possibile migliorare la propria condizione si indebolisce proprio mentre aumenta la distanza tra chi vive principalmente di ciò che guadagna e chi può contare su patrimoni e rendite.

Qui torna la lotta di classe, ma non necessariamente nella forma che abbiamo conosciuto nel Novecento. Non c’è più soltanto l’operaio da una parte e il padrone dall’altra, come nelle vecchie fotografie davanti ai cancelli della Fiat. La frattura contemporanea attraversa il mondo del lavoro in maniera molto più complessa. Da una parte ci sono milioni di persone la cui sicurezza dipende quasi esclusivamente da ciò che riescono a guadagnare lavorando, operai e impiegati, ma anche autonomi, artigiani e piccoli imprenditori. Dall’altra ci sono coloro che dispongono di patrimoni e rendite abbastanza grandi da assorbire inflazione, crisi energetiche e aumenti dei tassi senza intaccare minimamente il proprio tenore di vita.

Anche per questo sarebbe un errore riproporre meccanicamente la contrapposizione tra lavoratori e piccoli imprenditori. Dentro una piccola impresa, molto spesso, titolare e dipendenti subiscono lo stesso aumento dell’energia, dello stesso carburante e degli stessi beni essenziali. Il piccolo imprenditore può essere il primo ad arrivare in azienda e l’ultimo ad andarsene, lavorando per pagare stipendi, fornitori, banche e bollette prima ancora di sapere quanto resterà per sé. Non è il proprietario di un grande patrimonio finanziario, e spesso è socialmente molto più vicino ai propri collaboratori di quanto uno schema novecentesco del conflitto sociale continui a raccontare.

La nuova frattura passa allora tra chi dipende principalmente dal proprio lavoro e chi dispone di rendite e patrimoni sufficienti a non vedere messo realmente in discussione il proprio tenore di vita dagli aumenti dei prezzi e dalle crisi economiche. È una frattura che attraversa le categorie tradizionali e che dovrebbe imporre alla politica una riflessione profonda sulla redistribuzione della ricchezza, sul fisco, sulla produttività, sui salari, sulla partecipazione dei lavoratori ai risultati delle imprese e su un welfare capace di proteggere davvero chi cade.

Gli interventi del Governo Meloni sui redditi hanno puntato soprattutto su riduzioni fiscali, bonus e misure selettive, che possono aver dato ossigeno a una parte delle famiglie ma non hanno finora invertito la perdita di potere d’acquisto accumulata. Nella comunicazione governativa vengono comprensibilmente richiamati l’aumento dell’occupazione e alcuni indicatori economici positivi, ma se quel paniere di 31 prodotti costa quasi il 30% in più di cinque anni fa e gli stipendi non hanno tenuto lo stesso passo, una famiglia difficilmente si sentirà rassicurata da una conferenza stampa o da un post sui social.

Se il Governo non ha fatto della redistribuzione tra lavoro, redditi e patrimoni il perno della propria azione, ci si aspetterebbe che a raccogliere questa domanda fosse soprattutto la sinistra, per la quale la rappresentanza del lavoro appartiene alla propria storia.

Bonaccini ha recentemente richiamato la necessità per la sinistra di tornare a essere più popolare e di recuperare un rapporto con le fasce sociali che non si sentono più rappresentate. Le polemiche seguite alle sue parole hanno finito in buona parte per oscurare il problema che aveva sollevato, che invece esiste ed è enorme. Elly Schlein, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni parlano di salari, povertà e redistribuzione. Il problema è che quelle parole non sembrano più sufficienti a restituire credibilità e capacità di rappresentanza presso una parte di quel mondo del lavoro che dovrebbe essere il loro naturale riferimento.

La vecchia geografia nella quale l’operaio votava a sinistra e il padrone a destra è saltata da tempo. Il punto non è neppure stabilire dove siano finiti tutti quei voti, il problema molto più serio è che non esiste più un soggetto politico capace di ricomporre il mondo del lavoro attorno a un’idea riconoscibile di cambiamento sociale.

È da questa distanza che nasce la caricatura, politicamente devastante, della “sinistra ZTL” o del “fighetto di sinistra”. Può essere un’immagine ingenerosa nei confronti delle singole persone, ma sarebbe un errore liquidarla soltanto come propaganda degli avversari.

Descrive una percezione diffusa, quella di una classe dirigente progressista colta, laureata, cosmopolita, perfettamente a proprio agio nei festival, nei convegni e nei talk show, ma percepita come lontana anni luce dal rumore di una pressa, dal caldo di un’officina, dall’angoscia di una rata che scade o dall’umiliazione di dover rimettere un prodotto sullo scaffale perché il conto è diventato troppo alto.

Non occorre trasformare Aldo Moro o Enrico Berlinguer in santini per riconoscere una differenza sostanziale. Quella generazione politica trasmetteva un’idea diversa di sobrietà, responsabilità e vicinanza alla società reale e soprattutto operava dentro partiti ancora profondamente radicati nelle sezioni, nelle fabbriche, nelle parrocchie, nei sindacati, nelle cooperative, nelle associazioni e nei quartieri. Non occorre essere poveri per comprendere la povertà e non occorre lavorare alla catena di montaggio per rappresentare un operaio. Occorre però conoscere quel mondo, frequentarlo e riuscire a fargli percepire che la propria condizione non è soltanto un argomento da inserire in un programma elettorale.

Oggi, troppo spesso, la politica conosce soprattutto la politica.

È anche per questo che il dibattito pubblico appare così sproporzionato rispetto ai problemi materiali del Paese. Il caso Ranucci, per esempio, solleva questioni serie che riguardano l’autonomia del servizio pubblico e la libertà dell’informazione e sarebbe sbagliato considerarlo irrilevante. Ciò che colpisce, però, è la quantità di energie che il sistema politico e mediatico riesce a mobilitare per giorni intorno a vicende di questo tipo, mentre non riesce ad aprire con la stessa intensità una discussione pubblica altrettanto intensa e persistente sulla distribuzione della ricchezza, sul valore del lavoro e sulla difficoltà concreta di milioni di famiglie.

Destra e sinistra continuano a contendersi il racconto quotidiano del Paese, ma troppo spesso sembrano discutere dentro un recinto che non coincide più con quello nel quale vivono le persone. Ci si divide sul campo largo, sulla legge elettorale, sulla leadership, sulle alleanze, sull’immigrazione, sulla Rai e sulla polemica del giorno, mentre fuori da quel recinto ci sono famiglie che hanno cominciato a utilizzare i risparmi per pagare le spese correnti.

Ed è lì che tutta la retorica politica incontra il proprio limite.

Resta l’operaio che dopo otto ore di lavoro non capisce perché debba ancora fare i conti per comprare il cibo ai propri figli. Resta la pensionata che durante un’ondata di caldo spegne il condizionatore perché teme la bolletta. Resta l’artigiano che non sa quanto gli costerà tenere acceso il capannone il mese successivo. Resta la giovane coppia che lavora in due, ma continua a rinviare un figlio perché una casa è diventata un lusso irraggiungibile.

Questa non è soltanto inflazione, non è soltanto lavoro povero e non è soltanto crisi del ceto medio. È il progressivo venir meno di quel patto non scritto sul quale abbiamo costruito buona parte della nostra convivenza sociale, secondo il quale chi studia, lavora, si sacrifica e rispetta le regole deve poter migliorare la propria condizione e offrire ai propri figli un futuro almeno un po’ migliore.

Quando quel patto viene meno e gli ascensori sociali si bloccano, le distanze smettono di sembrare temporanee e diventano muri. Chi sta sotto comincia a convincersi che resterà sotto, mentre chi nasce nella parte giusta della società dispone di strumenti sempre più potenti per conservare e trasmettere la propria posizione.

È allora che la parola “classe” torna ad avere un significato concreto e la lotta di classe smette di essere un reperto del Novecento. Non è scomparsa, ha cambiato forma mentre la frattura sociale si è fatta più profonda.

Milioni di persone la vivono già ogni giorno senza chiamarla così, alla cassa del supermercato, dentro un capannone, davanti alla rata di un mutuo, quando decidono quale bolletta pagare prima o scoprono che anche lavorando non riescono più a costruire un futuro.

Il problema è che la politica italiana, di destra come di sinistra, sembra avere dimenticato come si fa a rappresentare quella lotta.

È qui che una democrazia comincia davvero ad ammalarsi, quando chi lavora, si sacrifica e manda avanti il Paese smette di credere che esista ancora qualcuno disposto a stare dalla sua parte

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