Ci sono momenti in cui una società non smette di vedere ciò che accade. Semplicemente, smette di stupirsene.
Sorprendente, no?
Una contraddizione che si ripete, una dopo l’altra. Una promessa politica che viene fatta e mai davvero verificata. Una decisione discutibile, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti, ma che smettiamo di mettere in discussione. Un problema che continua a esistere nonostante anni di discussioni. E poi un’altra cosa, e un’altra ancora: qualcosa che ieri ci avrebbe indignato e che oggi ci limitiamo a commentare con un’alzata di spalle. Alé!
È qui che entra in gioco un concetto nato per descrivere tutt’altro contesto, ma che può aiutarci a leggere anche il presente: l’ipernormalizzazione.
Il termine è stato utilizzato dall’antropologo Alexei Yurchak per descrivere la fase finale dell’Unione Sovietica. Nel suo studio Everything Was Forever, Until It Was No More (Tutto era per sempre, finché non fu più così), Yurchak raccontò una società nella quale molte persone sapevano che la realtà non corrispondeva più alla rappresentazione ufficiale, ma continuavano a comportarsi come se quel sistema fosse destinato a durare per sempre.
Non era necessariamente questione di credere a tutto. Era qualcosa di più sottile: ci si abituava alla contraddizione.
Il concetto è stato poi ripreso e reso popolare nel 2016 dal regista britannico Adam Curtis, che lo ha utilizzato per raccontare alcune trasformazioni della politica, dell’economia e della comunicazione contemporanea.
La sua forza, però, non sta nel cercare analogie forzate tra sistemi politici diversi. Sta nella domanda che ci lascia: che cosa succede quando una realtà che dovrebbe apparirci anomala diventa, semplicemente, normale?
Oggi questo meccanismo trova un terreno particolarmente fertile nell’ecosistema della comunicazione contemporanea, e soprattutto in quello digitale. Viviamo dentro un flusso continuo di informazioni, immagini, opinioni, indignazioni e contraddizioni. Tutto arriva rapidamente e tutto sembra avere lo stesso peso. Una notizia verificata può trovarsi accanto a una voce infondata; un’inchiesta accanto a un meme; una denuncia documentata accanto a un’opinione urlata. E la ripetizione produce un effetto particolare: ciò che vediamo continuamente finisce per sembrarci normale. Non necessariamente vero. Non necessariamente giusto. Semplicemente normale.
È uno dei rischi più sottovalutati dell’ambiente digitale. Ma non nasce con i social: i social lo hanno reso più veloce, pervasivo e visibile. Non abbiamo bisogno di essere convinti che una cosa sia giusta per accettarla. Può essere sufficiente incontrarla abbastanza volte da smettere di farci domande. Una frase aggressiva ripetuta diventa linguaggio comune. Una falsità condivisa migliaia di volte acquista l’apparenza di un fatto. Un attacco personale diventa “normale dialettica”. La frequenza finisce per assomigliare alla verità.
E questo riguarda anche la politica, di gran lunga la politica. Anzi, riguarda la politica proprio perché la politica è parte della nostra vita quotidiana: nelle decisioni pubbliche, nelle tasse, nei servizi, nell’ambiente, nella scuola, nella sicurezza, nella salute, nel modo in cui vengono utilizzate le risorse pubbliche collettive, nel modo in cui vengono fornite risposte concrete ai cittadini.
Qui entra in gioco il marketing politico, quando diventa spinto, disfunzionale. Comunicare una scelta è necessario. Costruire consenso fa parte della democrazia. Il problema nasce quando la politica comincia a essere trattata come un prodotto: un messaggio da confezionare, un’immagine da proteggere, un avversario da colpire, un’emozione da suscitare.
In questo modello può contare più la percezione della realtà che la realtà stessa; più la capacità di ottenere attenzione che quella di spiegare una decisione. Possiamo così abituarci alle promesse elettorali mai verificate, alle polemiche che sostituiscono le proposte, agli slogan che prendono il posto dei dati, alle decisioni raccontate senza spiegare davvero alternative e conseguenze.
Possiamo perfino abituarci all’idea che la politica sia soltanto comunicazione, contrapposizione e consenso, dimenticando che dovrebbe produrre decisioni e assumersene la responsabilità. E soprattutto possiamo abituarci a non chiedere più conto delle conseguenze.
È qui che i social amplificano il problema. Un politico può comunicare moltissimo e spiegare pochissimo o per nulla. Un contenuto può essere costruito per suscitare indignazione più che comprensione. Un utente può condividere una critica senza aver verificato il fatto che la sostiene. Un video può ottenere migliaia di visualizzazioni mentre il documento originale rimane quasi invisibile. Possiamo reagire a una notizia leggendo soltanto il titolo e formarci un’opinione dopo averne visto pochi secondi. Alla fine, rischiamo di confondere la rappresentazione della realtà — persino quella costruita ad hoc — con la realtà stessa.
E questa è una forma contemporanea di ipernormalizzazione: non necessariamente credere a ciò che ci viene raccontato, ma abituarsi a vivere dentro racconti che sostituiscono progressivamente la realtà.
Per questo il problema non riguarda soltanto chi governa, chi comunica o chi costruisce i contenuti. Riguarda anche noi, cittadini, destinatari della “notizia politica”. Perché ogni volta che diciamo – ancora una volta, l’ennesima volta – “tanto è sempre stato così”, “tanto non cambia niente”, “sono tutti uguali”, stiamo rinunciando a una parte della nostra capacità di giudizio.
E quando smettiamo di distinguere tra una buona decisione e una cattiva decisione, tra una promessa mantenuta e una disattesa, tra un dato e uno slogan, tra una critica fondata e un attacco, lasciamo che la normalità venga definita da qualcun altro e male.
La responsabilità, allora, non può essere soltanto di chi ha più potere, più follower o maggiore capacità di comunicare. È anche nostra. Ogni volta che condividiamo senza verificare, commentiamo senza leggere, giudichiamo senza conoscere, alimentiamo una polemica soltanto perché ci provoca una reazione, partecipiamo alla costruzione dell’ambiente nel quale tutti gli altri saranno chiamati a vivere.
La politica, l’informazione e i social possono fare la loro parte. Ma anche noi possiamo scegliere di fare la nostra: fermarci, verificare, ascoltare, distinguere, chiedere conto, cambiare idea quando i fatti lo richiedono. Perché una democrazia non si indebolisce soltanto quando qualcuno impedisce di parlare. Si indebolisce anche quando smettiamo di fare domande.
E forse è questa la lezione più attuale dell’ipernormalizzazione: il pericolo non è soltanto che qualcuno riesca a farci credere l’assurdo. È che, dopo averlo visto abbastanza volte, l’assurdo smetta semplicemente di sembrarci tale. E quindi ricordiamoci che la realtà non smette di essere assurda soltanto perché ci siamo abituati a vederla così. Ricordiamoci che ciò che viene ripetuto non diventa per questo vero, ciò che viene raccontato bene non diventa per questo giusto e ciò che tutti sembrano accettare non diventa per questo normale.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




