Due settimane fa, nell’articolo “Il diritto di non restare soli“, provavo a riflettere su come la solitudine non possa essere considerata soltanto una vicenda privata, ma anche il risultato del modo in cui organizziamo le nostre città, il nostro tempo e le nostre relazioni. Non pochi lettori, con sorpresa, mi hanno scritto condividendo esperienze, riflessioni e domande. Una, in particolare, mi è sembrata decisiva: se la solitudine è anche un fenomeno sociale, allora quali luoghi possono ancora aiutarci a costruire relazioni? È da questa domanda che nasce questo secondo articolo, la prosecuzione dell’altro. Esiste un’espressione poco conosciuta che, forse più di molte altre, aiuta a comprendere una delle grandi sfide delle città contemporanee, dalle piccole alle più grandi: il terzo luogo.
L’ha coniata nel 1989 il sociologo americano Ray Oldenburg, osservando una realtà tanto semplice quanto profonda. Secondo Oldenburg, ciascuno di noi vive abitualmente tre spazi fondamentali. Il primo è la casa, il luogo dell’intimità e degli affetti, la prima agenzia educativa, così la definiscono gli esperti. Il secondo è il lavoro – o, per i più giovani, la scuola o l’università – dove prevalgono responsabilità, obiettivi e ruoli, altre dinamiche rispetto alla famiglia. Esiste poi un terzo spazio, spesso trascurato ma decisivo: quello in cui le persone scelgono liberamente di incontrarsi, fermarsi, conversare, leggere, ascoltare, partecipare, senza dover necessariamente consumare qualcosa o assolvere a una funzione specifica. È il terzo luogo.
Non è semplicemente uno spazio pubblico. E non basta che sia aperto per diventarlo. Una piazza può essere soltanto un luogo di passaggio. Il corso principale della città può essere affollato senza generare relazioni. Un giardino pubblico può essere attraversato senza essere davvero vissuto.
Per diventare un terzo luogo, uno spazio deve possedere una qualità particolare: deve favorire l’incontro spontaneo tra persone. Deve essere accogliente, accessibile, informale. Deve consentire di entrare senza sentirsi ospiti, di restare senza sentirsi clienti (già questo è abbastanza), di parlare senza aver fissato un appuntamento, di sentirsi parte di una comunità senza dover dimostrare nulla.
Perché questi luoghi sono così importanti? Perché le relazioni non nascono nel vuoto. Hanno bisogno di uno spazio che le renda possibili, uno spazio “facilitatore”. La cultura non ha bisogno necessariamente di una biblioteca, lo sport non ha bisogno necessariamente di un impianto, la recitazione non ha bisogno necessariamente di un teatro. Ma una comunità ha bisogno di occasioni e di spazi nei quali le persone possano incontrarsi, frequentarsi e costruire, nel tempo, quella fiducia reciproca senza la quale le relazioni si indeboliscono. Le comunità non si costruiscono soltanto condividendo valori o idee. Si costruiscono attraverso incontri ripetuti, conversazioni spontanee, volti che diventano familiari, piccoli gesti quotidiani che, nel tempo, alimentano il senso di appartenenza e la fiducia reciproca. Per questo un terzo luogo non è definito da ciò che vende né dalla sua destinazione d’uso. È definito soprattutto da ciò che rende possibile e da ciò che produce: relazioni, fiducia, partecipazione, senso di comunità e quel patrimonio invisibile ma fondamentale che i sociologi chiamano capitale sociale.
In fondo, la storia delle città è anche la storia dei loro terzi luoghi.
L’agorà dell’antica Grecia era il cuore della vita civile, politica e commerciale. Il Foro romano era il luogo in cui si intrecciavano giustizia, commercio e relazioni sociali. Le piazze medievali, le botteghe artigiane, i sagrati delle chiese, le osterie, i caffè letterari, i circoli, gli oratori, le Case del Popolo hanno rappresentato, per secoli, molto più di semplici edifici. Erano luoghi dove si imparava a vivere insieme.
Anche in Italia, fino a pochi decenni fa, la socialità quotidiana aveva una forte dimensione fisica. Le piazze erano abitate. Le panchine erano occupate da anziani che conversavano per ore. Le “piazzette” o le “viuzze” erano il punto di ritrovo naturale di intere generazioni di ragazzi. Non servivano appuntamenti o chat: bastava esserci.
Oggi il contesto è profondamente cambiato.
Le tecnologie digitali hanno trasformato il nostro modo di comunicare, offrendo opportunità straordinarie. Ma, accanto ai benefici, hanno modificato anche le modalità dell’incontro. Molte relazioni si sono spostate online, mentre gli spazi fisici dedicati alla socialità spontanea sono progressivamente diminuiti o hanno cambiato funzione.
Nel frattempo, i ritmi della vita sono diventati più frenetici, molti luoghi di aggregazione hanno chiuso o si sono trasformati, e per i giovani è sempre più difficile trovare spazi in cui stare insieme senza che tutto ruoti attorno al consumo.
È un tema che riguarda direttamente la qualità della vita urbana.
La professoressa Elena Granata, urbanista e docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, ci ricorda che una città non è fatta soltanto di edifici, strade e servizi. È fatta soprattutto delle relazioni che riesce a generare. Per questo gli spazi non sono mai neutri. Possono favorire l’incontro oppure scoraggiarlo. Possono creare appartenenza oppure isolamento. Possono far sentire le persone parte di una comunità oppure semplici utilizzatori di uno spazio.
Anche per questo motivo oggi si parla sempre più spesso di infrastrutture sociali.
Biblioteche aperte per moltissime ore e vissute. Centri civici. Librerie indipendenti. Parchi realmente frequentati. Coworking. Caffè culturali. Hub creativi. Spazi associativi. Laboratori condivisi. Non sono soltanto servizi. Sono luoghi nei quali una comunità costruisce fiducia, reciprocità e senso di appartenenza.
Una recente analisi di Scomodo (un importante progetto editoriale e movimento culturale indipendente, gestito da giovani e studenti under 30) mette in luce un dato che dovrebbe far riflettere: mentre in Italia esistono oltre centomila bar, mancano dati certi sugli spazi gratuiti, indipendenti e realmente dedicati alla socialità giovanile. Gli stessi giovani dichiarano sempre più spesso di sentirsi soli, pur vivendo in un mondo iperconnesso.
E’ proprio qui che il concetto di terzo luogo rivela tutta la sua attualità. Non rappresenta una nostalgia del passato. Non propone di rinunciare all’innovazione. Invita piuttosto a ricordare una verità semplice: nessuna tecnologia potrà sostituire completamente ciò che accade quando le persone condividono uno spazio fisico, si guardano negli occhi, iniziano una conversazione, costruiscono fiducia.
Ogni città dovrebbe chiedersi non soltanto quanto costruisce, ma anche quanto riesce a far incontrare le persone. Ci sono abbastanza luoghi in cui fermarsi, stare insieme, portare i bambini, incontrare amici o semplicemente fare due chiacchiere? Luoghi nei quali non sia necessario consumare qualcosa per sentirsi parte della città?
Il futuro delle città dipende anche da questo. Dalla capacità di progettare non soltanto spazi da attraversare, ma luoghi da vivere. Perché i terzi luoghi non sono un lusso. Sono una delle infrastrutture più preziose di cui una comunità possa disporre. E, di sicuro, una delle più importanti da ricostruire.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




