(sulla messa in scena de Il Barbiere di Siviglia – Sferisterio, Macerata 24 luglio 2026)
di: Alessandro Seri
Che Gioacchino Rossini sia stato un genio straordinario, che sia marchigiano, nato a Pesaro il 29 febbraio cioè nel giorno in più dell’anno bisestile 1792 è assodato. Saggio è comunque ricordare che, morì a Parigi nel 1868 e fu tumulato al cimitero Pére Lachaise dove ancora oggi è visibile sulla sinistra del lungo vialone di ghiaia che parte dall’ingresso principale, la sua tomba ormai vuota. Infatti le spoglie del “cigno di Pesaro” furono riportate in Italia nel 1887 e deposte presso la basilica di Santa Croce in Firenze, dove successivamente lo scultore Giuseppe Cassioli eseguì il monumento funebre che dal 1902, anno dell’inaugurazione, possiamo ammirare. Con queste nozioni di base è facile comprendere quanto il suo orizzonte artistico fosse ben al di là dei confini patri. La sua, come quella di altri grandi musicisti, è sempre stata una dimensione europea anche nell’accezione identitaria del termine e con un’ottica europea è, a mio modesto parere, stata progettata la messa in scena del Barbiere di Siviglia al Macerata Opera Festival del 2022 poi riproposta in cartellone con un nuovo cast in questa sessantaduesima edizione della stagione allo Sferisterio. L’Opera buffa, diretta da Daniele Menghini è stata riproposta dopo le positive critiche ricevute all’esordio di quattro anni fa. E ancora una volta non ha deluso. Le fini citazioni che si nascondono all’interno dei due atti trasformano un capolavoro dell’ottocento in un’opera postmoderna, ultra contemporanea, dove la provocazione non è fine a se stessa ma utile a spiegare il linguaggio artistico.
C’è un palco sul palco e un tetto di neon che si alza e si abbassa come facevano nello stesso spazio gli specchi di Svoboda, c’è un utilizzo moderno e convincente delle luci e dei movimenti di scena, ci sono riprese video che fanno atterrare nell’oggi più estremo una storia di incespicanti sotterfugi e di amorucoli mediocri. Poi si sa che in provincia ci arriviamo sempre dopo ma il finale con fuga ripresa dalle telecamere in esterno mi era già capitato di vederlo nei primi anni duemila al Palladium di Londra dove lo show “Blue Man Group” utilizzava la stessa tecnica per mettere in connessione la drammaturgia sul palco con quella dei camerini e con quella degli spazi esterni al teatro.
Gli interpreti si sono misurati in maniera ottima con le vocalità richieste dal “Cigno” e con le parole dettate dal librettista Sterbini che a sua volta si era ispirato al vero “Le barbier de Seville” di Pierre Beaumarchais. Il baritono armeno Grisha Martirosyan nel ruolo di Figaro, barbiere “f*ck totum” si immerge a pieno nel personaggio che è a sua volta regista degli eventi; Rosina, interpretata da una magistrale Raffaella Lupinacci, si trasforma minuto dopo minuto da donna burattino a ribelle che scappa dalla chiesa nel momento del matrimonio, proprio come fece la Elaine de Il laureato. Ottimi anche Ruzil Gatin (Il conte d’Almaviva) e Marco Filippo Romano (Don Bartolo) ma straordinario per vocalità e presenza scenica è Riccardo Fassi nel ruolo di Don Basilio. L’Orchestra Filarmonica Marchigiana diretta da Gianluca Martinenghi è come sempre all’altezza e lo Sferisterio resta la sua casa del cuore.
Un cenno a parte meritano le figure mute che il regista ha voluto in scena, sono loro che caratterizzano il contemporaneo asfissiante di apparenza, con le loro telecamere, con le macchine fotografiche e i telefonini sempre accesi per ricevere notifiche disturbanti. I corpi da questo Barbiere sono sempre pronti a mettersi in posa, sono l’apoteosi del silenzio perché non hanno nulla da dire. Rossini da buon marchigiano lo aveva capito due secoli addietro, quando nella Ville Lumiere si rese conto che il chiacchiericcio, l’apparire, le cene eleganti e i vestiti da sera smettono di esistere appena parte una Overture.





