domenica, 10 Maggio 2026
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“Tecnodemia”, ovvero quando la tecnologia ci contagia

Intervista a Giacomo Buoncompagni

Viviamo immersi in un flusso continuo di notifiche, dati, algoritmi, informazioni. La tecnologia ci connette, ci supporta, ci semplifica la vita. Ma che succede quando questa presenza diventa così pervasiva da condizionare il modo in cui pensiamo, decidiamo, perfino sogniamo? Giacomo Buoncompagni (ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Macerata, dove insegna Sociologia dei consumi, Sociologia della comunicazione e dei media  e Teoria e tecniche del giornalismo digitale. E’ anche vice-presidente Aiart per la regione Marche. Recentemente ha pubblicato interessanti saggi: “Tecnodemia, Uscire dalla società infetta” e “Sociografia del giornalismo”) ci aiuta a leggere questo tempo iperconnesso con uno sguardo competente, lucido, critico e profondamente umano. Lo fa con una parola nuova, provocatoria: “Tecnodemia”, cioè una vera e propria pandemia tecnologica, che circola come un virus e ci trasforma da dentro.

In questa intervista, Buoncompagni ci accompagna a esplorare il significato nascosto dietro i nostri scroll infiniti, le fake news, la propaganda digitale, ma anche la possibilità di una nuova consapevolezza. Perché forse, per non esserne travolti, dobbiamo imparare a guardare la tecnologia… da umani, più umani.

Partiamo da qui: “Tecnodemia”. È un termine che colpisce, suona quasi inquietante. Come nasce questa parola? E cosa racconta del nostro tempo?

La sociologia si muove sempre per categorizzazioni: serve ad analizzare, interpretare e dare ordine a ciò che accade attorno a noi. Nel nuovo panorama dei media, molte cose sono cambiate. Oggi assistiamo al prevalere della tecnica e delle infrastrutture tecnologiche in ogni ambito della vita quotidiana. La tecnodemia indica proprio questa presenza massiccia di dati e tecnologie, ormai indispensabili per diffondere informazioni e restare connessi a livello globale. Ma non è solo questo: la tecnodemia rappresenta anche il bisogno — ormai primario — di ogni individuo e sistema sociale di riconoscere e contrastare falle democratiche, propaganda, relazioni tossiche, pseudoscienza e pretese personali mascherate da una visione distorta dei diritti umani.

Molti direbbero: la tecnologia ci aiuta, ci connette, ci informa. Perché dovremmo considerarla anche un potenziale pericolo, qualcosa che può “infettare”?

Il sociologo americano Neil Postman distingueva tra “tecnologia” e “media”. Oggi la distinzione è meno netta, ma potremmo dire che la tecnologia sta ai media come il cervello sta alla mente: la prima è l’apparato fisico (la macchina), il secondo è il suo utilizzo culturale (il medium). La mia impressione è che oggi, con l’arrivo di apparati ipertecnologici come l’intelligenza artificiale o i droni, ci si limiti ad applicare la tecnica, senza una vera riflessione critica su di essa. Nel libro faccio un esempio concreto: quello delle armi di ultima generazione. Siamo in tempi, ahimè, di guerra. L’arma viene usata secondo la sua funzione primaria — distruggere. Questo mostra come non esista un’elaborazione culturale più ampia del mezzo tecnico. Non si prevede socialmente l’impatto di un attacco cyber. Ci si limita al riarmo, al dominio, alla distruzione dell’Altro. Non a caso, ogni forma di negoziazione sta fallendo. Ecco perché la tecnologia può “infettare”: quando non evolve in medium, cioè non si trasforma in cultura.

Usi una metafora potente: la tecnologia come “virus tecno-endemico”. Ci stai dicendo che la tecnologia è fuori controllo? O che siamo noi a non saperla usare bene?

Siamo ormai abituati a usare metafore mediche, anche fuori dal contesto sanitario, soprattutto dopo la pandemia. L’espressione “virus tecno-endemico” mi è sembrata efficace per comunicare a un pubblico eterogeneo. Intendo con essa la presenza costante, radicata, delle tecnologie in una determinata popolazione o area geografica. È una presenza che si manifesta con fasi alterne, ma continue, in termini di consumo, abitudini sociali e dinamiche politiche. In altre parole: viviamo nel mondo della tecnica. Possiamo criticarlo, ma non possiamo ignorare questo dato di fatto. Le nostre società si sono rapidamente estese nel virtuale, dove bisogni, linguaggi, comportamenti e culture stanno assumendo nuove forme — nel bene e nel male.

Nei tuoi libri parli anche di un’“ecologia della macchina”. Cosa significa? È davvero possibile immaginare un rapporto sostenibile con la tecnologia, oppure è un’illusione?

Secondo l’approccio “ecologico”, media e tecnologie non sono solo strumenti, ma veri e propri ambienti dentro cui si svolge l’esperienza individuale e collettiva. Sono i nostri nuovi spazi di vita, influenzano percezioni, emozioni, conoscenze, valori. Senza cadere in visioni deterministiche, questo approccio è molto attuale: ci aiuta a capire il ruolo centrale che tecnica e tecnologie hanno nelle questioni umane. Parlare di relazione sostenibile è possibile, ma serve capire bene cosa intendiamo. Dal punto di vista ambientale, ad esempio, sappiamo che l’infrastruttura tecnologica non è affatto sostenibile: pensiamo al consumo energetico dei siti web e al loro impatto in termini di emissioni di CO₂. Sul piano del rapporto uomo-macchina, invece, le tecnologie digitali offrono molte opportunità, ad esempio nella sanità. Ma pongono anche domande nuove che le competenze umanistiche devono affrontare, soprattutto quando le macchine iniziano a prendere decisioni autonome su nostra delega. In alcuni casi, si candidano perfino a “prendersi cura di noi”. E tutto questo è ancora in gran parte da comprendere.

Oggi la tecnologia non è più solo uno strumento, ma un ambiente. Come cambia il nostro modo di pensare, parlare e decidere in un mondo fatto di notifiche, dati e algoritmi?

L’ecologia tecnologica è legata a un altro concetto chiave: quello di immaginario mediale. I media, come ambienti, non solo trasmettono contenuti, ma creano e diffondono immaginari — anche algoritmici — che influenzano la nostra percezione della realtà. Questo immaginario agisce sulle emozioni, i desideri, le paure, le aspirazioni. I media, per esempio, possono generare un immaginario su bellezza, successo, felicità o violenza, che spesso è distante dalla realtà o da ciò che la nostra comunità ritiene “giusto”. Ma ciò nonostante, cambia il nostro modo di essere, fare, pensare.

In più occasioni scrivi che non è la tecnologia in sé a essere dannosa, ma il modo in cui legittima propaganda, pseudoscienza, relazioni tossiche. È un rischio reale? Siamo davvero vulnerabili alla disinformazione?

Sì, è un rischio reale. Ma non va confuso con debolezza. La vulnerabilità è parte della condizione umana: è anche apertura, possibilità di crescita, autenticità nelle relazioni. Questo vale anche per i media. Dobbiamo allenarci a riconoscere trasformazioni, inganni, diversità nella sfera pubblica digitale. Questa è la nuova forma di alfabetizzazione.

Cosa succede alla democrazia in un’epoca in cui chiunque può dire tutto, sempre, ovunque? I social sono davvero il trionfo della libertà, o solo l’illusione di essa?

Come per la “sostenibilità”, anche la parola “libertà” viene usata spesso in modo retorico. È diventata un concetto “rumoroso”, pieno di significati distorti. È vero che il digitale ha ampliato le possibilità di espressione e partecipazione, generando nuove sensibilità culturali. Ma più si allarga il campo comunicativo, più aumentano le possibilità di incomprensione — o come direbbe Dominique Wolton, di incomunicazione. Servono quindi regole e capacità negoziali, per permettere a tutti di prendere parola senza cadere nel caos e nell’inciviltà. Invece, l’ambiente digitale è stato fin da subito concepito come uno spazio aperto al consumo, all’autorealizzazione, al dominio verbale e simbolico. Per questo oggi è urgente un doppio percorso: culturale e giuridico, che riconosca la pluralità dello spazio sociale e digitale, e promuova un dialogo sano.

Qual è oggi la nostra più grande debolezza rispetto alla tecnologia? L’ignoranza? La fretta? La solitudine?

Un economista canadese, Harold Innis, sosteneva che le civiltà si reggono su due pilastri: la capacità di controllare tempo e spazio (cioè organizzare le informazioni e garantire continuità istituzionale) e il tipo di medium utilizzato. La storia umana è una storia di comunicazione, segnata dalla competizione tra diversi media. Sta a noi decidere che ruolo vogliamo avere in questi mutamenti: lasciarci travolgere o accompagnarli con senso critico, per immaginare nuovi modi di convivere.

Se dovessi dare tre raccomandazioni concrete a un genitore, un insegnante o un ragazzo che vuole vivere il digitale in modo sano, quali sarebbero?

Non parlerei tanto di “raccomandazioni”, ma di tre bussole per orientarsi:

Culturale: informarsi con curiosità sul funzionamento dei media — intesi non solo come strumenti, ma come sistemi con logiche, retroscena economici e impatti sociali. Questa è la vera competenza mediale.

Relazionale: prendersi tempo per l’Altro. Sperimentare tutti i linguaggi della comunicazione, non limitarsi a un social o una chat. Mescolare forme diverse (verbali, non verbali, online, in presenza), per coglierne limiti e potenzialità.

Normativa: educare con l’esempio, ma anche con regole chiare. Le istituzioni — genitori, scuola, politica, media — hanno ancora un ruolo fondamentale. Serve un nuovo patto sociale. Dobbiamo passare dall’individualizzazione all’in-dividuazione: creare spazi per sé e per gli altri, costruire solidarietà, negoziare, gestire meglio il conflitto.

Uno dei tuoi libri si intitola “Uscire dalla società infetta”. Ma si può davvero uscire? O il punto è imparare a starci dentro in modo più consapevole?

Comincio ad avere qualche dubbio su questa idea, oggi molto diffusa, che di fronte a una crisi l’unica opzione sia “starci dentro”. Certo, i momenti di crisi vanno attraversati, ma se li consideriamo “normali”, senza immaginare alternative, rischiamo solo instabilità e illusioni di benessere. L’idea di “convivere con il Covid”, ad esempio, ha portato subito a un rilassamento. Poco dopo, è arrivata la seconda ondata. “Uscire dalla società infetta” non è una provocazione né una scorciatoia. Non significa ignorare o dimenticare. Significa prendere atto della complessità, e convogliare tutte le forze — politiche, culturali, educative — per superare un rischio sociale. Non per ricominciare da capo, ma per reinventarci. Per fare del trauma una spinta vitale.

Ringrazio Giacomo Buoncompagni per averci offerto uno sguardo diverso sulla tecnologia: non come qualcosa da idolatrare o temere, ma come un ambiente complesso in cui si intrecciano ogni giorno libertà, scelte, relazioni, rischi e opportunità.

Se viviamo ormai dentro una “tecnodemia”, allora la vera domanda non è solo come usiamo la tecnologia, ma cosa stiamo diventando mentre la usiamo.
Che tipo di cittadini vogliamo essere in un mondo dove tutto corre veloce, dove siamo sempre connessi ma forse sempre meno consapevoli?

Forse oggi non basta più distinguere tra vero e falso, tra umano e macchina.
Forse serve imparare a stare nella complessità, ad accettare anche la nostra fragilità — non come un limite, ma come una forza.

Perché se è vero che la tecnologia ci cambia, allora la domanda più importante diventa: verso quale cambiamento vogliamo andare? E con quali valori?

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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1 commento

  1. .. allenarci a riconoscere trasformazioni, inganni, diversità nella sfera pubblica digitale: questa è la nuova forma di alfabetizzazione.
    Qui sta la “main road”, la via d’uscita dalla tecno-pandemia per bimbi, ragazzi, giovani, adulti e oltre.

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