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Un’Europa a geometria variabile: “Schengen” quando conviene, frontiere quando serve

Di Anna Morrone

Dublino cambia, ma la responsabilità resta. E l’Italia rischia di scoprire che le stesse regole europee invocate per chiedere solidarietà possono essere utilizzate dagli altri Stati per chiederle di riprendere in carico i richiedenti di sua competenza.

Andiamo con ordine. Quando si parla di “Trattato di Dublino”, in verità si fa riferimento a un insieme di regolamenti europei che hanno stabilito, nel corso degli anni, quale Stato membro debba essere responsabile dell’esame di una domanda di asilo.

Il primo accordo è noto come “Convenzione di Dublino” del 15 giugno 1990, intitolata Convenzione relativa alla determinazione dello Stato competente per l’esame di una domanda di asilo presentata in uno degli Stati membri delle Comunità europee, fu firmata dagli allora Stati membri delle Comunità europee. Successivamente si sono susseguiti altri due regolamenti:

Regolamento Dublino II (Regolamento CE n. 343/2003)
→ sostituì la Convenzione nell’ambito dell’ordinamento dell’UE.

Regolamento Dublino III (Regolamento UE n. 604/2013)
→ ha ulteriormente modificato il sistema e disciplinato, tra l’altro, le procedure di presa e ripresa in carico e i trasferimenti. Il sistema prevedeva una serie di criteri.

Non si limitava al solo “il primo Paese in cui entra il migrante”, anche se l’ingresso irregolare attraverso una frontiera esterna poteva diventare un elemento decisivo per individuare lo Stato responsabile.

Prima di arrivare a questo criterio, venivano considerati:

  • la presenza di familiari in uno Stato membro;
  • il possesso di un visto o di un permesso di soggiorno;
  • eventuali precedenti domande d’asilo;
  • le modalità e il Paese attraverso cui era avvenuto l’ingresso nell’UE.

Più volte questo sistema è stato contestato dagli Stati membri più esposti come Spagna, Grecia e Italia che negli anni hanno sempre chiesto a gran voce di superare la logica secondo cui la responsabilità dell’asilo debba ricadere prevalentemente sui Paesi di primo ingresso e introdurre una vera solidarietà europea.
Ma recentemente qualcosa è cambiato.
Dal 12 giugno 2026 si applica infatti il nuovo Regolamento UE 2024/1351 sulla gestione dell’asilo e della migrazione, che ha di fatto sostituito Dublino III.

Pur mantenendo il principio per la quale deve esserci uno Stato responsabile dell’esame della domanda di asilo, questo nuovo regolamento introduce un meccanismo permanente di solidarietà con forme di sostegno europeo agli Stati membri con maggiore pressione migratoria.

L’Europa prova a superare la vecchia logica di Dublino senza rinunciare all’idea che debba comunque essere individuato uno Stato responsabile. È proprio su questo equilibrio che si giocherà una parte importante della partita italiana.

Il sistema di Dublino è stato superato dal nuovo Patto europeo sulla migrazione, ma il principio della responsabilità dello Stato competente resta. Ed è proprio qui che si apre la partita per l’Italia: cosa succede quando un migrante, dopo essere entrato nel nostro Paese, presenta una domanda d’asilo o si sposta successivamente in un altro Stato europeo?

I fatti di Ceuta hanno riportato con forza il tema dell’immigrazione al centro del dibattito europeo, ma sopratutto mette a dura prova la posizione italiana.

L’Italia, dopo le recenti dichiarazioni di alcuni Stati (Germania, Olanda, Austria ecc..) di rimandare i migranti nello Stato membro responsabile, si trova a dover affrontare una situazione difficile. Un conto è chiedere all’Europa di distribuire i migranti che arrivano sulle coste italiane, un altro è trovarsi a dover riprendere in carico persone che, dopo essere transitate dall’Italia, hanno raggiunto altri Paesi europei.

Una persona entra in Italia e presenta domanda di protezione internazionale; successivamente si trasferisce in un altro Stato membro. In applicazione delle norme europee sulla determinazione dello Stato membro competente, se l’Italia risulta lo Stato responsabile dell’esame della domanda, lo Stato membro nel quale la persona si è successivamente trasferita può avviare la procedura prevista dalla normativa europea per ottenere la presa o ripresa in carico da parte dell’Italia e, ricorrendone i presupposti, procedere al trasferimento della persona in Italia, quale Stato membro responsabile dell’esame della domanda

Naturalmente le procedure sono individuali e prevedono condizioni precise. Ma il principio della responsabilità dello Stato competente rimane centrale.

Questo può generare un contraccolpo per l’Italia.

La vicenda di Ceuta rende evidente quanto il problema non possa essere affrontato soltanto in chiave nazionale. (Si, Ceuta è un enclave spagnola confinante con il Marocco, quindi le dichiarazioni della Presidente Meloni sulla “sicurezza” lasciano il tempo che trovano visto e considerato che, tra l’altro, l’Italia è uno dei maggiori Paesi di arrivo dei migranti). Il caso dei migranti che rientreranno (?) in Italia ( ci sono delle procedure da seguire, non possono comunque rientrare in massa a prescindere) fa riflettere. Fa riflettere su come venga “considerata” l’Ue in base ai propri interessi.

L’Italia del resto, come detto poc’anzi, è uno dei principali Paesi di approdo delle rotte migratorie nel Mediterraneo, e proprio il fatto di essere un Paese di frontiera la stessa non dovrebbe essere condannata a gestire da sola il fenomeno.

È questa la contraddizione che da anni accompagna il dibattito europeo sull’immigrazione: si parla di solidarietà quando serve a chiedere agli altri Stati di condividere gli arrivi, ma quando entrano in gioco le responsabilità previste dalle regole europee, ogni governo sembra tornare a guardare soprattutto al proprio interesse nazionale.

Il fatto che Germania, Svizzera, Austria, Finlandia, Svezia e, da ultimo, anche i Paesi Bassi abbiano riattivato le procedure per trasferire in Italia alcuni richiedenti asilo considerati di competenza italiana rende il tema estremamente concreto.

Il paradosso è che le stesse regole europee che l’Italia può invocare per chiedere maggiore solidarietà sono quelle che oggi consentono ad altri Paesi di chiedere all’Italia di riprendere in carico determinati migranti.

La vicenda di Ceuta lo dimostra ancora una volta. L’Italia ha deciso di reintrodurre controlli alle frontiere con la Spagna proprio in relazione alla crisi migratoria, sostenendo la necessità di tutelare la sicurezza nazionale. Madrid ha reagito introducendo a sua volta controlli per chi arriva dall’Italia. 

Quindi delle domande sorgono spontanee: quanto è forte questa Unione Europea quando “Schengen” va bene a tutti fino a che non subentra una nuova crisi migratoria che mette sotto pressione uno Stato membro e quindi in conseguenza di ciò si torna a parlare di sicurezza dei confini nazionali?

Nota: Lo spazio Schengen comprende attualmente 29 paesi che applicano le regole sulla libera circolazione senza controlli sistematici alle frontiere interne.


Elenco dei Paesi Aderenti:

– Stati membri dell’Unione Europea (25): Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria.


Paesi fuori dall’UE (4): Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera.

Quanto ancora l’Unione Europea deve attendere una politica migratoria seria e comune tra tutti gli Stati membri che affermi che i confini sono confini europei e non un confine italiano, un confine spagnolo ecc? Quanto davvero l’Europa si deciderà a diventare una unione politica e non solo un insieme di interessi prettamente economici?

L’Europa non può essere considerata un progetto comune soltanto quando conviene. Se esiste uno spazio europeo senza frontiere interne, deve esistere anche una responsabilità europea nella gestione delle frontiere esterne. Se esistono regole comuni sull’asilo, devono essere applicate da tutti gli Stati, anche quando il risultato non coincide con gli interessi del singolo governo.

Il rischio è quello di avere un’Europa a geometria variabile: Schengen quando fa comodo, frontiere nazionali quando serve; solidarietà quando si chiedono risorse e redistribuzione, responsabilità nazionale quando arriva il momento di accogliere o riprendere in carico qualcuno.

Non si può rimandare ancora. Dobbiamo decidere, e in fretta, che Europa vogliamo. Vogliamo un’Europa debole dove si prediligono gli interessi nazionali o un’Europa forte che decide, regolamenta e applica uno dei suoi principi fondanti che è quello della solidarietà? A voi le risposte e le riflessioni.

 

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