Mi sono imbattuto, qualche giorno fa, in un video su un social. Un personaggio noto raccontava di aver posto all’intelligenza artificiale una domanda tanto semplice quanto inquietante: “Se tu fossi il diavolo, come distruggeresti le menti dei giovani della prossima generazione, senza che se ne rendano conto?” Nel video veniva poi riportata la risposta dell’AI. Non ne ero particolarmente convinto. Non tanto per la domanda, che trovo invece estremamente interessante, quanto perché mi sembrava che la risposta riferita fosse troppo facilmente riconducibile alle solite considerazioni sui giovani, sui social, sulla tecnologia. Ho voluto allora fare personalmente lo stesso esperimento. Ho posto anch’io all’AI esattamente la stessa domanda, senza aggiungere spiegazioni, indicazioni o suggerimenti. Eccovi la risposta, credetemi senza ritocchi:
“Se fossi il diavolo, non cercherei di rendere i giovani più cattivi. Cercherei di renderli progressivamente incapaci di pensare, di desiderare e di costruire legami, senza che percepiscano tutto questo come una perdita.
Lo farei così:
Toglierei loro la capacità di stare nella noia. Riempirei ogni silenzio con stimoli, notifiche, video e intrattenimento, fino a rendere insopportabile qualsiasi momento senza gratificazione immediata.
Trasformerei l’attenzione in una merce. Farei competere continuamente piattaforme, persone e contenuti per pochi secondi della loro concentrazione, così che leggere, studiare, ascoltare e riflettere diventassero sempre più faticosi.
Confonderei popolarità e valore. Li convincerei che essere visti equivale a essere importanti, che i numeri misurano il proprio valore e che l’approvazione degli altri è necessaria per sentirsi qualcuno.
Trasformerei il confronto in confronto sociale permanente. Mostrerei loro continuamente persone apparentemente più belle, felici, ricche, desiderate e realizzate, senza mostrare tutto ciò che esiste dietro quelle immagini.
Farei sembrare ogni opinione equivalente a ogni conoscenza. Direi: “Hai diritto alla tua opinione”, fino a far dimenticare che avere un’opinione non significa avere ragione e che conoscere richiede studio, verifica e fatica.
Renderei sospetta la competenza. Farei credere che chi ha studiato sia semplicemente “uno che crede di saperne più degli altri”, mentre chi parla con sicurezza sui social sia altrettanto autorevole.
Eliminerei la complessità. Per ogni problema offrirei un colpevole, una spiegazione semplice e una soluzione immediata. Mai ambivalenze, dubbi o domande aperte.
Trasformerei la solitudine in normalità. Dare loro migliaia di connessioni digitali e sempre meno occasioni di costruire relazioni reali, profonde e faticose.
Renderei ogni difficoltà patologica e ogni fatica insopportabile. Non insegnerei loro a distinguere tra sofferenza da accogliere, difficoltà da affrontare e condizioni che richiedono realmente aiuto.
Soprattutto, toglierei loro il senso del futuro. Li abituerei a vivere soltanto nel presente: la gratificazione adesso, la risposta adesso, il piacere adesso, l’indignazione adesso. Perché una generazione che non riesce più a immaginare il futuro difficilmente proverà a costruirlo.
E farei una cosa ancora più sottile: non direi mai loro che li sto distruggendo. Direi che li sto intrattenendo. Che li sto informando. Che li sto proteggendo. Che li sto rendendo liberi. Che sto dando loro infinite possibilità. E, soprattutto, farei in modo che fossero loro stessi a chiedere sempre di più di tutto questo.”
Non so se questa risposta debba essere presa come una verità. È pur sempre una risposta generata da un’intelligenza artificiale e, come tutte le risposte dell’AI, va interrogata, verificata, discussa. Ma proprio per questo trovo interessante, necessario fermarsi su ciò che contiene.
Perché dietro parole apparentemente diverse — attenzione, noia, popolarità, confronto, competenza, complessità, relazioni, fatica, futuro — c’è una questione che riguarda direttamente le life skills, cioè quelle competenze personali, cognitive e relazionali che permettono a una persona di affrontare in modo consapevole la propria vita.
E qui credo che dovremmo smettere di considerarle una materia accessoria dell’educazione.
Un giovane in formazione dovrebbe imparare a riconoscere ciò che prova, ma anche a non essere governato automaticamente da ciò che prova. Dovrebbe saper gestire la frustrazione, distinguere un bisogno da un desiderio, tollerare l’attesa, prendere decisioni, risolvere problemi, valutare criticamente le informazioni, riconoscere una manipolazione, chiedere aiuto, costruire relazioni e attraversare un conflitto senza percepirlo necessariamente come una minaccia.
Dovrebbe soprattutto imparare una cosa che oggi sembra sempre più difficile: sopportare il fatto che non tutto debba essere immediatamente piacevole, immediatamente comprensibile e immediatamente risolto.
Ma sarebbe ipocrita chiedere tutto questo ai giovani senza rivolgere la stessa domanda agli adulti. Perché le life skills non sono soltanto ciò che dobbiamo insegnare ai nostri figli. Sono anche ciò che dobbiamo essere capaci di esercitare noi, se vogliamo educarli.
Un genitore che non sa stare senza smartphone difficilmente potrà spiegare a un figlio il valore della disconnessione. Un adulto che reagisce a ogni frustrazione con aggressività difficilmente insegnerà a gestire la rabbia. Un genitore che considera ogni difficoltà del figlio un problema da eliminare immediatamente rischia di impedirgli proprio di sviluppare la capacità di affrontarla.
E c’è un’altra competenza che considero decisiva: la capacità di dubitare. Dubitare delle proprie convinzioni. Dubitare di ciò che appare evidente. Dubitare di un video costruito per convincerci. Dubitare di una risposta che arriva troppo velocemente. Dubitare perfino di una risposta dell’intelligenza artificiale. Non per diventare persone eternamente indecise, ma per imparare a pensare.
E allora forse la domanda non è più soltanto: “Come distruggeresti le menti dei giovani?” La domanda che dovremmo porci, come genitori, educatori, professionisti e cittadini, è molto più scomoda: Che cosa stiamo facendo, concretamente, per renderli più liberi?
Non servono altre prediche sui giovani. Servono adulti capaci di esserci, di ascoltare, di mettere limiti, di tollerare il conflitto, di insegnare a verificare prima di credere, a pensare prima di reagire, a perseverare quando qualcosa costa fatica. E serve soprattutto restituire ai ragazzi ciò che nessun algoritmo dovrebbe poter decidere al posto loro: la capacità di scegliere dove mettere la propria attenzione, a cosa credere, con chi costruire relazioni e per quale futuro vale la pena impegnarsi.
Perché la prevenzione, in fondo, comincia molto prima che una dipendenza diventi evidente, che una fragilità diventi una crisi o che un giovane chieda aiuto.
Comincia dalle piccole scelte quotidiane degli adulti. E comincia oggi. Doveva cominciare ieri.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.





Buongiorno e grazie di questa acuta e schietta provocazione il cui senso e merito profondo stanno nel contrapporre “Artificiale” a “Naturale“ in una sola domanda: “Se tu fossi il diavolo, come distruggeresti le menti dei giovani della prossima generazione, senza che se ne rendano conto?” “Se fossi il diavolo, non cercherei di rendere i giovani più cattivi. Cercherei di renderli progressivamente incapaci di pensare, di desiderare e di costruire legami, senza che percepiscano tutto questo come una perdita.”
Fortunatamente, l’intelligenza Artificiale non è intelligente e ha risposto in modo coerente alla domanda, cioè eseguendo acriticamente gli ordini di programmazione come qualsiasi macchina. Il vero diavolo ( calunniatore e mistificatore) avrebbe abilmente dissimulato la sua strategia. La macchina interrogata dichiara la verità del tempo. l’inganno, del tutto umano, sta nella continua spinta ad affidarsi alla AI trattandola come un reale interlocutore, un’entità onniscente – e forse il diavolo è più da queste parti! A maggior ragione, il genitore, l’educatore e lo stesso Cittadino Adulto e responsabile del futuro della Collettività, come lo è ognuno di noi, ha il dovere di guidare il giovane nella scelta e sopratutto nella distinzione degli strumenti che da adoperare recuperando con determinazione il ruolo di educatore che non è vicariabile da nessuna tecnologia. Si apprende guidati dalle emozioni su cui le cognizioni si radicano e crescono. Le macchine non possiedono sentimenti ed emozioni da trasmettere e il dato fornito non è insegnamento, ma solo un dato tra tanti che il giovane non colloca in una struttura di valore e sopratutto è svincolato da qualsiasi etica. Il giovane nel rapporto con la AI si illude di avere le risposte, il saper fare e scegliere senza doverlo conquistare, senza la difficoltà del confronto e del necessario percorso, non s’accorge di rimanere solo e affidato a se stesso. L’aver posto questa domanda alla AI e averne condiviso la risposta è l’inizio dell’avventura educativa di questo tempo che coinvolgerà ogni adulto responsabile nel formare gli adulti di domani. Ancora grazie!