martedì, 11 Agosto 2026
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Pirlo: l’Italia s’è desta

di Leonardo Bagnasco

Di fronte alla possibile nomina di Andrea Pirlo a commissario tecnico della Nazionale, l’Italia s’è desta. Lo ha fatto oltre i tempi regolamentari, soltanto all’ultimo momento utile, nonostante il fatto scatenante — il contratto pubblicitario dell’ex calciatore con Fonbet, il principale bookmaker russo — fosse noto da mesi. Eppure Pirlo è arrivato a un passo dalla panchina azzurra prima che la Federazione si interrogasse davvero sul peso politico, etico e istituzionale di quella scelta.

La vicenda comincia con il fallito corteggiamento a Pep Guardiola, prima scelta di Paolo Maldini, nominato direttore tecnico dal nuovo presidente federale Giovanni Malagò per ricostruire il calcio italiano dopo tre Mondiali mancati consecutivamente. Maldini e Leonardo incontrano il tecnico a Barcellona, ma dopo alcuni giorni arriva il rifiuto, motivato da ragioni personali e familiari. Un esito non del tutto inatteso, dal momento che Guardiola aveva già annunciato l’intenzione di fermarsi dopo dieci stagioni al Manchester City e quasi vent’anni di lavoro ai massimi livelli.

Pirlo, secondo le ricostruzioni della stampa sportiva, attendeva intanto “in silenzio”. Il suo nome emerge infatti nel giro di poche ore dal no di Guardiola, alimentando il sospetto che il tentativo con il tecnico catalano servisse anche a poter dire di aver puntato sul migliore prima di scegliere un candidato già individuato. Maldini e il suo consulente Leonardo indicano così Andrea Pirlo, loro ex compagno al Milan e campione del mondo nel 2006. Il prestigio da calciatore, però, non trova finora riscontro in un curriculum da allenatore adeguato alla delicatezza dell’incarico. Dopo un’esperienza poco convincente alla Juventus, sono arrivate le parentesi in Turchia, alla Sampdoria e infine allo United FC di Dubai, condotto dalla seconda divisione alla Pro League. Un risultato positivo, ma non sufficiente a spiegare perché proprio Pirlo dovesse essere chiamato a ricostruire una Nazionale precipitata nella crisi più grave della propria storia.

La scelta di Pirlo finisce così per assumere i contorni di un copione fin troppo italiano, fatto di cordate, conoscenze e “amichetti”, nel quale a emergere non è necessariamente il profilo più adatto sul piano tecnico, ma quello più vicino a chi decide. Le relazioni personali non sono di per sé una colpa e la fiducia resta un elemento importante in qualunque gruppo di lavoro. Diventano però un problema quando prendono il posto di una selezione fondata sul merito e su criteri professionali elevati, relegano il curriculum in secondo piano e fanno dipendere un intero progetto dall’ostinazione su un solo nome. È un meccanismo tutt’altro che nuovo nel calcio e, più in generale, nel costume italiano, ma raramente era emerso con tanta evidenza proprio nel momento presentato come l’ultima occasione per rifondare il sistema.

Ma tutto questo passa in secondo piano di fronte a un problema ben più grave. Il proprietario dello United FC è Sergey Lomakin, oligarca russo con un patrimonio stimato da Forbes in circa 1,2 miliardi di dollari e indicato da diverse ricostruzioni giornalistiche tra le figure legate agli interessi economici che ruotano attorno a Fonbet, il maggiore bookmaker russo, di cui Pirlo è diventato “global ambassador” nell’ottobre 2025.

Il 24 maggio Pirlo aveva partecipato, insieme a Marco Materazzi, a un evento promosso da Fonbet allo stadio Lužniki di Mosca. La manifestazione era patrocinata dal Dipartimento dello Sport della capitale russa, struttura dell’amministrazione guidata dal sindaco Sergej Sobjanin, uno degli uomini più influenti del sistema di potere vicino al Cremlino. Tutto questo accadeva mentre la Russia conduceva su Kiev uno dei bombardamenti più pesanti dall’inizio della guerra.

Fonbet ha inoltre finanziato e sponsorizzato competizioni sportive riservate ai reduci della guerra in Ucraina. Queste iniziative si inseriscono in un sistema nel quale opera anche il fondo statale “Difensori della Patria”, istituito da Vladimir Putin nel 2023 per assistere i veterani e le famiglie dei militari. Non siamo quindi davanti soltanto a un’azienda privata che ha casualmente sede a Mosca. Secondo diverse ricostruzioni indipendenti, Fonbet è un soggetto ben inserito nell’ecosistema economico, sportivo e comunicativo vicino al potere russo.

Questo è il punto sul quale la difesa di Pirlo mostra tutti i propri limiti. Sostenere che un accordo sia “esclusivamente commerciale e sportivo” non basta a renderlo politicamente neutro. La propaganda contemporanea non si presenta sempre con una bandiera, un comizio o una dichiarazione di sostegno esplicito. Molto più spesso utilizza lo sport, la cultura, gli eventi e i volti internazionalmente riconosciuti per trasmettere un messaggio di normalità. L’immagine di un campione del mondo italiano che partecipa a una manifestazione patrocinata dalle autorità di Mosca, mentre l’Ucraina viene bombardata, possiede un valore politico indipendentemente dalle intenzioni personali del testimonial.

Ed è proprio quel potere comunicativo che Fonbet non si è fatto sfuggire. Nei giorni in cui la stampa italiana dava ormai per imminente la nomina di Pirlo, sui canali del bookmaker continuavano a comparire materiali promozionali con il suo volto. Il sito principale di Fonbet risulta bloccato in Italia per le norme sul gioco d’azzardo, ma alcuni contenuti rimanevano raggiungibili attraverso domini alternativi o “clone”. Pirlo veniva mostrato anche con una maglia rossonera, evidente richiamo ai colori del Milan. Un dettaglio apparentemente marginale, ma rivelatore: mentre in Italia ci si interrogava sulla compatibilità tra quel contratto e la Nazionale, il marchio russo continuava serenamente a sfruttare l’immagine del quasi commissario tecnico, beneficiando della visibilità prodotta da una nomina che non era stata ancora formalizzata.

Mentre Fonbet continua a sfruttare l’immagine del possibile futuro commissario tecnico, la vicenda esce definitivamente dal terreno commerciale e diventa un caso politico e istituzionale. Dal mondo pubblico arrivano richieste di chiarimento, critiche sulla sponsorizzazione con la società di scommesse e forti perplessità tanto sull’opportunità della scelta quanto sul metodo seguito dalla Federazione.

La contestazione più dolorosa, però, non arriva dalla politica, ma da un amico. Andriy Shevchenko, oggi presidente della Federcalcio ucraina, racconta di aver parlato direttamente con Pirlo già prima che il caso esplodesse, esprimendogli con chiarezza il proprio dissenso e invitandolo a riflettere sulle conseguenze di quella scelta: «Ho espresso il mio disappunto, lui lo sa. Dovrà conviverci, è una sua scelta. Mi ha ferito». Parole che trasformano la vicenda in qualcosa di più di una semplice controversia pubblicitaria, perché mostrano che Pirlo era stato avvertito personalmente da un amico e aveva comunque deciso di andare avanti.

Ad emergere in questa vicenda è anche una questione etica, troppo spesso trattata dal calcio come un dettaglio secondario. Pirlo ha accumulato in carriera compensi e opportunità economiche fuori dalla portata della maggior parte delle persone, eppure, in una certa élite sportiva, il denaro sembra non bastare mai. La provenienza di quel denaro diventa una questione da affidare agli avvocati, purché il contratto sia formalmente valido e sufficientemente remunerativo.

Non è un caso isolato. Campioni già ricchissimi prestano il proprio volto a governi autoritari, aziende opache e operazioni costruite per ottenere prestigio e ripulire reputazioni. Chi acquista la loro immagine non compra soltanto una presenza pubblicitaria, ma anche credibilità, memoria e consenso.

Nessuno pretende che un ex calciatore sia un esperto di geopolitica. È però legittimo chiedere a un professionista assistito da procuratori e consulenti di valutare chi lo paga e come verrà utilizzata la sua immagine. A maggior ragione quando aspira a guidare la Nazionale, un ruolo che non richiede soltanto il rispetto della legge, ma anche consapevolezza e responsabilità.

Il punto più grave è che Maldini e Leonardo non potevano non sapere. Il rapporto di Pirlo con Fonbet era pubblico e le immagini di Mosca avevano già suscitato polemiche internazionali. Se davvero ignoravano tutto, la verifica preventiva è stata gravemente insufficiente; se invece sapevano e hanno ritenuto la questione irrilevante, l’errore è ancora più serio.

Dopo tre Mondiali mancati, la scelta del nuovo commissario tecnico avrebbe richiesto metodo, competenza e controlli rigorosi. È accaduto il contrario. La Federazione è passata in poche ore da Guardiola a Pirlo, ha lasciato che la nomina fosse data per imminente e ha fermato tutto soltanto quando il caso era ormai esploso e il danno d’immagine ormai prodotto.

Lo stop deciso da Malagò ha indotto Pirlo a ritirare la propria candidatura. Dopo aver difeso la natura esclusivamente commerciale del rapporto con Fonbet, l’allenatore ha annunciato di non essere più in corsa per la panchina della Nazionale, ringraziando Maldini e Leonardo per la fiducia senza citare il presidente federale.

Restano ora fortemente esposti proprio Maldini e Leonardo, autori di un’indicazione quantomeno inopportuna e superficiale. Entrambi avevano lasciato intendere possibili dimissioni in caso di marcia indietro. Ma un direttore tecnico non può trasformare la propria scelta in un ultimatum personale, soprattutto quando quella scelta si rivela incompleta nelle valutazioni e rischiosa per l’istituzione. La Federazione non può diventare ostaggio della fedeltà tra vecchi compagni di squadra. Se il progetto dipende esclusivamente dalla nomina di un amico, allora non è un progetto, ma una scommessa personale.

Malagò deve ora scegliere se confermare Maldini dopo un errore di questa portata o azzerare nuovamente il progetto e ripartire. Ma la responsabilità non ricade soltanto sul direttore tecnico. Un presidente federale non dovrebbe intervenire solo quando la pressione esterna rende inevitabile lo stop. Requisiti tecnici, correttezza contrattuale e adeguatezza etica dovrebbero essere presupposti elementari per chi rappresenta la Nazionale, non questioni da affrontare a candidatura ormai avanzata.

La vicenda Pirlo non dimostra che lo sport debba essere subordinato alla politica. Dimostra piuttosto che lo sport, quando muove enormi quantità di denaro e offre prestigio internazionale, è già parte della politica, dell’economia e delle strategie di reputazione degli Stati. Fingere il contrario significa lasciare che siano altri a sfruttarne il potere. Le stelle del calcio sono libere di scegliere i propri contratti, ma non possono pretendere che quelle scelte restino prive di conseguenze quando aspirano a ricoprire incarichi pubblici e rappresentativi.

Il calcio italiano, ancora una volta, si ritrova a discutere di tutto tranne che di calcio. Questa vicenda ha mostrato un errore di valutazione, di metodo e di cultura istituzionale. Ha rivelato una dirigenza incapace di distinguere fino in fondo ciò che è formalmente possibile da ciò che è opportuno, una parte dell’élite calcistica convinta che qualsiasi contratto possa essere accettato purché sia legale e remunerativo e un sistema nel quale il denaro sembra non bastare mai, qualunque sia la sua provenienza.

Dopo tre Mondiali mancati, il problema non è soltanto trovare un allenatore capace di mettere bene in campo undici giocatori, ma ricostruire la credibilità di un’istituzione. Una credibilità che si conquista scegliendo bene, assumendosi le responsabilità e anteponendo l’interesse dell’istituzione alle amicizie e alle logiche di cordata. L’Italia, alla fine, s’è desta, ma soltanto quando Pirlo era già a un passo dalla panchina.

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