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L’ordine immobile e la fuga del gatto

Di Valentina Guardabassi

Ciò che unisce i censori pontifici dell’Ottocento ai burocrati del decoro contemporaneo è la pretesa di congelare la forma, di confondere la custodia della memoria con la sua mummificazione. L’ultima trincea di questa postura si è consumata a Recanati, dove la trasfigurazione grafica dell’Annunciazione di Lorenzo Lotto, firmata da Miguel Ángel Martín per il Comics Festival, ha innescato i riflessi pavloviani del conservatorismo più polveroso: il ritiro dei loghi istituzionali, lo stop alle affissioni, persino il ricorso alla grammatica giudiziaria del vilipendio.
Il copione non è nuovo. Ogni epoca di restaurazione politica o culturale tenta di imporre un’estetica della rassicurazione. Accadde quando il ritorno all’ordine del Congresso di Vienna provò a soffocare le asimmetrie drammatiche del Romanticismo in nome di una compostezza accademica artificiale. Accade oggi, quando si pretende che l’iconografia sacra resti un feticcio intoccabile, sottratto al flusso dei linguaggi viventi.
Chi grida allo scandalo di fronte alla scomposizione contemporanea commette un errore di prospettiva storica, prima ancora che critica. Dimentica, o meglio ignora, la natura intrinsecamente eversiva della matrice. Quando Lorenzo Lotto dipinse quella tela, compì un gesto di radicale insubordinazione rispetto al canone monumentale del suo tempo. Introdusse la reazione psicologica, la paura terrena, lo scarto domestico di un gatto che fugge terrorizzato dall’ombra dell’angelo. Quella di Lotto era già pittura di rottura, un’anomalia inquieta che rifiutava la stasi geometrica dei contemporanei.
Isolare quell’opera in una teca di intangibilità significa tradirne lo spirito originario. L’arte non è un monumento funebre da sorvegliare, ma materia plastica che si rigenera nel contrasto. Il fumetto, con la sua sintesi abrasiva e la sua capacità di risignificare il passato, non dissacra: semmai riattiva la scossa elettrica che il tempo e l’abitudine hanno normalizzato.
La ritirata delle istituzioni di fronte alla provocazione del segno grafico è la spia di una fragilità culturale profonda. Una politica che si rifugia nel perimetro del politicamente rassicurante confessa la propria incapacità di abitare la complessità del presente. Ma la forma, per sua natura, non si lascia recintare. Proprio come il gatto di Lotto, l’arte autentica scivola via dalle stanze del potere restaurato, lasciando i custodi dell’ordine a sorvegliare una stanza vuota.

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