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Quando spegnere il telefono diventa un modo per incontrarsi

C’è qualcosa di apparentemente paradossale negli Offline Club che stanno nascendo e diffondendosi in molte città europee.

A voler spegnere il telefonino, oggi, non sono soltanto adulti nostalgici di un mondo precedente a Internet. Sempre più spesso sono giovani che con Internet sono cresciuti. Persone che utilizzano quotidianamente social network, piattaforme digitali e applicazioni di messaggistica e che, proprio per questo, scelgono volontariamente di trascorrere qualche ora senza nulla di tutto questo. Non per tornare indietro. Per provare ad andare, semplicemente, da un’altra parte, fuori dal digitale.

È da questa intuizione che è nato The Offline Club, un movimento sviluppatosi nei Paesi Bassi e avviato ad Amsterdam nel 2024. L’idea è semplice: creare occasioni nelle quali le persone possano incontrarsi lasciando fuori, almeno temporaneamente, lo smartphone.

Si entra in un bar, in una libreria o in un altro luogo di incontro. Il telefono viene spento, consegnato o comunque messo da parte. E poi accade una cosa che, fino a pochi anni fa, non avrebbe avuto bisogno di essere organizzata: le persone stanno insieme, senza telefonino.

Qualcuno legge. Qualcun altro disegna, scrive, gioca. In alcuni incontri si trascorre del tempo anche in silenzio, circondati da altre persone. Oppure si dialoga. Con sconosciuti. Senza che uno schermo interrompa continuamente la conversazione.

Il fenomeno si è rapidamente diffuso in diverse città europee, da Amsterdam a Londra, Parigi, Berlino, Barcellona e Milano. E merita almeno una domanda: perché, per incontrarsi davvero, alcune persone sentono oggi il bisogno di organizzare un luogo nel quale il telefono non possa entrare?

Perché il problema non è soltanto quanto tempo trascorriamo davanti allo schermo. È anche ciò che lo schermo può fare quando non lo stiamo guardando. Uno smartphone appoggiato sul tavolo è una possibilità costante: un messaggio, una notifica, qualcosa da controllare. E una conversazione reale che può essere interrotta da qualcosa che, in quel momento, ci sembra più urgente.

Non è necessario demonizzare il telefono per riconoscerlo, sia chiaro. Lo smartphone ci permette di lavorare, informarci, mantenere rapporti, studiare e comunicare. Sarebbe difficile sostenere seriamente che il problema sia semplicemente la tecnologia.

Gli stessi giovani che scelgono un incontro offline non stanno chiedendo di abolire Internet. Stanno cercando di introdurre un limite. Ed è questo l’aspetto più interessante. Oltre a imparare a usare gli strumenti, bisogna imparare quando non usarli. Non è una rinuncia. È una scelta. Mettere da parte qualcosa significa decidere che, almeno per un certo tempo, vogliamo dedicare attenzione a qualcos’altro: una conversazione, un libro, una persona seduta davanti a noi, persino il silenzio.

La disconnessione condivisa può restituire spazio mentale e tempo relazionale. Quando non siamo continuamente disponibili a essere interrotti, l’attenzione torna a essere una scelta. Le conversazioni possono durare più a lungo, diventare più profonde e lasciare qualcosa in più. E anche il silenzio smette di essere automaticamente uno spazio vuoto da riempire controllando lo schermo.

Ma c’è un punto ancora più importante, almeno per me. Non basta togliere qualcosa. Bisogna anche mettere qualcosa al suo posto. Togliere il telefono a una ragazza, a un ragazzo senza offrirgli alternative significa semplicemente togliergli uno strumento. Creare un luogo nel quale possa incontrare altre persone, partecipare senza sentirsi giudicato, condividere un interesse o semplicemente stare accanto a qualcuno è un’altra cosa.

Non abbiamo soltanto tolto uno schermo. Abbiamo creato un’alternativa. È qui che il fenomeno degli Offline Club diventa una domanda anche per le nostre città. Parliamo spesso di giovani e smartphone. Ci preoccupiamo dell’isolamento e della solitudine. Poi, però, dovremmo chiederci: che cosa trovano fuori dallo schermo quando decidono di uscire?

Non basta dire ai giovani di spegnere il telefono. Bisogna chiedersi dove possono andare, con chi possono stare, che cosa possono fare. E se quei luoghi sono pensati anche per chi non ha già un gruppo di amici, non pratica uno sport o non possiede una particolare abilità.

Una città può essere piena di attività e continuare a essere difficile da abitare per chi è solo. Può organizzare decine di eventi e lasciare comunque fuori chi non sa con chi andarci.È questo il principio più interessante degli Offline Club: creare occasioni nelle quali incontrarsi non richieda necessariamente una prestazione. Non bisogna essere bravi a ballare, essere sportivi o avere già degli amici. Si può arrivare, sedersi, leggere un libro, giocare a carte, fare un gioco da tavolo, di società, ascoltare qualcuno o iniziare una conversazione. Sembra poco. Non lo è.

Su questo punto mi sembra particolarmente interessante la riflessione di Enrico Galiano, insegnante e scrittore che da anni si occupa, attraverso il suo lavoro e il confronto pubblico, di scuola, adolescenti ed educazione. Parlando dei divieti sull’uso dello smartphone, Galiano ha sostenuto che il limite può avere una sua utilità, ma che il divieto da solo non basta: la scuola dovrebbe essere anche il luogo nel quale ragazzi e ragazze imparano a conoscere insieme potenzialità e pericoli di quel mondo. È una distinzione importante anche fuori dalla scuola.

Non possiamo pensare di educare semplicemente proibendo. Bisogna aiutare a comprendere ciò che accade dietro lo schermo, perché certi strumenti catturano la nostra attenzione e quale rapporto vogliamo avere con loro. Ma Galiano richiama indirettamente anche una responsabilità che riguarda tutti gli adulti. Non possiamo chiedere ai ragazzi di staccarsi da uno schermo mentre noi continuiamo a guardarne uno. Non possiamo trasformare l’educazione digitale in un elenco di regole rivolte ai giovani e considerarci esterni al problema. Il rapporto con la tecnologia è una questione educativa che riguarda genitori, insegnanti, associazioni, istituzioni. Riguarda il modo in cui noi adulti usiamo il telefono davanti ai ragazzi e il tipo di esempio che, consapevolmente o meno, offriamo loro.

Per questo una città come Civitanova potrebbe provare a sperimentare, senza enfasi e senza trasformare tutto nell’ennesimo progetto, qualche spazio o appuntamento pensato semplicemente per stare insieme in modo diverso.

Un pomeriggio o una serata. In una biblioteca, in uno spazio culturale, in un’associazione, in un locale disponibile (!) o anche all’aperto. Telefoni messi da parte non come punizione, ma come regola condivisa per qualche ora. Libri, giochi, musica, conversazioni. E soprattutto la possibilità di arrivare anche da soli. Non sarebbe una soluzione alla solitudine. E sarebbe ingenuo pensare che basti spegnere uno smartphone per costruire relazioni profonde.

Ma le relazioni hanno bisogno di tempo, di luoghi e di occasioni. Una comunità può provare almeno a creare queste condizioni. A volte la risposta all’iperconnessione non deve essere necessariamente un’altra applicazione, un’altra piattaforma o un’altra campagna digitale. Può essere una stanza. Qualche tavolo. Persone che non si conoscono. Due ore di tempo. E la possibilità di scoprire che, quando il telefono smette per un attimo di occupare ogni spazio vuoto, quel vuoto non rimane necessariamente vuoto. Può diventare una conversazione. Può diventare un incontro. Può diventare l’inizio di una relazione.

L’offline, in fondo, non è il contrario dell’online. Può esserne la pausa necessaria.

Gli Offline Club non ci stanno dicendo che il digitale è il nemico, va ribadito ancora. Ci stanno ricordando qualcosa di più semplice: non basta essere connessi per sentirsi in relazione.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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1 commento

  1. B.Gates permetteva ai propri figli adolescenti di stare al PC per 20-30′ al giorno.
    I patron di TV non lasciano vedere la TV ai propri figli fino oltre 14-15 anni.
    CSI trasmette casi di serial killer, con tanto di approfondimenti video, alle 20.00 della sera, e Criminal Files di pomeriggio.. I ragazzi quasi sempre sono soli, prima a casa poi con lo smartphone.
    Il problema è “strutturale”, ciò che viene visto in TV viene replicato sui social. Chi ha problemi, anche leggeri, subisce la moltiplicazione degli effetti negativi, chi non li ha (?) ci si perde..
    Impossibile far finta di nulla.
    E.L. Consulente Digital Forensic e socio RED

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