sabato, 12 Settembre 2026
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Chi aspettiamo?

Ogni tanto ci convinciamo che il cambiamento arriverà da qualche parte. Da una nuova legge. Da un’amministrazione migliore. Da una scuola più efficace. Da un progetto innovativo. Da qualcuno che, finalmente, farà ciò che andrebbe fatto. Altre volte, invece, facciamo un passo ancora più pericoloso: smettiamo perfino di aspettarlo. Ci rifugiamo nel cinismo. Ripetiamo che “non cambierà mai niente“, che “sono tutti uguali“, che “non vale la pena impegnarsi“. È una frase che sembra descrivere la realtà. In realtà, spesso contribuisce a generarla, crearla, la realtà.

Quando il cambiamento viene sempre immaginato come qualcosa che devono realizzare gli altri, finiamo inevitabilmente per trasformarci in spettatori passivi. E così aspettiamo una città più pulita, mentre lasciamo un rifiuto fuori posto. Aspettiamo quartieri più curati, mentre consideriamo il bene pubblico come se appartenesse sempre a qualcun altro. Aspettiamo giovani più rispettosi, dimenticando che ogni adulto, con il proprio comportamento, sta già insegnando qualcosa. Aspettiamo cittadini più civili, continuando però a vivere come semplici utenti della città, anziché come membri “attivi” di una comunità.

Il paradosso è tutto qui: mentre attendiamo che qualcuno cambi la comunità, la città, rinunciamo, spesso senza accorgercene, a cambiare quella piccola parte di città che dipende già da noi. È questa la delega più silenziosa. E forse anche la più pericolosa.

L’economista francese Timothée Parrique parla di quella che definisce “pedagogia dei miracoli”È l’idea, molto diffusa nelle nostre società, che i problemi collettivi possano essere risolti da un intervento esterno, da una tecnologia, da una riforma, da un leader, senza modificare il nostro modo di vivere, di consumare, di abitare il mondo. È una riflessione che nasce parlando di ambiente e di sostenibilità, ma che riguarda molto più di questo.

Riguarda il modo in cui concepiamo la cittadinanza. Perché una città, una comunità, non cambia soltanto quando cambia chi la governa. Cambia quando cambiano i comportamenti quotidiani di chi la abita. Nessuna amministrazione potrà mai compensare l’assenza di senso civico. Nessuna ordinanza sostituirà l’educazione. Nessun regolamento potrà creare fiducia se le persone continuano a considerarsi estranee le une alle altre.

Esistono gesti che sembrano minuscoli e che, invece, hanno un enorme valore educativo.

Rispettare una fila. Salutare chi incontriamo. Rallentare davanti a un attraversamento pedonale. Raccogliere un rifiuto anche se non è il nostro. Fare correttamente la raccolta differenziata. Utilizzare l’automobile quando serve davvero e scegliere, quando possibile, di camminare o usare la bicicletta. Prendersi cura di un’aiuola, di spazi di città prossimi alla nostra proprietà privata. Entrare in biblioteca, stimolare ad entrare in biblioteca. Partecipare alla vita di un’associazione. Fermarsi a parlare con un vicino. Accompagnare una ragazza,  un ragazzo a un’iniziativa culturale invece che limitarsi a lamentarsi del fatto che “i giovani non hanno più interessi”. Una lista piuttosto parziale delle “buone azioni di cittadinanza attiva”.

Nessuno di questi gesti cambierà il mondo da solo. Ma tutti insieme cambiano il clima morale di una comunità, la cultura collettiva. Per anni abbiamo pensato che educare fosse soprattutto compito della famiglia e della scuola. Lo sono, certamente. E restano insostituibili. Ma oggi sappiamo che educa anche una città, questa benedetta comunità.

Educano i suoi spazi. Educano le sue regole. Educano gli esempi che offre. Educano gli adulti che la abitano. Ogni comportamento osservato da un bambino o da un adolescente diventa una lezione silenziosa. Se vede un adulto parcheggiare sulle strisce, impara che l’interesse personale può venire prima del bene comune. Se vede qualcuno insultare chi la pensa diversamente, impara che il conflitto vale più del dialogo. Se vede una persona prendersi cura di ciò che è di tutti, scopre invece che il bene comune esiste davvero.

È questa la differenza tra una comunità che aspetta e una comunità che costruisce. La prima delega. La seconda partecipa. La prima chiede continuamente cosa faranno gli altri. La seconda si domanda quale responsabilità le appartenga.

Per questo forse dovremmo smettere di chiederci soltanto che cosa farà la politica e iniziare a domandarci che cosa faremo noi. Ma la domanda vale anche al contrario: che cosa farà la politica perché i cittadini possano sentirsi davvero parte della comunità?

Perché una città più pulita, più sicura, più giusta, più verde, più accogliente e più capace di educare non nasce soltanto dalle decisioni delle istituzioni. Nasce dall’incontro tra cittadini responsabili e istituzioni altrettanto responsabili.

E qui la politica ha una responsabilità che va oltre la capacità di amministrare. Ha una responsabilità morale ed educativa. Non perché debba insegnare ai cittadini come comportarsi, ma perché chi governa una comunità costruisce, attraverso le proprie parole, le proprie scelte e soprattutto i propri comportamenti, un esempio pubblico.

Il modo in cui un amministratore tratta chi dissente. Il modo in cui assegna una risorsa pubblica. Il modo in cui ascolta un’associazione, un quartiere, un cittadino. Il modo in cui rispetta le regole che pretende dagli altri. Il modo in cui affronta un errore, riconosce un limite o mantiene una promessa. Anche tutto questo è politica.

La qualità di una comunità dipende anche dalla qualità dell’esempio che le sue istituzioni offrono.

Una politica che alimenta continuamente contrapposizioni, personalizzazioni e sospetti può forse ottenere consenso, ma difficilmente costruisce comunità. Al contrario, una politica capace di riconoscere l’avversario, ascoltare il dissenso, rendere trasparenti le proprie decisioni, motivare le proprie scelte e mettere l’interesse generale davanti alla convenienza del momento contribuisce a costruire un diverso clima civile.

Per questo non basta chiedere alla politica di “risolvere i problemi”. Dobbiamo chiederle quale idea di cittadino e di comunità vuole contribuire a costruire.

Una città può incentivare l’incontro oppure l’isolamento; la mobilità sostenibile oppure la dipendenza dall’automobile; la cura del bene comune oppure l’indifferenza; la partecipazione oppure la delega. Ma può anche favorire fiducia o diffidenza, responsabilità o deresponsabilizzazione, dialogo o conflitto permanente.

Anche questa è una scelta politica. E, in fondo, anche questa è un’azione educativa.

Ma nessuna amministrazione, per quanto competente e corretta, può costruire da sola la comunità che desideriamo. Può creare condizioni valorose (troppo poco diffuse), aprire spazi, rendere accessibili opportunità, stabilire regole giuste e rispettarle per prima. Può dare l’esempio. Può chiamare i cittadini alla responsabilità invece di considerarli soltanto destinatari di servizi.

Poi, però, la città siamo noi. E allora, quale politica vogliamo essere capaci di costruire e quale comunità vogliamo diventare insieme?

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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