domenica, 7 Giugno 2026
Clinica Lab
Clinica Lab
HomeApprofondimentoCrescere oggi: la voce di un adolescente che vale la pena ascoltare

Crescere oggi: la voce di un adolescente che vale la pena ascoltare

Con Eugenio non abbiamo fatto un’intervista nel senso classico del termine. Abbiamo fatto una chiacchierata. Di quelle che si fanno quando si decide di fermarsi davvero ad ascoltare.

Eugenio Coppari è appunto un adolescente, uno studente del secondo anno del liceo delle Scienze Umane Stella Maris di Civitanova, un ragazzo dai molti interessi: scuola, sport, volontariato, una forte attenzione alla dimensione amicale e comunitaria. La sua voce, come quella di molti altri ragazzi, mostra quanto l’adolescenza appaia diversa quando trova adulti disposti ad ascoltare davvero: meno superficiale, meno distante, più profonda e consapevole di quanto spesso immaginiamo.

Le domande che gli ho posto non cercano risposte giuste. Cercano delle altre prospettive. Eugenio non parla a nome di tutti gli adolescenti, ma parla da adolescente. Ed è proprio questo che rende le sue parole preziose per il mondo adulto: perché ci restituiscono emozioni, fatiche, desideri e bisogni che spesso osserviamo da lontano, interpretandoli più che ascoltandoli.

Quella che segue è una conversazione che chiede una cosa semplice e insieme difficile: rallentare, leggere senza difendersi, accettare di imparare qualcosa.

Partiamo da te. Se dovessi raccontarti a qualcuno che non ti conosce, da dove inizieresti?

Credo partirei da quello che sono stato e da quello che sono ora. Racconterei cosa faccio nella vita, i miei hobby, le passioni che mi accompagnano ogni giorno. Ma non mi fermerei lì. Dedicherei anche uno spazio alle mie delusioni, ai momenti più bui, a quei sentimenti che spesso non si vedono. Non serve conoscere tutto di una persona per capirla, ma conoscere almeno una piccola parte della sua zona d’ombra sì. Aiuta a fare meno errori, a non giudicare troppo in fretta.

Mi colpisce molto quest’ultimo aspetto di quello che hai detto. In questo momento della tua vita, c’è qualcosa che senti davvero al centro?

Forse la scuola. Dico “forse” perché non ne sono del tutto sicuro. Questa è un’età piena di incertezze, di delusioni, di incomprensioni. A volte ho la sensazione che tutto mi stia a cuore e niente allo stesso tempo. È strano da spiegare, ma credo faccia parte del crescere.

Quello che racconti è una sensazione che attraversa molti della tua età ed è una parte naturale e importante del crescere. C’è qualcosa che senti che gli adulti faticano a capire di voi ragazzi?

Le emozioni. Quanto possono essere intense. Se, per esempio, va male un compito in una materia a cui tengo davvero, ci resto molto male. E quando i miei insistono solo sul risultato, come se non vedessero quanto per me quella cosa conta, mi fa arrabbiare. Non perché non accetti l’errore, ma perché vorrei che venisse riconosciuto l’impegno e l’importanza che quella materia ha per me.

Quando ti capita di sentire che quello che stai facendo ha davvero senso per te?

Quando sono impegnato nelle mie passioni. Nei miei lavori. Quando vedo il risultato. Aiutare qualcuno durante un turno in Croce Verde (svolgo attività di volontariato lì), arbitrare una partita di calcio che è andata bene, giocare a tennis — vincere o perdere non importa. Quello che conta è sapere di aver fatto il massimo. È per questo che, almeno per ora, non smetterò.

Che ruolo ha lo sport nella tua vita?

Per me lo sport è una delle cose più belle che possano capitare. Mi rende una persona migliore, fisicamente e mentalmente. Dopo una partita torno a casa, accendo la musica e mi rilasso: so che lo sport mi ha aiutato a superare una, due, tre difficoltà. Se ami qualcosa, la devi portare avanti. Anche quando è difficile. Saltare l’ostacolo e continuare verso una meta che, in realtà, non finisce mai.

Se un giorno dovessi smettere?

Perderei tanto. Il lavoro fisico costruito negli anni, ma soprattutto un equilibrio. Io non riesco a non fare nulla. E credo che solo lo sport riesca davvero ad aiutarmi così tanto.

Che cos’è, per te, un’amicizia vera oggi?

Un vero amico sa come ti senti, anche senza troppe parole. Sa quali sono i suoi limiti con me, cosa mi piace e cosa no. Sa come non mettermi a disagio, soprattutto davanti agli altri. Non è scontato. Vedo ragazzi che fanno fare figure terribili agli amici, e per me quella non è amicizia.

Ti senti più te stesso con gli altri o quando sei solo?

Entrambi. Amo uscire con gli amici, parlare, camminare, condividere. Con alcuni posso essere davvero tranquillo. Ma anche stare da solo mi serve. In quei momenti penso a me, a cosa posso migliorare, a cosa mi piace davvero della vita.

È facile parlare delle cose che contano tra coetanei?

Per me sì, almeno con le persone giuste. Faccio più fatica con le ragazze, per paura di essere giudicato nel modo sbagliato. Ma non mi vergogno di parlare di cose profonde.

E i social?

Li uso da circa due anni, ma non mi hanno cambiato la vita. Scrollo, guardo video per curiosità, ma non mi confronto con modelli o influencer. Me ne frego, sinceramente.

C’è una difficoltà tipica della tua età che senti poco riconosciuta dagli adulti?

Lo stress emotivo. Io lo mostro poco, ma è forte. Non chiedo aiuto, voglio fare tutto da solo. E quando ho bisogno di tempo per riprendermi, spesso viene scambiato per semplice stanchezza. Ma è molto di più: scuola, sport, volontariato in Croce Verde… tutto bellissimo, ma anche molto impegnativo.

Dove senti più pressione oggi?

A scuola. La stanchezza si sente, i voti salgono e scendono, la concentrazione cala. E ora non posso permettermelo, con il secondo quadrimestre davanti.

Quando stai male, cosa ti aiuta davvero?

Stare in pace. La musica, la tv. Silenzio. Tempo.

Secondo te è facile chiedere aiuto?

No. È difficile. Il giudizio ammazza l’anima. Ti blocca anche nel dire una frase semplice come “per favore aiutami”. Eppure chiedere aiuto è segno di grande intelligenza. Anche se non sempre lo si riesce a fare.

Che rapporto hai con la scuola, al di là dei voti?

Mi è sempre piaciuto studiare. Da piccolo passavo ore sui libri. Ora continuo, anche se con più fatica. Il mio sogno è Medicina.

C’è stato un insegnante che ti ha fatto sentire visto?

Sì. Una professoressa di diritto. Non perché ho difficoltà, ma perché mi capisce. Sa leggere come sto, se sono stanco. La stimo molto. Non so se incontrerò ancora qualcuno così.

Se potessi dire una cosa agli insegnanti senza conseguenze?

Cari professori, siamo stanchi. Forse è davvero il momento di una pausa.” Lo direi sul serio.

Come immagini una scuola in cui si impara davvero?

Con libri e tecnologia insieme. La tecnologia può aiutare, se usata bene. Non per copiare, ma per scoprire, fare cose nuove. Senza perdere il valore di aprire un libro e leggere.

E uno sport sano?

Quello che educa al rispetto, al divertimento, alla lealtà. Non quello in cui un allenatore urla o bestemmia contro venti adolescenti. Quello non fa crescere nessuno.

Quando pensi al futuro, cosa senti?

Paura. Medicina, studi pesanti, il soccorso come volontario… a volte temo di non esserne all’altezza.

C’è qualcosa che speri di non perdere crescendo?

La pazienza. E la costanza nel fare ciò che amo.

Cosa vorresti che gli adulti capissero di più di voi?

Che abbiamo bisogno di scoprire da soli. Non di qualcuno sempre dietro. E che non servono ramanzine su ogni cosa.

Che adulti vi servirebbero davvero?

Adulti che proteggono, ma non bloccano. Non barriere. Paracadute. Che rendono l’impatto con la vita un po’ meno duro, senza impedirci di viverla.

Ringraziare Eugenio non è un atto formale. È un gesto dovuto per il modo in cui ha scelto di esporsi: con sincerità, misura, profondità. Senza cercare approvazione, senza compiacere l’adulto, ma restando fedele a ciò che sente e pensa.

Dalla sua intervista emergono alcuni fili forti: il peso dello stress emotivo spesso invisibile, il bisogno di essere riconosciuti nelle emozioni prima che nelle prestazioni, il valore dello sport e delle relazioni come spazi di equilibrio, e soprattutto un’immagine dell’adulto non come controllore, ma come paracadute. Presente, affidabile, capace di proteggere senza bloccare.

Ascoltare non è concordare, ma praticare ciò che spesso ci sfugge: mettersi in ascolto senza pregiudizi.

Grazie Eugenio, per averci consegnato un pezzo del tuo sguardo. Sta a noi, adulti, farne qualcosa di buono.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

Realmente Info
Realmente Info
Realmente è uno spazio di riflessione sul mondo reale. Offriamo analisi critiche e punti di vista alternativi per comprendere meglio l’attualità e il nostro tempo.
TI POTREBBE INTERESSARE...

2 Commenti

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

- Advertisment -
Google search engine
Google search engine

I più letti

Approfondimento

“Poche parole, ma buone”: quando l’ascolto diventa educazione

Elisabetta Cesari è psicologa e psicoterapeuta. Lavora da vicino con il mondo dell’adolescenza e coordina “Poche parole ma buone”, un ciclo di incontri pensati...