sabato, 12 Settembre 2026
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Il social non è il luogo della verità

Imbattersi in una notizia non significa essere informati.Sembra una banalità, ma nellepoca dei social non lo è affatto. Siamo continuamente esposti a notizie, immagini, video, opinioni e commenti. Li incontriamo scorrendo lo schermo di un computer o di un telefono e spesso reagiamo prima ancora di averli letti davvero. Ma imbattersi in uninformazione non significa necessariamente conoscerla a fondo, essere ben informati o adeguatamente documentati. Ed è proprio questa differenza che dovremmo imparare a riconoscere.

E i dati raccontano una trasformazione ormai strutturale. Nel Digital News Report 2026 del Reuters Institute, per la prima volta social media e piattaforme video hanno superato i siti e le app delle testate giornalistiche come principale porta daccesso alle notizie: li utilizza il 54% degli intervistati nei 48 Paesi analizzati, contro il 51% che accede direttamente ai siti e alle app dei media. Ma è tra i più giovani che il cambiamento appare ancora più netto. Tra i 18 e i 24 anni, il 52% indica social, piattaforme video e chatbot di IA come principale modo di informarsi: una percentuale superiore di 32 punti rispetto alla seconda modalità di accesso alle notizie, indicata dal 20% degli intervistati. Non stiamo quindi parlando semplicemente di giovani che usano molto i social. Stiamo parlando di una generazione che sempre più spesso incontra le notizie lì, prima che altrove.

Dunque il problema non è più stabilire se i social siano strumenti di informazione. Lo sono già. La domanda è unaltra: che tipo di cittadini diventiamo quando il nostro primo incontro con una notizia avviene dentro un ambiente costruito soprattutto per catturare la nostra attenzione?

Perché una notizia falsa può essere condivisa, certo. Ma anche una notizia vera può essere utilizzata male. Possiamo semplificarla, decontestualizzarla, usarla per attaccare qualcuno oppure commentarla senza averla davvero letta. Possiamo trasformare un fatto in un giudizio, un giudizio in una condanna e una condanna in un attacco personale. Il problema, quindi, non è soltanto la fake news. È il nostro – ahimè rapporto con la notizia.

E qui entra in gioco un elemento che spesso sottovalutiamo: il clic non è neutrale. Ogni interazione può contribuire a determinare ciò che vedremo dopo. Un contenuto che ci fa arrabbiare può generare commenti; i commenti possono aumentarne la circolazione; più circola, più persone lo vedono e più reazioni può generare.

Non significa che gli algoritmi mostrino necessariamente ciò che è falso o aggressivo. Sarebbe una semplificazione. Significa che le piattaforme sono costruite intorno allattenzione e allinterazione. La verità, invece, ricordiamolo, non si misura con i like. Quando commentiamo, condividiamo o rilanciamo qualcosa, partecipiamo consapevolmente o meno al suo percorso. Non siamo semplicemente dentro il social. Siamo parte del suo funzionamento.

Ma proprio qui è necessario fare una distinzione: i social non sono tutti uguali.

Un video di pochi secondi su TikTok, una fotografia su Instagram, un post su Facebook, un video di quaranta minuti su YouTube, un messaggio su WhatsApp o una segnalazione su X non sono la stessa cosa. Hanno tempi, linguaggi, pubblico e possibilità differenti.

YouTube, per esempio, merita una considerazione diversa. Sempre il Digital News Report 2026 mostra che, tra chi lo utilizza per le notizie, il 23% guarda ogni settimana video informativi superiori ai 20 minuti e il 35% video tra 6 e 20 minuti. Tra i 18-24enni che guardano notizie su YouTube, il 52% consuma ogni settimana video superiori ai cinque minuti. Questo significa che lo stesso strumento può essere usato per perdere tempo o per dedicare tempo a capire.

Su YouTube si trovano intrattenimento e disinformazione, certamente. Ma anche lezioni, documentari, divulgazione scientifica, spiegazioni storiche, tutorial e approfondimenti. Non è dunque il mezzo, da solo, a determinare il valore di ciò che incontriamo. Conta anche ciò che cerchiamo, ciò che sappiamo riconoscere e ciò che decidiamo di approfondire.

C’è poi una seconda faccia che sarebbe sbagliato dimenticare. I social hanno permesso a cittadini, associazioni, testimoni e comunità di documentare fatti, denunciare problemi e raccontare situazioni che difficilmente avrebbero trovato spazio nei media tradizionali.

Un video girato da un cittadino può portare allattenzione pubblica un abuso. Una testimonianza può far emergere una storia ignorata. Una piccola associazione può raggiungere migliaia di persone senza avere una redazione o un ufficio stampa.

È una forma di disintermediazione che può avere un grande valore democratico.

Ma proprio perché tutti possono parlare, non tutto ciò che viene pubblicato ha lo stesso valore. La possibilità di parlare è democratica. Lautorevolezza, invece, va costruita.

Il problema emerge quando popolarità e autorevolezza diventano sinonimi. Nel 2026 ancora il Reuters Institute rileva che il 27% del campione globale riceve ogni settimana informazioni da news creator. Gli utenti li considerano spesso più comprensibili e coinvolgenti dei media tradizionali, ma anche meno affidabili e imparziali.

Il problema, quindi, non è che un creator parli di attualità. Il problema nasce quando popolarità e autorevolezza diventano la stessa cosa. Avere milioni di follower non significa avere competenza su ciò di cui si parla.

E qui arriviamo a unaltra distinzione fondamentale: saper usare i social non significa saper valutare le informazioni.

Nel 2024 UNESCO ha rilevato, attraverso unindagine internazionale sui creator digitali, che il 62% non effettua un fact-checking rigoroso e sistematico prima di condividere informazioni. È un dato che dovrebbe farci riflettere, perché competenza digitale e competenza informativa non sono la stessa cosa. Saper usare TikTok non significa saper valutare una fonte. Saper montare un video non significa saper verificare unaffermazione. Avere milioni di visualizzazioni non significa essere autorevoli.

Ed è qui che il discorso diventa soprattutto educativo. Non perché gli adolescenti siano necessariamente più ingenui degli adulti. Ma perché, se i social sono ormai uno dei principali ambienti nei quali le nuove generazioni incontrano informazioni, persone e idee, dobbiamo insegnare loro una competenza semplice e difficile insieme: fermarsi.

Chiedersi: chi lo dice? Da dove arriva? È un fatto o unopinione? Qual è la fonte? Il titolo corrisponde al contenuto? Ci sono altre fonti autorevoli? Perché questa notizia mi fa arrabbiare? E soprattutto: devo necessariamente commentare?

Forse questa è una delle competenze digitali più sottovalutate. Abbiamo insegnato ai nostri  figli a esprimersi, speriamo. Dovremmo insegnare loro anche quando è meglio non farlo.

Non ogni notizia richiede unopinione. Non ogni opinione richiede un commento. Non ogni commento merita una risposta. Non ogni provocazione merita una conversazione.

Questa non è censura. È autocontrollo. È educazione. È cittadinanza. La libertà di parola non significa avere lobbligo di parlare continuamente.

E qui arriviamo, forse, al punto centrale. Dovremmo smettere di pretendere dai social ciò che non sono progettati per offrire. Il social è molto efficace per farci scoprire una notizia, un tema, una storia, una persona, una domanda. È molto meno adatto a diventare, da solo, il luogo nel quale quella domanda viene approfondita.

Il social dovrebbe essere la porta dingresso, non unabiblioteca, la nostra biblioteca.

Il problema nasce quando ci fermiamo sulla soglia. Quando leggiamo il titolo e non larticolo. Quando guardiamo il video e non cerchiamo la fonte. Quando leggiamo dieci commenti e pensiamo di aver approfondito un tema. Quando la ripetizione di cento contenuti ci sembra conoscenza.

È qui che dovrebbe cambiare anche il modo di parlare di educazione digitale. Non basta dire ai ragazzi: Non credere a tutto quello che vedi online. E non basta nemmeno: Usa meno il telefono.

Dobbiamo educare alla qualità del rapporto con linformazione: distinguere, verificare, tollerare il dubbio, cambiare idea, discutere senza aggredire. E capire che un like, un commento e una condivisione non sono gesti privati. Contribuiscono a costruire lambiente informativo nel quale viviamo tutti.

La Media and Information Literacy indicata da UNESCO va esattamente in questa direzione: non soltanto saper utilizzare gli strumenti digitali, ma saper valutare le informazioni e partecipare responsabilmente allambiente informativo.

Per questo non dobbiamo insegnare ai ragazzi a diffidare di Internet. Dobbiamo insegnare loro a fidarsi meglio. Della fonte giusta. Del metodo. Della verifica. Del dubbio. Della competenza. E anche della possibilità di dire: Non lo so.Perché il problema non è che i ragazzi siano sui social. Il problema è che possano fermarsi ai social.

Non credere prima di verificare. Non reagire prima di comprendere. Non condividere prima di leggere. Non giudicare prima di conoscere. Non attaccare prima di ascoltare. E soprattutto: non confondere ciò che lalgoritmo ci fa vedere con ciò che abbiamo davvero scelto di conoscere.

Ma c’è un piccolo ultimo ma non ultimo problema: per educare i nostri figli ai social dovremmo prima educare noi stessi. Perché non sono soltanto i giovani ad avere bisogno di una buona educazione digitale. A giudicare da certi commenti, certi adulti avrebbero semplicemente bisogno di ripetere lanno. Di andare a ripetizioni.

Andrea Fogliagenitore impegnato, voce libera per i giovani.

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