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Vivere nella società della performance

Quando anche il modo di vivere rischia di diventare una prestazione

È la riflessione che attraversa “La società della performance. Come uscire dalla caverna”, il libro di Andrea Colamedici e Maura Gancitano, e che trovo particolarmente interessante: che cosa accade quando non ci basta più essere, ma sentiamo continuamente il bisogno di dimostrare chi siamo, quanto valiamo, quanto siamo capaci, felici, desiderabili, produttivi?

La questione, naturalmente, va ben oltre i social network. Riguarda una cultura nella quale la nostra vita rischia di trasformarsi in una continua prova di valore.

È una domanda che negli ultimi anni ho incontrato spesso nel lavoro del Tavolo Tecnico Permanente Interistituzionale per la Promozione della Salute e del Ben-Essere delle Nuove Generazioni di Civitanova Marche, che coordino, e che ho avuto modo di approfondire anche attraverso l’esperienza, per me particolarmente arricchente, all’interno di RED – Rete Educazione Digitale APS.

Due esperienze diverse, ma profondamente complementari, che mi hanno permesso di ascoltare e mettere a confronto punti di vista differenti: professionisti, educatori, insegnanti, genitori, operatori, associazioni e, soprattutto, giovani.

È anche attraverso questi incontri che ho imparato a guardare il rapporto tra giovani, tecnologia, relazioni e benessere non come una semplice questione di utilizzo degli strumenti digitali, ma come una questione più ampia, culturale ed educativa.

Ed è proprio qui che il libro di Colamedici e Gancitano incontra molte delle domande che abbiamo cercato di porci in questi anni.

La società della performance, secondo gli autori, non riguarda soltanto il lavoro o la ricerca del successo. La sua logica può entrare nella scuola, nello sport, nelle relazioni, nell’immagine del corpo, nel tempo libero e persino nel modo in cui desideriamo.

Siamo continuamente invitati a essere visibili, efficienti, interessanti, aggiornati. A raccontare ciò che facciamo, a trasformare esperienze e passioni in qualcosa da mostrare, condividere, misurare.

Il rischio è che la nostra identità finisca per assomigliare a un curriculum permanente: qualcosa che dobbiamo continuamente aggiornare per ottenere attenzione, approvazione e riconoscimento.

E allora il problema non è più soltanto quanto facciamo, ma quanto sentiamo di valere in relazione a ciò che facciamo.

Il rendimento rischia di confondersi con la persona. La popolarità con il valore. L’esibizione con l’espressione. È qui che diventa interessante la metafora della caverna di Platone, ripresa dagli autori.

Come i prigionieri della caverna possono scambiare le ombre per la realtà, anche noi possiamo finire per prendere per realtà ciò che vediamo continuamente rappresentato davanti ai nostri occhi: immagini, profili, corpi, stili di vita, modelli di successo, opinioni, esperienze apparentemente perfette.

Il problema non è soltanto che quelle immagini siano costruite. È che possiamo arrivare a misurare noi stessi attraverso di esse. E questo riguarda in modo particolare le nuove generazioni, che crescono in un ambiente nel quale confronto, giudizio e visibilità possono essere pressoché permanenti.

Ma sarebbe troppo semplice attribuire tutto alla tecnologia. Non è un problema di smartphone. Di telefonino, di social. È un problema culturale.

Gli strumenti digitali amplificano una logica che esiste anche fuori dallo schermo: quella che ci porta a considerare prezioso ciò che produce risultato, consenso, visibilità; e a guardare con sospetto ciò che appare improduttivo, lento, incerto o inutile.

È una logica che può insinuarsi molto presto nella vita di una persona. Nello studio: devo essere bravo. Nello sport: devo essere all’altezza. Nel corpo: devo piacere. Nelle relazioni: devo essere desiderabile. Nel lavoro: devo dimostrare quanto valgo. Anche nel tempo libero: devo fare qualcosa che abbia un senso, che produca un’esperienza, magari che possa essere raccontata. Persino il riposo rischia di diventare una prestazione.

Per questo una delle questioni più interessanti poste dagli autori riguarda la possibilità di recuperare spazi nei quali non sia necessario dimostrare nulla.

Il silenzio. La noia. L’attesa. L’errore. Il tempo non produttivo. La possibilità di cambiare idea. Le relazioni nelle quali non dobbiamo continuamente presentarci nella nostra versione migliore. Non sono perdite di tempo. Possono essere spazi nei quali torniamo a distinguere ciò che siamo da ciò che facciamo.

Anche la riflessione sulla meritocrazia va letta dentro questo quadro. Impegnarsi, studiare, lavorare, acquisire competenze e assumersi responsabilità è importante. Ma non possiamo ignorare che le persone partono da condizioni differenti e che il risultato non dipende esclusivamente dall’impegno individuale.

Quando trasformiamo ogni successo in una prova di merito e ogni insuccesso in una responsabilità personale, rischiamo di trasformare una società complessa in una somma di individui chiamati continuamente a dimostrare di essere all’altezza.

E chi non ce la fa? Può finire per pensare di essere lui il problema. È anche così che la performance può trasformarsi in solitudine.

Uscire dalla caverna significa allora mettere in discussione una cultura nella quale dobbiamo continuamente dimostrare di essere all’altezza. E per farlo non basta educare i giovani a usare meglio i social. Così come non basta insegnare loro a essere più produttivi, più competitivi o più performanti. Dobbiamo offrire loro anche la possibilità di essere in costruzione. Di sbagliare. Di cambiare idea. Di non sapere. Di fermarsi. Di cercare. Di perdere tempo. Di fare qualcosa senza doverlo trasformare in un risultato. Ma questo richiede adulti capaci di fare altrettanto.

Non possiamo chiedere ai giovani di sottrarsi alla società della performance mentre continuiamo a mostrarci come persone che devono sempre funzionare, riuscire, produrre e avere una risposta pronta.

La prevenzione, quando parliamo di benessere delle nuove generazioni, passa anche da qui: dalle condizioni culturali nelle quali cresciamo. Da una cultura nella quale una persona non coincida con il proprio rendimento. Nella quale non tutto ciò che conta debba essere mostrato, non tutto ciò che vale debba essere misurato, non tutto ciò che facciamo debba servire a dimostrare qualcosa.

Forse è proprio questo uno dei significati più concreti dell’uscita dalla caverna: tornare a scegliere che cosa merita davvero la nostra attenzione e quale valore vogliamo attribuire alla nostra vita.

Non è poco. Perché in una società che ci chiede continuamente di dimostrare chi siamo, tornare semplicemente a vivere può diventare una piccola, ma importante, forma di libertà.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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