domenica, 10 Maggio 2026
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Tra le faglie della memoria e quelle della ricostruzione

Di Agata Turchetti

Sono trascorsi nove anni da quel brusco risveglio, alle 3.36 di una notte di fine estate che ha cambiato per sempre il nostro tempo a venire.  Mi sono alzata per l’ultima volta da quel mio letto di bambina, nella stanza accanto a quella in cui sono nata, nella casa costruita da mio padre nel piccolo paese alle prese con il problema antico dello spopolamento e dell’abbandono, delle istituzioni ancor prima che dei pochi indomiti abitanti.  Iniziava nel cuore di quella notte la salita angosciosa verso il monte impervio del trenta ottobre quando finalmente la brutalità della natura ha posto fine all’attesa ogni giorno più insopportabile di ciò che l’istinto animale che caratterizza il nostro rapporto con la sopravvivenza ci lasciava intuire fin da quella notte. E finalmente è iniziato il dopo che ingenuamente abbiamo creduto di poter controllare a differenza del mostro di cui conosciamo l’esistenza facendo finta che non esista.  Potrei e vorrei molto raccontare sulla mia personale esperienza della ricostruzione, ma terrò a bada la tentazione per porre invece domande, di certo non solo mie, che da nove anni attendono una risposta.  Anche allo scopo di essere pronti per ciò che, lo sappiamo bene, accadrà ancora.
Perché le SAE, le soluzioni abitative di emergenza, in alcuni comuni non sono state realizzate in ciascuna delle frazioni, analogamente devastate dalle scosse? 
Perché le persone sono state costrette ad abbandonare i propri territori? 
Perché, dopo un breve periodo imposto dall’emergenza, le persone sono state lasciate in alberghi collocati a distanze abissali rispetto alla geografia e all’anima dai luoghi di origine? Cosa pensa la politica delle parole pronunciate da Carlo Doglioni direttore dell’INGV, in occasione dell’inaugurazione della sede locale dell’istituto, presso l’Università di Camerino, nell’autunno 2018: “Costringere le persone ad abbandonare i propri luoghi è un vulnus alla democrazia inaccettabile”? 
Perché si è imposto ai terremotati di ricostruire “com’era, dov’era”, ecomostri compresi? Dov’è finita la lezione di cultura urbanistica che aveva visto promuovere dalle proprie macerie la rinascita di città più moderne, più funzionali e più belle? Palermo, Lisbona, i centri della Val di Noto. Perché si è consentito che interi territori venissero devastati per collocare le casette anche in luoghi ad evidente rischio di dissesto idrogeologico? 
Perché ai tecnici e alle imprese è stato consentito di assumere un numero illimitato di incarichi nella consapevolezza dell’impossibilità di onorarli in tempi ragionevoli? Perché si è consentito alle imprese di subappaltare i lavori senza alcuna responsabilità nella gestione e nel controllo della sicurezza degli operai, della qualità del lavoro svolto, della ragionevolezza dei tempi? 
Perché si è consentito alle imprese di chiedere e ottenere deroghe infinite per la conclusione dei lavori, con il consenso dei proprietari degli immobili cui è stata inflitta, insieme al danno, la beffa? Infatti, se il termine per la conclusione dei lavori non fosse stata prorogato, i proprietari ne sarebbero diventati i responsabili e obbligati a restituire allo Stato l’intero importo del contributo economico concesso. 
Per la ricostruzione sicura di una casa rurale, piano terra e primo piano, sono proprio indispensabili un ingegnere strutturale, un ingegnere per l’impiantistica, un direttore dei lavori, un geologo, un presidente per l’eventuale consorzio, un commercialista, un revisore dei conti? Oltre naturalmente l’impresa esecutrice dei lavori. 
Perché alle imprese, almeno quelle operanti nella regione Marche, è stato consentito di chiedere e ottenere un anticipo pari al trenta per cento dell’intero importo e subito dopo abbandonare impunemente il cantiere? Ancora un danno insieme alla beffa a carico dei terremotati, costretti a sostenere le spese legali per la risoluzione del contratto e la promessa di restituzione di quanto percepito immeritatamente. Dopo aver perso inutilmente due anni, nell’attesa snervante e frustrante di una gru che non sarebbe mai stata installata. 
Perché si è consentito che il costo dei materiali crescesse a dismisura formando una bolla speculativa con ben pochi precedenti?
Altri interrogativi si pongono: quali categorie di lavoratori vengono retribuite in anticipo? A chi è consentito accedere ad un finanziamento per lo svolgimento di un compito e dopo anni di inerzia andarsene senza alcuna sanzione, economica, amministrativa, penale? 
Dopo la morte dei grandi vecchi, dopo un numero imprecisato di suicidi, cresciuti a dismisura nel dopo terremoto, dopo l’esodo inarrestabile dei più giovani, si è proprio convinti che il turismo sia l’unico modo per evitare il funerale che qualcuno già preconizza accompagnato da umana pietà? E i pochi montanari testoni sempre meno nel numero e sempre più nella disillusione cosa riceveranno come obolo per la loro indomita resistenza? Uno sportello bancomat? Un ufficio postale? Una guardia medica? Un edificio scolastico sicuro, bello e colorato? O una SAE senza più abitanti per interminabili partite di burraco nell’imminente stagione fredda? Ai giovani sarà data la disponibilità di un luogo vivo che non faccia desiderare unicamente lo sballo in qualche località di mare generosa di cemento e movida? 
Perché le magre risorse disponibili vengono devolute occasionalmente ad interi territori e non si destinano, invece, a provvedimenti economici strutturali a favore del cratere sismico dove piccoli imprenditori arrancano nella quotidiana precarietà e ogni sera chiudono il piccolo esercizio commerciale con il timore di dover usare un giorno o l’altro il lucchetto al posto della chiave su quello che è stato e continua ad essere il probabile sogno di una vita?
Sono gradite risposte sincere anche se faccio mie le parole di Werner Herzog che a proposito del suo libro Il futuro della verità, in uscita questi giorni nelle librerie, commenta: “guardando i fatti non so più dove stia la verità”. 

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