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Educare al rispetto: la prevenzione comincia da piccoli

Educazione e consapevolezza, in famiglia e a scuola, come primi strumenti per fermare la violenza di genere: la visione di Elisa Giusti.

Oggi ho il privilegio di dialogare con Elisa Giusti, Assistente Sociale e Coordinatrice territoriale dei servizi antiviolenza presso IL FARO Società Cooperativa Sociale. Conosco Elisa da tempo e posso testimoniare la competenza, la dedizione e la passione con cui ogni giorno affronta un tema che, purtroppo, continua a riempire le cronache: la violenza di genere. Solo poche ore fa, a Milano, Pamela Genini, 29 anni, modella e imprenditrice, è stata trascinata sul terrazzo e uccisa a coltellate dal compagno, Gianluca Soncin, 52 anni. Un’altra donna, un’altra vita spezzata. In questo scenario di dolore e indignazione, il lavoro di Elisa — e di tante professioniste come lei — assume un significato ancora più profondo: non solo offrire supporto e protezione, ma costruire una società più consapevole, fondata su rispetto, parità e responsabilità reciproca, gli unici veri antidoti alla cultura della violenza.

Elisa, lo so, i numeri non raccontano tutto, ma ci aiutano a capire quanto il problema sia diffuso. Nei servizi che gestisci, come stanno andando le richieste di aiuto? Quante donne vi contattano e quanti bambini e bambine sono coinvolti? Ti sembra che il fenomeno stia crescendo?

Ogni anno il numero di donne che si rivolgono agli sportelli antiviolenza cresce. Lo scorso anno abbiamo accolto più di 300 donne. Anche le richieste di ingresso in Casa Rifugio sono aumentate e la maggior parte di loro sono madri, con figli minorenni e maggiorenni. I contatti sono sempre più frequenti perché oggi le donne sanno che possono chiedere aiuto. Questo non significa che trovino sempre una soluzione alla violenza, ma non sono più sole: c’è una rete di altre donne e di servizi pronti a supportarle. Purtroppo, nonostante la diffusione del fenomeno, ci sono ancora professionisti e professioniste che non sanno leggere la violenza o non vogliono farlo.

Vuoi commentare, a tal proposito la sentenza che ha assolto l’ex di Lucia Regna?

È un caso emblematico e terribile. Lucia è stata mandata in ospedale con 90 giorni di prognosi, il volto fratturato con ventuno placche di titanio e il nervo oculare lesionato in modo permanente. Lei e i figli hanno subito violenza psicologica, fisica ed economica per anni. Nonostante ciò, il giudice ha assolto l’ex-marito con motivazioni assurde: “Lei ha comunicato in maniera brutale la volontà di separarsi”, “Lui va compreso perché vittima di un torto”, “Il suo sentimento è umano e comprensibile”. Questo episodio mostra quanto sia radicata la minimizzazione della violenza nel nostro sistema.

Cosa pensi del ruolo dei media in casi come questo?

Il giornalismo dovrebbe mostrare chi compie questi gesti violenti e chi prende decisioni giudiziarie simili. Oggi le foto delle donne massacrate non suscitano più emozione; ci siamo anestetizzati al dolore altrui, soprattutto se riguarda donne, persone migranti, diversamente abili o persone trans. Sono persone che vivono situazioni di vulnerabilità, non certo di privilegio.

Come spieghi questo atteggiamento della società?

Siamo ancora in un paese dove ciò che succede in casa altrui non interessa. La violenza domestica viene considerata un “affare privato”: “i panni sporchi si lavano in casa propria”. E purtroppo, oggi, la realtà è ancora così.

Elisa, nelle ultime settimane sono stati chiusi il gruppo Facebook “Mia Moglie” e il sito Phica.eu, spazi online sessisti che diffondevano contenuti degradanti sulle donne. Tu che osservi ogni giorno il fenomeno, cosa ti ha colpito di più di queste vicende?

In realtà, purtroppo non mi ha colpito più di tanto. Già conosco quello che gira nelle chat e sui siti. Quello che mi fa arrabbiare è la normalizzazione di certi linguaggi e comportamenti. Spesso sento dire: “Vabbè, non si può più dire niente?” No. Se non hai nulla di intelligente e sensato da dire, è meglio tacere. Oppure: “Ma io che centro? Non sono mica violento”. Non basta più dire “non tutti gli uomini sono così”. Tutti e tutte devono partecipare al cambiamento culturale. Se cresci in un mondo in cui le parole rivolte a una donna sono spesso “fragile”, “puttana”, “stronza”, “piagnona”, “isterica”, “schiava”, “zitta”… con quale idea della donna ti relazionerai? Le immagini hanno lo stesso peso: spesso ritraggono donne mezze nude vicino a oggetti da vendere o impegnate a prendersi cura di qualcuno. Il messaggio è chiaro: o servi a vendere e soddisfare desideri, o servi solo per accudire. Per questo credo molto nel potere del linguaggio e della comunicazione.

Occorre contribuire a creare una cultura del rispetto e della parità, perché i messaggi che riceviamo da giovani restano impressi e influenzano il modo in cui viviamo le relazioni da adulti.

Prima di raccontare cosa fa un Centro antiviolenza, partiamo da qui: che cos’è davvero la violenza di genere?

La violenza di genere non è violenza generica, ma una forma specifica di violazione dei diritti umani e di discriminazione contro le donne. La Convenzione di Istanbul (2011), ratificata in Italia nel 2013, la definisce come ogni atto fondato sul genere che provochi o possa provocare sofferenza fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese minacce, coercizione o limitazioni della libertà. È una violenza strutturale, legata a rapporti di forza storicamente diseguali tra uomini e donne. Per questo va studiata e affrontata con strumenti dedicati, norme specifiche e buone pratiche di una Rete antiviolenza specializzata.

Da dove nascono i Centri antiviolenza?

I CAV affondano le radici nei movimenti delle donne degli anni ’60-’70. Nati come luoghi di libertà e attivismo femminista, erano spazi per uscire da condizionamenti e oppressioni radicate nelle relazioni tra uomini e donne. Oggi, pur mantenendo quello spirito, sono diventati anche servizi pubblici: gratuiti, a tutela dell’anonimato e con l’obiettivo di offrire supporto concreto e informazioni. Non sono ancora garantiti ovunque, ma rappresentano un presidio fondamentale.

Cosa succede concretamente quando una donna entra in un CAV?

Il CAV è supportato dal lavoro di un’équipe di professioniste (psicologhe, educatrici, assistenti sociali, avvocate, mediatrici linguistiche, sociologhe e criminologhe). Non lavoriamo mai da sole. La nostra forza è il fatto di condividere il lavoro tra più operatrici e accompagnare la donna nel suo percorso di empowerment e di consapevolezza. Prima di tutto ascoltiamo e validiamo la sua esperienza, qualunque scelta faccia: allontanarsi o restare nella situazione di violenza. Tutto avviene solo con il suo consenso, nel rispetto della riservatezza e senza giudizio. L’obiettivo non è sostituirsi a lei, ma contrastare la vittimizzazione, rafforzandone le risorse e la capacità di autodeterminarsi. La metodologia si fonda sull’identificazione di genere: una relazione tra donne che permette a chi racconta di intraprendere un percorso di consapevolezza e di libertà.

Quali servizi offrite?

Il CAV è uno spazio pubblico e completamente gratuito. I servizi sono:
Accoglienza e ascolto, supporto psicologico, consulenza legale, gruppi di auto-mutuo aiuto, orientamento lavorativo, percorsi di uscita dalla violenza e protezione. In casi estremi è possibile l’ospitalità in una Casa Rifugio, insieme ai figli, alle figlie: nessuno li porta via, anzi vengono protetti. È importante ribadirlo, perché la minaccia di “perdere i bambini” è spesso usata dall’uomo maltrattante per tenere la donna sotto controllo.

Chi si rivolge a voi, che cosa racconta?

Storie di paura e di umiliazione: uomini che svalorizzano, controllano, isolano; che impongono decisioni economiche, indebitano le compagne, diffondono immagini senza consenso, esercitano violenza fisica o sessuale anche dentro la coppia. Quasi sempre queste violenze avvengono davanti ai figli e alle figlie, che diventano testimoni forzati (violenza assistita).

E nei casi di emergenza?

In emergenza bisogna chiamare il 112, perché i CAV non sono attivi h24 e le operatrici non sono pubblici ufficiali. C’è però il numero nazionale 1522, operativo giorno e notte: dall’altra parte risponde sempre un’operatrice formata, pronta ad ascoltare e indirizzare.

In sintesi, qual è la missione di un CAV?

Restituire dignità, sicurezza e possibilità di scelta. Favorire l’autodeterminazione femminile in ogni suo aspetto. Non imporre soluzioni, ma costruire insieme percorsi rispettosi della donna, delle sue esigenze e del suo tempo. Accompagnarla verso relazioni basate su parità, rispetto e libertà.

Oltre al sostegno per le donne, esiste anche il CUAV, un centro dedicato agli uomini che hanno agito o temono di agire violenza. Quanto è importante lavorare anche su questo fronte?

Il CUAV è uno spazio rivolto a uomini che hanno messo in atto — o temono di mettere in atto — violenza fisica, psicologica, economica, sessuale o di stalking. È importante perché la violenza non è inevitabile: è una scelta, e quindi può essere cambiata.

Qual è lo scopo del percorso?

Aiutare gli uomini a riflettere e a prendersi la responsabilità delle proprie azioni. Il lavoro si concentra su tre obiettivi: riconoscere la violenza agita, superando meccanismi difensivi come negazione, minimizzazione o colpevolizzazione della vittima; comprendere i danni provocati non solo alla partner, ma anche ai figli e alle figlie e all’intero contesto familiare; sviluppare consapevolezza di sé e capacità relazionali che permettano di gestire emozioni e impulsi in modo costruttivo.

In che modo si lavora concretamente?

Il gruppo è lo strumento principale: offre la possibilità di riflettere sull’identità maschile, sull’idea di virilità e sul legame con la violenza. È un lavoro di destrutturazione degli stereotipi e degli atteggiamenti ostili verso le donne, per costruire modelli relazionali basati su rispetto e cooperazione.

Chi si rivolge al CUAV?

Molti uomini arrivano perché inviati dal Tribunale: la sospensione della pena rappresenta un’opportunità legale per intraprendere un percorso. Sostanzialmente è un obbligo mascherato da richiesta ma l’obbligo di frequentare un percorso di cambiamento non funziona mai in generale. Quindi resta una domanda aperta: quanti di loro sceglieranno davvero di cambiare? Non abbiamo ancora dati certi, ma il principio è chiaro: come società dobbiamo offrire questa possibilità, perché la violenza non è un destino scritto, è una scelta. E soprattutto la violenza è intergenerazionale. Pertanto se non si interviene mai a modificare gli stessi schemi relazionali si ripeteranno di generazione in generazione.

Quanto è importante intervenire presto, sul piano educativo, per prevenire e contenere la violenza di genere?

È fondamentale, ed è la stessa Convenzione di Istanbul a dirlo, non un’opinione personale. L’articolo 14 stabilisce che l’educazione debba includere, fin dai primi anni di scuola e in modo adeguato all’età, temi come la parità tra i sessi, il rispetto reciproco, la soluzione non violenta dei conflitti, il diritto all’integrità personale e la decostruzione degli stereotipi di genere. Non solo: la Convenzione invita a diffondere questi principi anche nei contesti extrascolastici — centri sportivi, culturali, di svago e nei mass media — perché la prevenzione è efficace solo se diventa parte del tessuto sociale. Educare al rispetto e alla parità sin da piccoli è la base per costruire una cultura che rifiuti la violenza.

Spesso gli adulti restano in silenzio davanti a frasi sessiste o a comportamenti discriminatori. Che conseguenze ha questo silenzio?

Quel silenzio alimenta una cultura maschilista che minimizza e giustifica la violenza. È un modello che non danneggia solo le donne, ma anche gli uomini: li costringe dentro gabbie culturali che li vogliono sempre forti, vincenti, impeccabili. Un ideale impossibile da raggiungere, che genera ansia, paura del fallimento, rabbia. Non è un silenzio neutro: è un silenzio che pesa e che contribuisce a perpetuare la violenza.

Spesso vi accusano di portare avanti un lavoro “ideologico”, da femministe in prima linea. Come rispondi a queste critiche?

Fare femminismo, per me e per le colleghe, significa praticare ogni giorno la parità: creare spazi di libertà e consapevolezza, costruire opportunità uguali tra uomini e donne, aprire ponti invece che muri. La libertà delle donne fa ancora paura a chi sceglie di non conoscere, a chi usa la parola “femminista” come fosse un insulto. A loro rispondo sempre che le parole vanno comprese: leggere, informarsi, aprire lo sguardo. Come ricorda Chimamanda Ngozi Adichie in un saggio che amo molto, “Dovremmo essere tutti femministi”.

Se dovessi lanciare un appello ai genitori, soprattutto ai padri, cosa diresti?

Ai genitori, me compresa, direi: non affrontate tutto da soli e da sole. Sostenetevi a vicenda, chiedete consiglio, imparate anche dagli errori, non fate la gara a chi ha i figli e le figlie “migliori”. Il nostro compito non è insegnare successo, forza o ricchezza, ma accompagnare i ragazzi e le ragazze lungo il loro percorso con tempo, rispetto e amore. I figli e le figlie non sono proprietà, ma persone da guidare nel loro interesse esclusivo. Ai padri direi: la vostra presenza è fondamentale. Insegnate ai figli maschi la tenerezza, la capacità di piangere e di ridere dei propri fallimenti, il rispetto della libertà dell’altro anche quando una relazione finisce. Alle figlie dite che saranno davvero felici solo quando sapranno scegliere per se stesse, che la loro bellezza non dipende dai canoni imposti dal mercato, e che la libertà è reale solo se la società garantisce pienamente i loro diritti, non quando li concede come un favore.

I padri che agiscono violenza contro le madri possono essere dei bravi papà?

Le frasi che ascoltiamo ogni giorno dai nostri servizi – “sei una madre di merda”, “stai zitta quando ti parlo io”, “questo schiaffo te lo sei meritata” – non sono semplici parole: sono atti di violenza che segnano donne e minori. Bambini e bambine li raccontano nelle case rifugio, e questo è già di per sé una ferita profonda. Un uomo che agisce violenza contro la madre non può essere un padre nel senso pieno del termine. Non esercita il bene del minore, non tutela i suoi diritti, ma lo espone a traumi gravissimi: questa è la cosiddetta violenza assistita, come definita dal Cismai. In uno stato di diritto dovrebbe essere chiaro: o il padre violento intraprende un percorso serio di recupero delle proprie capacità genitoriali, oppure perde il diritto alla genitorialità. Purtroppo, nella pratica, accade spesso il contrario. Uomini che non fanno alcun percorso, o che si fermano al primo colloquio, hanno comunque la possibilità di vedere i figli e le figlie in incontri protetti. E intanto i minori restano senza percorsi di supporto, perché mancano fondi e servizi adeguati.

Se avessi una bacchetta magica per cancellare la violenza di genere, qual è il primo cambiamento che chiederesti per la nostra società?

Vorrei vedere un asilo pieno di educatori che cullano bambini e bambine, o una scuola dell’infanzia dove i maschi giocano a fare i papà senza sentirsi giudicati. Mi piacerebbe assistere a un boom di ragazzi iscritti a Scienze della Formazione, pronti a diventare maestri appassionati. E allo stesso tempo sogno di vedere più donne in lavori da sempre considerati “maschili”: una meccanica, una notaia, una chirurga, un’ingegnera, un’idraulica, un’autista. Perché il vero cambiamento nasce quando ruoli e possibilità non hanno più un genere.

Ringrazio Elisa per aver condiviso la sua esperienza, il suo impegno e le riflessioni profonde su un tema che ci riguarda tutti e tutte. Un invito particolare va agli uomini e ai colleghi: ascoltiamo, osserviamo, riflettiamo sul nostro ruolo e sulle nostre parole. Essere uomini consapevoli significa anche contribuire attivamente a una cultura di rispetto, prevenzione e responsabilità. La violenza non è destino, e ogni scelta conta.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

 

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