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E se l’emergenza adolescenti fosse un’invenzione adulta?

Qualche settimana fa ho letto un articolo firmato da Laura Badaracchi (Avvenire) che mi ha colpito per rilevanza e per certi versi, coraggio. Con grande lucidità, l’autrice restituisce il valore di una ricerca che ribalta un luogo comune piuttosto diffuso e radicato: quello dell’adolescente apatico, assente, fuori dal mondo, confermando al contempo un’idea che condivido da tempo. La ricerca è firmata da Sabina Licursi ed Emanuela Pascuzzi, sociologhe dell’Università della Calabria, ed è raccontata nel loro libro “Prendere parte. Adolescenti e vita pubblica”, edito da Donzelli. Si tratta di un lavoro rigoroso, nato nell’ambito del progetto “Ripartire”, promosso da ActionAid Italia e finanziato da Con i Bambini, che ha coinvolto oltre 1.300 ragazzi e ragazze tra i 14 e i 17 anni.

Quello che emerge è un ritratto sorprendente, lontano dai racconti allarmistici e spesso tossici, pasticciati, degli adulti. Un invito, anzi, a ripensare completamente il nostro sguardo. E forse a chiederci: e se l’emergenza adolescenti l’avessimo inventata noi adulti?

Da anni si parla di “emergenza adolescenti” come se fossimo di fronte a una generazione disorientata, passiva, scollegata dal mondo reale, interessata solo allo schermo del cellulare e incapace di prendere parola. E se, invece, questa narrazione fosse il frutto di uno sguardo adulto incapace – o non desideroso – di vedere davvero? È la tesi – rigorosa e coraggiosa – di Sabina Licursi ed Emanuela Pascuzzi.

La ricerca alla base del libro ha coinvolto oltre 1.300 ragazze e ragazzi tra i 14 e i 17 anni, intervistati in cinque città italiane – Pordenone, Ancona, L’Aquila, Trebisacce (Cosenza) e il Municipio VI di Roma – nell’ambito del progetto Ripartire, nato in piena pandemia per contrastare la povertà educativa. Ne emerge un’immagine dell’adolescenza lontanissima da quella semplificata – per non dire banalizzata – e problematica che spesso domina il discorso pubblico. Non una fase carente da colmare, non una “pausa di crescita” in attesa della piena maturità adulta, ma una condizione esistenziale piena di valore in sé, dotata di sensibilità, voce e aspirazioni specifiche.

È proprio questa prospettiva adultocentrica il primo ostacolo da superare: la tendenza a considerare gli adolescenti solo in funzione del futuro che costruiranno, negando dignità al loro presente. Licursi e Pascuzzi scelgono invece un approccio di prossimità: porsi davanti ai giovani, ascoltarli, cogliere il loro punto di vista e riconoscerli come soggetti capaci di osservare, interpretare e partecipare alla realtà.

L’adolescenza, infatti, è una tappa decisiva nella formazione della persona: non solo momento di apprendimento di valori, orientamenti, capacità cognitive ed espressive, ma anche fase che influenza in modo duraturo i comportamenti futuri. È dunque cruciale conoscere meglio il presente dei giovani, ascoltare la loro voce, arricchire le opportunità per un loro effettivo coinvolgimento nella vita pubblica.

Chi sono davvero gli adolescenti oggi? Come rappresentano se stessi e gli altri? Come si relazionano in famiglia, a scuola, tra coetanei? A quali temi si interessano? Dove e come hanno appreso la partecipazione e che idea ne hanno maturato? Da chi si sentono sostenuti quando scelgono di “prendere parte”? Sono queste le domande-guida della ricerca, affrontate con una postura essenziale: mettersi di fronte ai ragazzi, intercettarne lo sguardo, raccoglierne le parole, comprenderne gli atteggiamenti e le pratiche quotidiane.

Ne emerge una realtà sorprendente, che contraddice la narrazione dominante. I teenager non sono, in larga maggioranza, “fuori dal mondo”, né indifferenti alla società in cui vivono. Credono che la circolazione della parola – sia tra amici, sia nei contesti digitali – possa influenzare le scelte e contribuire al cambiamento. Ma sentono anche il bisogno di luoghi reali in cui stare insieme e fare insieme, non solo spazi virtuali da attraversare. Esigono soprattutto di essere riconosciuti dagli adulti come soggetti attivi, capaci di prendere posizione e di incidere. Non vogliono solo essere ascoltati: chiedono che ciò che dicono venga preso sul serio, che le loro proposte abbiano un peso. Chiedono di contare. E, al tempo stesso, chiedono di non essere lasciati soli, soprattutto di fronte a ciò che è meno familiare o comprensibile: non si tratta di una contraddizione, ma di una richiesta di alleanza, di accompagnamento. Sono, forse, le vere coordinate per tracciare un sentiero di partecipazione autentica.

Non si tratta di negare il disagio – che esiste, e tocca ampie porzioni del mondo giovanile – ma di spostare il focus. I ragazzi non sono solo portatori di problemi, ma anche di domande di cambiamento. Se sostenuti da contesti e figure adulte capaci di accogliere senza giudicare, dimostrano una sorprendente capacità di lettura critica e una volontà di partecipare alla vita pubblica.

Dai dati emerge con forza che non sono l’apatia o il disinteresse a tenere lontani i giovani dalla partecipazione, ma la mancanza di luoghi, tempi e adulti disponibili all’ascolto. Le loro opinioni restano spesso relegate ai margini, come se “non fossero pronti” a contribuire, mentre chiedono solo di essere presi sul serio. Non nella retorica, ma nei fatti.

Un ragazzo de L’Aquila denuncia: «Si pensa che siamo nullafacenti, quindi non interessati al nostro futuro. Ma ogni giorno combattiamo per i nostri diritti». Un coetaneo di Ancona aggiunge: «A volte non ci danno nemmeno la possibilità di esprimere un’opinione. Ma anche le parole più piccole sono contributi alla società». Parole chiare, che chiedono di ribaltare la logica che ha visto per anni gli adolescenti considerati “problema” invece che risorsa.

Il ruolo degli adulti resta cruciale: genitori e insegnanti sono ancora i punti di riferimento più importanti. Dalla famiglia i ragazzi si aspettano incoraggiamento, supporto emotivo, possibilità di esplorare il mondo con prudenza e fiducia. Dalla scuola, invece, pretendono molto di più: è l’istituzione che più vorrebbero trasformare, perché lì si aspettano di apprendere strumenti per capire il presente, discutere, prendere parola. Non più solo sapere da trasmettere, ma cittadinanza da esercitare.

Altri adulti significativi – allenatori, educatori, catechisti – giocano un ruolo non marginale, così come il gruppo dei pari, vero laboratorio di confronto e socializzazione alla vita pubblica. Per questo, il bisogno più forte espresso dai ragazzi è quello di luoghi reali: spazi da abitare, non solo da attraversare o consumare. Non bastano le interazioni online. Serve una geografia umana della presenza, del “fare insieme”, dell’imparare attraverso la pratica, la relazione, il territorio.

Il quadro che emerge dalla ricerca invita a cambiare paradigma. A non parlare sugli adolescenti, ma con loro. A non trattarli come adulti mancati o cittadini “in costruzione”, ma come soggetti già oggi capaci di visione, responsabilità, iniziativa. La loro cittadinanza non va solo preparata, va riconosciuta. E accompagnata.

L’emergenza non sono loro. L’emergenza è il nostro sguardo miope.

Sta a noi adulti, oggi, decidere se continuare a produrre stereotipi o iniziare a costruire alleanze. Perché se è vero – come scrivono Licursi e Pascuzzi – che “le competenze civiche si apprendono praticandole”, allora il primo gesto civico è dare fiducia. E offrire spazi autentici dove le nuove generazioni possano esprimersi, contribuire, trasformare.

Non per diventare, un giorno, cittadini.

Ma perché lo sono già.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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